L’esplosione dei centri commerciali a Bangkok pare inarrestabile da vent’anni a questa parte. Ogni stagione annuncia un nuovo colosso di vetro e cemento, sempre più alto, sempre più spettacolare, sempre più simile a un sogno di Babilonia.

Central Park sarà l’ultimo, aprirà a brevissimo, è costato 1,6 miliardi di euro: un investimento colossale, giustificato con la promessa di trasformare la città in una destinazione globale per lo shopping e il tempo libero, con giardini pensili, terrazze verdi e spazi che sembrano disegnati più per un pellegrinaggio estetico che per lo shopping in sé. Un’astronave climatizzata che promette di risolvere il problema della noia, del caldo e perfino dell’identità, tutto nello stesso contenitore.

La retorica è sempre la stessa: crescita infinita, consumo come collante sociale, brand come alfabeti universali. In superficie Bangkok sembra non avere mai abbastanza centri commerciali. Da vent’anni l’esplosione non conosce tregua, come se la città vivesse di un metabolismo accelerato, incapace di fermarsi a chiedersi se davvero serva un altro piano di Gucci o un’altra food court.

Eppure, a guardarla bene, questa è la vera Torre di Babele del nostro tempo. Qui le lingue non si confondono: si omologano. Thai, inglese, arabo, cinese, russo… tutto si riduce al lessico delle marche, al gesto identico di una famiglia davanti a un frappuccino o a un logotipo luminoso. Apriranno prima i ristoranti, poi, a novembre, le boutique e le gallerie. Cinquecentocinquanta marchi in 130.000 metri quadrati, più un tetto-giardino grande come un isolato — diecimila metri di verde da guardare dall’alto, con vista sul vecchio parco coloniale della città. È la nuova grammatica di Bangkok: costruire, sommare, integrare. Mall + hotel + uffici + residenze. Un unico organismo.

Gli annunci parlano di 25 milioni di visitatori all’anno. Non è una previsione, è un atto di fede: come se i numeri, a Bangkok, fossero una religione urbana. Passeggiare lì dentro sarà come compiere un rito nel ventre di un tempio laico: aria condizionata, scale mobili che si inseguono come labirinti, luci che non conoscono notte. Tutto cresce senza misura: non più verso l’alto soltanto, ma verso l’interno, scavando nuovi spazi nel cuore stesso della città.

Central Park, come ogni mall, promette l’infinito, e ogni inaugurazione cancella la memoria del precedente. Il mall ha sostituito la piazza. Qui ci si incontra, si passeggia, si mangia street food in versione climatizzata. Il pad thai diventa un brand da food court, la nostalgia stessa è venduta in formato premium. Eppure, dietro questo rituale collettivo, c’è un’ansia segreta: la paura del vuoto. I consumi rallentano, il turismo flette, la fiducia dei consumatori è al livello più basso degli ultimi 31 mesi, ma i gruppi immobiliari non possono fermarsi: The Mall Group, Central, TCC continuano a moltiplicare progetti. È una bulimia che pare non conoscere sazietà, alimentata dai grandi gruppi thai, come se la crescita fosse un dovere più che un destino. E la gente ci va. Non sempre per comprare, spesso solo per esserci. Un tassista con cui ho parlato davanti al cantiere mi ha detto che sua figlia non chiede più di andare al parco, ma “al centro”: per lei significa passeggiare nell’aria condizionata, scattare foto davanti alle insegne luminose, magari bere una bibita con le amiche. Un’altra generazione cresciuta dentro spazi che sembrano aeroporti.

Un manager del gruppo Central, intervistato da una tv locale, parlava di “creare un’esperienza unica per i cittadini e i visitatori”. Ma sembrava più un prete che un imprenditore: la crescita qui è diventata un culto, e i mall sono le nuove cattedrali. La città, intanto, ha cambiato pelle. Il brivido del disordine ha lasciato posto all’agenda ordinata. I mercati si sono spostati sotto terra, i pad thai sono diventati piatti firmati, la nostalgia stessa è stata addomesticata.

Eppure, io ricordo un’altra Bangkok. Ancora vent’anni fa la città viveva della sua doppia anima: da una parte la tradizione, dall’altra la notte popolata dalle figlie dell’Isaan, migrate in cerca di fortuna. Le stesse famiglie che di giorno mandavano a Bangkok gli uomini per lavorare nei cantieri, aperti soprattutto di notte per il caldo e le donne che riempivano le strade di una vitalità diversa, fatta di promesse, di inganni, di una gioia che allora non capivo e che oggi mi sembra irripetibile. Ma non ci avevo capito nulla. Guardavo, passavo, consumavo quella città senza comprenderne la trasformazione. Oggi mi rendo conto che quel mondo stava già scomparendo sotto il cemento verticale dei grattacieli in costruzione. E io, che credevo di conoscerla, ero in realtà solo uno straniero di passaggio stordito da quell’equilibrio esatto ed imperfetto tra alto e basso, ricchezza e miseria.

