Alcuni libri non si cercano.
Si trovano.
Succede quasi sempre dentro le librerie domestiche, che sono organismi viventi e leggermente ostili all’ordine coniugale. Crescono lentamente, per stratificazione: un volume sopra l’altro, una stagione sopra l’altra, un capriccio sopra l’altro. Finché a un certo punto diventano abbastanza grandi da provocare quella conversazione che molti uomini conoscono bene.
“Qui non c’è più spazio.”
Non è un’osservazione tecnica. È un ultimatum urbanistico.
Nel mio caso la frase viene pronunciata con una certa regolarità. La casa — mi viene spiegato — dovrebbe contenere anche altre cose oltre ai libri: tavoli, sedie, vestiti, persone, perfino qualche centimetro quadrato libero. Io ascolto con rispetto. Annuisco. Prometto moderazione. Poi, inevitabilmente, continuo a comprare libri. Non è un vizio. È una forma di resistenza.
Il risultato è che ogni tanto, mentre cerco tutt’altro — una rivista, un appunto, una guida dimenticata — mi capita tra le mani un volume che non ricordavo più di possedere. È quello che è successo qualche giorno fa con History of Western Philosophy di Bertrand Russell. Il libro era lì, tranquillo, come fanno i libri veri: silenzioso, paziente, con quella dignità un po’ polverosa che hanno le opere scritte prima che il mondo diventasse un flusso continuo di notifiche e di opinioni non richieste.
L’ho aperto. L’idea era di sfogliarlo cinque minuti. È finita che ho passato l’intero pomeriggio a leggerlo. E a scoprire una verità domestica molto semplice: leggere Russell è sorprendentemente più piacevole che discutere di scaffali con la propria moglie.
Lo dico con affetto. Ma non senza prove.
Pubblicato nel 1945, mentre l’Europa usciva stordita dalla guerra, il libro di Russell ha un titolo che potrebbe sembrare trionfale: Storia della filosofia occidentale. Sembra quasi un monumento. In realtà Russell fa qualcosa di molto meno celebrativo. Non racconta la superiorità dell’Occidente — perché mai.
Racconta il metodo con cui l’Occidente ha imparato a dubitare di sé stesso. E qui sta il punto. Per Russell la filosofia non è una collezione di verità. È una lunga sequenza di errori intelligenti. Se si dovesse disegnare una piccola mappa della filosofia occidentale — quella che Russell attraversa con ironia molto britannica — gli abitanti sarebbero pochi ma decisivi.
Socrate inventa il dubbio.
Platone tenta di rimettere ordine.
Aristotele classifica il mondo.
Poi arriva Descartes e decide che l’unico modo serio di pensare è buttare via tutto e ricominciare da zero.
Hume smonta con calma scozzese gran parte delle nostre certezze.
Kant prova a salvare la ragione — e nel farlo le mette dei limiti.
Infine arrivano i demolitori moderni: Nietzsche, che prende a martellate la morale europea, e Marx, che decide che la filosofia ha parlato abbastanza e ora tocca alla storia. Questa piccola costellazione non produce una verità finale. Produce qualcosa di più instabile. Produce una civiltà. Guardata da lontano, la filosofia occidentale appare come una macchina progettata per sabotare le proprie certezze. Ogni generazione smonta quella precedente. Ogni filosofo corregge il filosofo prima. È una civiltà che vive di autocritica. Ed è probabilmente per questo che, per lunghi tratti, è stata superiore. E per altri tratti si è fatta molto male da sola.
Molte altre tradizioni culturali funzionano in modo diverso. La verità non è qualcosa da discutere. È qualcosa da custodire. Nel mondo islamico, per esempio, il testo sacro possiede uno statuto completamente diverso rispetto a quello che la Bibbia ha avuto nella tradizione europea moderna. Pensatori straordinari come Averroè o Avicenna hanno tentato di costruire una filosofia razionale dentro l’Islam. Ma la loro eredità è rimasta marginale. La teologia ha quasi sempre prevalso sulla filosofia. Il risultato è una differenza culturale evidente quando queste tradizioni entrano in contatto con l’Europa contemporanea. Il pensiero europeo vive nel dubbio. Il pensiero teocratico vive nella certezza. E le due cose, prima o poi, si guardano male.
Ed è proprio mentre sfoglio Russell, in uno di quei pomeriggi sottratti alla diplomazia matrimoniale sugli scaffali, che arriva un messaggio.
Il mittente è Max Ferrari.
Max ha il talento raro di intercettare notizie che sembrano satire e invece sono vere. Non so bene come faccia. Forse frequenta gli angoli più strani di internet, o forse ha semplicemente capito che oggi il confine tra realtà e caricatura è diventato molto sottile. Mi manda una foto. Nella Germania di Kant, Marx e Hegel, apprendiamo che un amministratore verde suggerisce che nelle scuole alcune attività — disegni, musica, danza — potrebbero risultare problematiche perché potenzialmente offensive secondo la legge islamica.
Guardo la foto. Ho un moto di stomaco. È un attimo.
Ritorno a Russell.
Qui il problema non è più il pensiero critico. Il dubbio è una grande invenzione europea. Ma non era stato concepito come procedura di auto-sabotaggio amministrativo. C’è una differenza tra essere dialettici e diventare stupidi. Il pensiero critico consiste nel mettere alla prova le proprie idee. Non nel dimenticare perché quelle idee esistono. Nel mondo di Socrate si discuteva con gli dei. Nel mondo di Russell si discuteva con i sistemi filosofici. Nel nostro, a volte, sembra che si discuta con il programma delle attività extrascolastiche. È un downgrade. E, come tutti i downgrade, viene presentato come progresso.
Russell scriveva questo libro nel 1945, quando l’Europa usciva da una delle sue crisi più profonde.
La sua lezione resta sorprendentemente semplice. La filosofia non serve a trovare certezze. Serve a renderle meno arroganti. Russell lo scrisse con una chiarezza quasi brutale:
“Il problema del mondo è che gli stupidi sono sicuri di sé, mentre le persone intelligenti sono piene di dubbi.”
È una frase che meriterebbe di essere incisa sopra l’ingresso di molte università, e forse anche sopra quello di qualche ministero. O, più semplicemente, letta ogni tanto.
Chiudo il libro.
La casa è silenziosa. La questione degli scaffali — per oggi — sembra sospesa. Guardo la libreria. Effettivamente è troppo grande. Occupa spazio. Minaccia l’ordine domestico. Ma possiede una qualità che poche altre cose hanno. È piena di domande. E, come sapeva bene Socrate, le domande hanno un difetto straordinario. Una volta entrate in casa, non se ne vanno più.
Proprio come i libri che Michele, al Libraccio di Milano, continua con pazienza a mettere nelle mani di lettori incurabili. I librai, in fondo, sono gli ultimi contrabbandieri di idee. E per fortuna, almeno loro, non hanno ancora chiesto il permesso.
23 marzo

Bertrand Russell