Febbraio 2026. Anutin Charnvirakul ha vinto le elezioni thailandesi, portando il Bhumjaithai al risultato più alto della sua storia e conquistando il centro della scena politica nazionale. I numeri sono dalla sua parte, il consenso è reale, il momento è suo.

Ma la politica thailandese è fatta di cicli più che di trionfi definitivi, di ascese rapide e di discese silenziose. Per questo il ritratto che segue non cambia: racconta un personaggio, non un risultato elettorale. E i personaggi, in Thailandia, sopravvivono alle vittorie molto meno di quanto sopravvivano alle sconfitte.

In Thailandia la politica non finisce mai: si interrompe, si piega, si reincarna. È un eterno gioco di ritorni, di alleanze che si disfano e si ricompongono. In questo teatro, Anutin Charnvirakul è un maestro. Per anni vice, a servizio di tre diversi primi ministri. Sempre in seconda fila, sempre pronto a risalire. Oggi, a 59 anni, eccolo infine primo ministro, frutto di un patto fragile che durerà pochi mesi. Ma per lui basta: l’ambizione si nutre anche di stagioni brevi.

Figlio di un impero del cemento, educato negli Stati Uniti, tornato a casa a salvare l’azienda di famiglia, Anutin ha portato con sé l’arte dell’arrampicata. Non un albero dalle radici solide, ma un’edera che avvolge, cresce, ricopre. È stato il ministro della salute che accusava i farang (occidentali n. di non farsi la doccia, l’uomo della cannabis liberalizzata e poi frenata, il politico che dice sì e no ai casinò nello stesso fiato. Ambiguo, sempre presente, mai travolto.

Il mondo lo ricorda per quella frase infelice del 2020, i farang “sporchi, che non fanno la doccia”. Un insulto che diventò simbolo, perché in Thailandia la doccia è rito, identità, freschezza. In quell’attimo, il potere rovesciava l’immagine dell’Occidente. Ma al di là dell’aneddoto, Anutin rimane un sopravvissuto, un uomo che non cade mai, che trova sempre un appiglio.

Eppure cadrà. Come cadono tutti. Come Thaksin, nuovamente condannato, a ricordarci che in Thailandia l’ambizione personale ha un limite invisibile. Non esiste dissimulazione che possa trasformare l’edera in un albero, né doccia che lavi via l’ombra di chi si finge uomo forte. Perché l’uomo forte, in questo Paese, non piace ai militari, non piace al Re, non piace a chi comanda davvero.

Seduti davanti al Chao Phraya, guardiamo il fiume scorrere lento e limaccioso. Aspettiamo che l’acqua porti con sé, come ha sempre fatto, il destino politico di Anutin.

Altro che doccia e pulizia corporale.

17 aprile

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