Cominciamo da Atlas.
La cometa, non il titano: uno di quei corpi celesti catalogati con una sigla — C/2024 G3 ATLAS, C/2019 Y4 ATLAS — che attraversano l’oscurità senza intenzione, senza messaggi, senza simboli. Eppure, ogni volta che appaiono, qualcosa in noi si accende: un desiderio, una fantasia, un’ipotesi.
È accaduto con ’Oumuamua, quando un professore rispettato come Avi Loeb decise di vederci un’astronave. Non un’ipotesi scientifica, ma una narrazione: l’uomo che guarda il cielo e vede ciò che vuole vedere. Atlas, come tutte le comete, non rivela nulla: siamo noi che le prestiamo una voce.
Poi si torna sulla terra. E il meccanismo è identico.
Nel Corriere della Sera del 30 novembre, in un articolo intitolato
«La Russia ha una Teoria del Caos: spiega (e “legittima”) le azioni di Putin. Ecco i suoi 5 postulati», Federico Rampini compie la stessa operazione di Loeb: trasforma un insieme di intuizioni disperse in una dottrina filosofica ordinata. Chiama “Teoria del Caos” ciò che, in Russia, è in realtà un miscuglio di frustrazione geopolitica, nostalgia imperiale e retorica di autodifesa.
Per capire quanto sia fragile questa formula, basta chiedersi da dove arrivi. Non è un pensiero organico di Putin, né un testo ufficiale. È un’atmosfera costruita negli ultimi anni attorno al Valdai Discussion Club, un think tank vicino al potere, da figure come Sergej Karaganov, Timofej Bordachev, Fjodor Lukjanov: intellettuali che cercano di trasformare in teoria una fase che è, più semplicemente, un disagio storico. La Russia post-2022 ha bisogno di raccontarsi che il mondo è diventato caotico perché ha perso la capacità di controllarlo. Fare del caos una dottrina significa rovesciare la debolezza in filosofia.
La narrativa centrale è che l’ordine internazionale nato nel 1945 sia crollato definitivamente, che la globalizzazione liberale non sia altro che un relitto, e che i valori universali siano strumenti di un dominio occidentale in declino. Da questa premessa discende un mondo immaginato come instabile per natura, frammentato, privo di regole. La politica — secondo questa visione — non può più poggiare su norme condivise o ideali: si riduce alla forza, all’adattamento, alla sopravvivenza. Non esistono alleanze, ma coincidenze temporanee; non esiste universalismo, ma propaganda; non esiste ordine, ma un continuo galleggiare di potenze che cercano di non affondare.
È un fatalismo elegante, se lo si legge da lontano. Ma non è una teoria: è un meccanismo di autoassoluzione. La Russia non dice: “Sto violando le regole”. Dice: “Le regole non esistono più”. È un modo per rendere filosofica una necessità pragmatica.
La confutazione, qui, non è difficile. Il mondo non è un magma indistinto: è un multipolarismo imperfetto, che richiede pazienza e capacità di analisi. Le alleanze non scompaiono, si trasformano: la NATO si rafforza; l’Asia disegna nuove geometrie diplomatiche; perfino Medio Oriente e Golfo, dopo decenni di tempesta, stanno creando strutture più stabili di quanto si creda. Il diritto internazionale continua a esistere, perché perfino chi lo viola è costretto a parlarne per giustificarsi. La forza non è più sufficiente a determinare l’esito dei conflitti: se lo fosse, la Russia non avrebbe incontrato alcuna difficoltà nella sua avventura militare più recente. E, soprattutto, il caos non è una condizione: è il modo in cui un potere affaticato legge il proprio affanno.
Tutto questo richiederebbe un giornalismo lento, riflessivo, proporzionato. Rampini, invece, da qualche anno preferisce la grandiosità continua: ogni articolo è un crepuscolo, ogni passaggio un nuovo spartiacque, ogni frase un avviso ai naviganti. È uno stile, non un’analisi. E via Solferino sembra più interessata alla produttività che alla precisione. Ed è un peccato: con duecento euro — e talvolta anche meno — si ottengono analisi impeccabili da studiosi che lavorano con metodo e integrità, senza bisogno di teatralità previste in scaletta. Duecento euro è la cifra che molti centri studi, compreso l’ISPI, riconoscono per un articolo: eppure, in quelle pagine, pur con pochi mezzi, la qualità non manca.
Atlas, intanto, attraversa di nuovo il cielo. Una scia, una traccia, nulla da interpretare. Ma un po’ come in certe sere d’infanzia, quando si guardava fuori dalla finestra sperando in un segno, ci si può concedere il lusso di immaginare che sia davvero un’astronave: discreta, gentile, pronta a offrire un passaggio.
Epilogo
Una preghiera laica al cosmo
“Extraterrestre portami via…” cantava Finardi nel ’78.
Stasera la variazione è minima, quasi un sorriso rivolto al cielo:
una richiesta piccola, educata, come si fa quando si spera nel miracolo di una parentesi.
Rampini…
ti prego… extraterrestre, portalo via.
Chiamala cattiveria: ma per un po’ di quiete, per un giorno senza apocalisse, per restituire alla vita un respiro normale. Atlas continuerebbe la sua rotta. E qui, per una volta, regnerebbe un silenzio finalmente abitabile.
12 dicembre