Il turning point, lo capisco adesso, è stato silenzioso. La Bangkok aperta, la città che offriva tutto a tutti, si è lentamente trasformata in un gigantesco shopping mall per famiglie emiratine ed indiane. Diurna, luminosa, prevedibile, igienica. Una città che non ha più bisogno della notte, perché ha deciso di vestirsi solo di giorno.

La chiusura dello Spasso, all’interno del Grand Hyatt Hotel Erawan, è stata per me la fine di un mondo. Lo Spasso non era solo un locale. Era un passaggio obbligato, quasi un rito. Dentro c’era la penombra che odorava di incenso e fumo dolce, le luci basse che scolpivano i visi, e le voci delle ragazze che ti chiamavano con una naturalezza che oggi sembra impossibile. Non era volgare, era elegante e un po’ fatalista: il sorriso di chi sapeva che la notte aveva sempre la meglio sul giorno. C’erano specchi appannati, divani che sembravano vecchi anche quando erano nuovi, e quell’aria di confidenza immediata che a Bangkok, allora, era il vero lusso. Bastava varcare la porta per sentirsi parte di una storia più grande, quella città che viveva davvero solo di notte. Era un luogo dove la città mostrava il suo lato adulto, sofisticato, misterioso. Con la sua scomparsa, un’intera stagione si è chiusa, e al suo posto è arrivata un’idea diversa di intrattenimento: family friendly, rassicurante, adatta a chi arriva in città con bambini e carte di credito senza limiti.

«Guarda gli emiratini» sorride il mio amico ristoratore, che da trent’anni cucina romano per espatriati e ricchi locali. «Arrivano con mogli e figli per il Bumrungrad, l’ospedale delle analisi e delle cure di lusso. Di giorno fanno i turisti modello: mall, aria condizionata e shopping family friendly. Ma poi — chissà perché — i loro hotel sono quasi tutti intorno a Nana, il quartiere della trasgressione che ancora resiste. La città, a modo suo, li accoglie come sempre: mostrando due volti, e lasciando che ognuno scelga quale guardare.» E in quell’ambiguità resta forse il segreto della città: la sua bellezza sghemba, il suo fascino impossibile da incasellare. Anche quando sembra diventare un enorme centro commerciale per famiglie, Bangkok continua a trattenere, sotto pelle, un respiro caldo che non muore mai del tutto.

Ma forse Bangkok non è più quella che conoscevo, e forse non lo è mai stata davvero. Io allora non avevo capito nulla, vedevo solo la superficie. Oggi che tutto è più chiaro, mi ritrovo straniero in una città che si è fatta Babilonia di vetro e acciaio, dove la notte appartiene ormai al regno dei ricordi.

Se Bangkok si veste da Babilonia, la realtà presenta il conto: nel 2019 quasi quaranta milioni di stranieri avevano visitato la Thailandia, oggi il traguardo dei 39 milioni di arrivi resta lontano. La Banca di Thailandia ha rivisto le stime a 33 milioni, segnando un calo del sette per cento rispetto all’anno precedente. Tanto che il governo ha deciso di pagare i voli interni ai turisti stranieri, pur di incoraggiarli a spostarsi nel Paese. È la toppa che rivela la crepa: la città cresce senza misura, ma intorno a lei il turismo arranca.

Ci si può davvero fidare di un’idea di città tanto irreale e presuntuosa? Non è forse hybris, la stessa che condannava gli eroi antichi, credere che l’appeal sia sufficiente a fondare il destino di una metropoli? Bangkok cresce senza misura, ma sotto di sé il terreno non è roccia: è fango, limo, deposito alluvionale del Chao Phraya. Ogni anno la città sprofonda di pochi centimetri sotto il proprio stesso peso, miliardi di tonnellate di cemento, vetro e acciaio che premono sulla pianura fragile. È come se Babilonia si fosse costruita non nel deserto ma sull’acqua, sfidando la natura con una leggerezza che sa di arroganza. La capitale del futuro poggia i piedi su una palude, e in questo c’è la metafora più chiara della presunzione umana: credere di poter erigere eternità laddove la terra stessa si ritrae, lentamente, inesorabilmente.

9 settembre

Il bar dello Spasso

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