In Malesia un ministro islamico ha spiegato che lo stress da lavoro può rendere gay.
Come il caldo e l’umidità Kuala Lampur renda la vita insopportabile. La frase in questione è stata pronunciata in Parlamento e riportata da tutti i quotidiani del sud est asiatico. Lo sappiamo: la condizione dei gay in Malesia è semplice: non esistono, ma se esistono è colpa loro. O meglio: ora sappiamo che è colpa del lavoro. 
Una teoria elegante. Se sei gay non sei peccatore, sei stressato. Se sei stressato sei moralmente instabile. E se sei moralmente instabile, qualcuno deve correggerti subito. Prima che sia troppo tardi e per il tuo bene, diversamente puoi diventare frocio.
Tutto torna.
In questo schema la religione divenuta governo vigila, e il corpo — come sempre — paga il conto. 
La teoria è raffinata. Il ministro islamico in un paese dove esiste la sharia, parla a una società in cui l’omosessualità è illegale, stigmatizzata, repressa. Ma invece di dire “è sbagliato”, dice “è causato”.
È un salto di qualità: dalla colpa al malfunzionamento. Dal peccato al burnout. Il gay non è un nemico, è un lavoratore stressato.
Seguendo la logica, serviranno contromisure e nuovi leggi:
– meno straordinari
– più preghiera 
– permessi obbligatori e retribuiti quando qualcuno inizia a sospettare di sé stesso o vede una strana luce negli occhi del collega. 
È abbastanza.  Non andiamo oltre.
Veniamo a noi. Tu che leggi. Tu che sei omossessuale. O che ci stai facendo un pensierino. Tu non sei davvero così.
Sei solo troppo stanco.
22 febbraio

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