Questo è il cinema che smette di raccontare e comincia a decorare.
Black Tea di Abderrahmane Sissako appartiene esattamente a quella stagione di arredi morali e sentimentali che si vendono bene nelle mostre internazionali: un film costruito come un salotto zen da aeroporto asiatico, dove ogni gesto deve significare e nulla, alla fine, ferisce.
La storia è già di per sé un piccolo manifesto dell’assurdo globalizzato: una donna africana fugge dal matrimonio e approda a Canton, in Cina, dove s’innamora di un uomo di mezza età proprietario di una boutique di tè. Lui è cinese, lei è nera: il resto è già scritto, come se bastasse l’incrocio dei passaporti a generare una storia universale. Il film non ha nemmeno bisogno di accadere, gli basta l’idea — una sinossi che farebbe impazzire i festival. Sissako, che alcuni raccontano come un autore di sincerità e forza, si limita ad allineare superfici lisce. È un’estetica manierista, un po’ sghemba, dove non ci sono nervi né ferite, solo intenzioni lucidate come una vetrina.
Il minimalismo, che una volta serviva a scavare — e che in Oriente, quando è vero, sa essere una lama — qui è ridotto a posa. Anche il dolore ha una finitura satinata, come le ciotole di bambù dei ristoranti all you can eat, che promettono autenticità a 12,90 euro. Ogni inquadratura è un mobile ben montato, ogni dialogo un manuale d’uso. Tutto funziona, nulla vibra. La sostanza è quella delle esposizioni svedesi: un truciolato d’animo compresso, levigato, privo di nodi veri.
Black Tea sogna di essere Ozu, ma si sveglia sempre prima. Dove Ozu scolpiva il vuoto come un monaco zen, capace di far tremare anche una stanza immobile, qui il silenzio è solo arredamento: bello, ma fasullo. Il film si muove come un fantasma che imita un vivente — tenta la purezza, ma lascia intravedere i fili, le impalcature, gli sguardi compiaciuti. E nel confronto, la sua quiete si sbriciola.
Il risultato è un film che non si può nemmeno detestare: è troppo beneducato, troppo accomodante. Ti accompagna dolcemente, come una playlist selezionata da un algoritmo woke, dove ogni identità deve comparire almeno una volta per non dispiacere a nessuno. Il mondo, in questa visione, è un cubo di Rubik etnico da rimescolare finché i colori coincidano, ma senza mai chiedersi se la combinazione iniziale avesse un senso, o un peso, o almeno un odore.
E così, per rilanciare il multiculturalismo cinematografico, domani ci serviranno nuove coppie: un aborigena e un’estone nel bush australiano alla ricerca di un fungo allucinogeno; una pigmea e un ragazzo nel Bronx; un amore gay contrastato tra un homeless di Mumbai ed il figlio di un emiro del golfo; un transgender palestinese innamorato di un inuit vegano, che si rifiuta di nutrirsi di foche per aver fatto un corso di mindfulness in Nepal.
La diversità come fiction. L’empatia come arredamento. E il mondo come una dichiarazione di intenti.
Ridatemi David Mamet, le sue costruzioni claustrofobiche dove le parole tagliano e non consolano. Ma se non fosse Mamet, mi basterebbe Salvatores — che vinse un Oscar quasi per sbaglio e faceva dei luoghi comuni un inno malinconico. Era sincero, almeno, nel suo essere milanese degli anni Settanta: un uomo che non pretendeva di rappresentare il mondo, e proprio per questo riusciva a sfiorarlo.
Oggi invece tutto vuole essere universale, e finisce per essere intercambiabile.
Perché Black Tea, come molti film di adesso, non racconta più la vita: la lucida, finché non rimane soltanto il riflesso della propria buona coscienza.
26 novembre
