Ricordo di un racconto di Michele Capozzi
Qualche mese fa, una tempesta ha squassato Milano.
Pioggia furiosa, vento torvo, il cielo come sfilacciato. In piazza Baiamonti è crollato un platano immenso. Uno di quelli che stavano lì da prima che arrivassimo noi, e che ci sembravano eterni. Lo ricordo bene — era l’albero che faceva ombra ai miei incontri con Michele Capozzi.
Michele Capozzi veniva a Milano quando serviva: una base, un letto, una parentesi. Allora si rifugiava in via Maroncelli vicino a Chinatown, zona di passaggio, con l’odore dei bao alla piastra e lo scorrere lento dei tram.
Ci sedevamo lì, nel suo bar preferito, sotto la chioma larga che filtrava la luce e ci dava frescura. Bevevamo caffè freddo, ci raccontavamo storie. Stavamo bene, nella compagnia sobria e umana di chi sa ascoltare.
Oggi quell’albero non c’è più. E per me è stato un segno. Un richiamo, forse, a scrivere di Michele e delle sue storie — prima che qualcosa vada perso per sempre, nella memoria, nel tempo, nel frastuono delle stagioni che cambiano. Lì trovavi un bar, buono di giorno ed ottimo per la sera perchè Michele ci guardava le partite di calcio. E’ chiuso da tempo come l’Edicolaccia che stava di fronte. Un posto cult, sopravvissuto a lungo all’urbanistica e alla decenza. Parlammo per ore, e a un certo punto, senza alcun preavviso, tirò fuori Angeles City.
Lo disse così, come si nomina un peccato o un amore d’altri tempi. Non presi appunti. Non registrai nulla. Quello che segue è la memoria imperfetta di ciò che mi raccontò — con la sua voce, la sua grazia disincantata, e la sua umanità feroce, sempre dalla parte degli ultimi.
Potrei aver perso qualcosa. Ma va bene così.
Una città che non dovrebbe esistere
Angeles City non ha proprio senso che sia lì.
Sbucata dal nulla, piazzata su una pianura brutta e polverosa — secca e giallastra per mesi, marrone e appiccicosa quando arrivano le piogge.
Non c’è mare, non c’è fiume, non c’è un centro vero. Solo incroci, tralicci, motel a ore e un’aria ferma che sa di gasolio e zucchero caramellato.
Eppure eccola: viva, calda, brulicante — una città costruita per servire l’America e sopravvissuta alla sua assenza.
Oggi è un paradosso tropicale: un po’ casinò, un po’ centro commerciale, un po’ duty-free.
Una Filippine con le gambe aperte e lo sguardo fuori dalla finestra, in attesa di qualcuno che la porti oltre l’oceano
Clark Air Base era tutto ciò che gli americani sognavano di avere lontano da casa:
Coca-Cola, aria condizionata, Burger King, biblioteche fornite, piscine olimpioniche.
Uno spicchio di suburbia californiana piantato in mezzo alle risaie di Luzon.
Per ogni ufficiale in uniforme c’era un autista, una maid, un cameriere con l’inglese imparato a memoria; per ogni soldato in libera uscita, una ragazza giovane e sorridente, pronta a fingere d’innamorarsi. Il vero confine non era il filo spinato — era la differenza morale fra dentro e fuori.
Clark resistette a guerre e trattati, ma non al Pinatubo. Giugno 1991: la montagna si aprì, cenere fino a trentacinque chilometri in cielo, tetti che crollavano, fango bollente. Gli americani fecero le valigie. Gli hangar rimasero vuoti, le case smantellate. Angeles, invece, rimase accesa come un’insegna al neon alle tre del mattino.
Fields Avenue non dorme. Non s’illumina all’alba né s’oscura al tramonto: vive in un crepuscolo fluorescente. Strada corta, nemmeno un chilometro, piena di desideri repressi e vergogne ben oliate. L’occidente esausto arriva in ciabatte: pensionati di Saigon, coreani in cerca d’oblio, europei che scappano da sé stessi.
Le ragazze, figurine sotto il neon rosa, si chiamano Cherry, Apple, Star, Princess.
Nel sorriso offrono due cose: un momento di carne e un’occasione di fuga. Perché ogni cliente può essere un biglietto d’uscita, qualunque volto abbia, qualunque lingua parli. “Maybe you take me with you?” lo dicono con leggerezza, ma negli occhi la finestra è spalancata: guardano un mondo migliore che non hanno mai visto.
Bisogna dirlo con rispetto: le ragazze di Angeles sono vocate alla professione. Non per hobby, non solo per bisogno, ma come chi conosce il mestiere di placare la solitudine altrui. Massaggiano piedi, fanno ridere, lasciano dormire. Poi salutano con un take care che suona come una benedizione. E tu, con tutta la tua Europa dietro, non ti senti migliore — solo meno solo.
Tra i vicoli si vedono ragazzi con occhi filippini e lineamenti americani: gli Amerasians.
Padri bianchi spariti, madri tenaci. Parlano inglese con cadenza d’Ohio, ma portano la pelle bruna di Luzon. Fanno i buttafuori, i DJ, i venditori di braccialetti fluorescenti. Nel loro sguardo c’è la stessa finestra aperta delle madri: un’attesa che non arriva mai fino al mattino.
Il Pinatubo ha coperto tutto di cenere, ma non ha sepolto il cuore coloniale dell’Impero.
Angeles ha cambiato pelle, diventando un ibrido: zona franca, parco giochi per adulti, bazar di valigie pronte. Quando il cielo si fa giallastro e la luce odora di sabbia, tornano i ricordi: i padri lontani, le canzoni d’Elvis, le risate troppo forti.
Angeles City è un inferno dolce, scomposto, gentile. Non grida, non giudica. Ti abbraccia, ti spoglia, ti lascia andare. Io non ho preso nulla, ma qualcosa ho lasciato — forse una bugia, forse la forma stanca della mia ombra. Partendo, avevo negli occhi polvere fine e un nome in testa: Hope — la ragazza che mi offrì una birra calda e mi lasciò dormire senza chiedere nulla. Hope. Un nome da bar, o forse l’unica cosa che resta in piedi in posti come questo.
Ricordato da chi lo ascoltò una sera, in Piazza Baiamonti.
20 Aprile

Angeles City

Sotto il vulcano

Piazza Baiamonti e l’albero di Michele