Quando il Como è salito in Serie A, non c’è stato un discorso motivazionale, nessuna bandiera arcobaleno, nessun tweet aziendale sul valore della resilienza. C’è stato solo un profumo – acre, dolce e misterioso – che ha attraversato il lago come una messa d’incenso: il profumo del garofano bruciato. Sigarette kretek. Origine: Giava.

Le fumano i vecchi indonesiani, le fumavano i commercianti olandesi. Le producono i fratelli Hartono, uomini più ricchi d’Asia. E ora anche padroni silenziosi del Como 1907. Hanno acquistato il club tramite una holding britannica con nome da etichetta discografica – Sent Entertainment Ltd. – ma dietro ci sono loro: Robert Budi e Michael Bambang Hartono, dinastia cinese d’Indonesia, impero nel tabacco, capitale assoluto. Nessuno li ha mai visti. Nessuno ha sentito la loro voce. Eppure sono qui. Nel cuore del Lago di Como. E stanno ridefinendo il significato stesso di proprietà calcistica, potere culturale e imprenditoria globale.

Il loro denaro nasce dal fumo: sigarette kretek al chiodo di garofano, catrame e zucchero. Sono più nocive delle Marlboro, ma più eleganti. Djarum – la loro azienda – è uno dei giganti mondiali del tabacco aromatizzato. Ma sarebbe un errore fermarsi lì. I fratelli Hartono controllano anche la Bank Central Asia, la banca privata più potente dell’Indonesia. Hanno torri, mall, server farm, foreste, alberghi, fondi opachi e pazienza millenaria. Hanno, soprattutto, una visione dinastica del capitalismo. L’Europa non li conosce. Ma l’Europa è stanca, affannata, e tende a credere che tutto il mondo segua le sue regole (?). Invece loro – i Hartono – non si adeguano: comprano. E lo fanno senza chiedere (!).

In Europa, oggi, si è smesso di investire: si professa. Benvenuti nell’era dell’ESG – Environmental, Social and Governance. Un codice morale travestito da regolamento. Per ottenere finanziamenti, visibilità, credito o approvazione sociale, ogni impresa deve dimostrare di essere buona: ecologica, inclusiva, trasparente.

È il capitalismo con la tonaca:

– misuri l’impronta di carbonio;

– promuovi donne e diversità;

– riporti quanti insetti impollinatori hai salvato nel bilancio.

Le imprese che non si adeguano vengono escluse dai fondi. Le banche vengono multate. Le pubbliche amministrazioni bandiscono appalti solo per chi ha bollini verdi. Il profitto è diventato una concessione condizionata. La libertà d’impresa sopravvive solo se sa recitare il Credo. Ma se tutto è morale, allora nulla è più reale. 

Eppure, eccoli qui.

I fratelli Hartono non hanno un piano ESG. Non pubblicano report di sostenibilità. Non finanziano startup green né fondazioni femministe. E tuttavia – o forse proprio per questo – vincono. Hanno preso il Como senza clamore, senza hashtag, senza conferenze stampa etiche. Hanno costruito lo stadio nuovo. Hanno portato Fàbregas e Henry. Hanno ottenuto risultati. E ora stanno seduti, in attesa. Non per vendere, ma per restare. Il loro approccio è chiaro: governare con il silenzio, capitalizzare con la pazienza. Laddove l’Europa chiede trasparenza, loro rispondono con opacità. Dove si esige impatto sociale, loro offrono longevità. Sono la negazione vivente del capitalismo morale europeo. E il fatto che siano entrati senza trovare ostacoli dimostra che il potere, quando è abbastanza forte, non ha più bisogno di mascherarsi.

Sotto i portici di Como non si parla ancora cinese. Ma qualcosa si muove. Qualcosa che ricorda Hong Kong negli anni ‘70: un luogo antico che si risveglia come enclave del capitale orientale, ponte silenzioso tra ricchezza e opportunità. Il Como non è solo un club: è un cavallo di Troia a due pasdi dalla Svizzera. L’investimento non è (solo) sportivo. È territoriale, culturale, strategico. È la presa discreta di un’icona italiana da parte di un capitalismo non europeo, non pentito e non narrativo. Non si tratta di neocolonialismo, né di marketing. È qualcosa di più sottile: un nuovo patto non dichiarato. L’Europa fornisce la  bellezza. L’Asia il denaro. E tutto il resto si dissolve nella foschia mattutina sul lago. Il vero paradosso è che, mentre i nostri imprenditori si scusano di esistere, i loro si limitano a esistere meglio. L’ESG europeo è diventato una forma di burocrazia spirituale, in cui l’impresa è accettabile solo se si auto-flagella (??). I fratelli Hartono no. Non promettono nulla. Non si giustificano. Fanno. E ciò che fanno – investire, aspettare, consolidare – funziona (!!).

Non hanno bisogno di raccontare una favola. La loro favola è già diventata bilancio.

Postilla di chi tifa Lecco (e non beve più caffè a Como)

A scanso di equivoci, io ho sempre preferito Lecco.

Più piccola, più schiva, più vera. E patria di Alessandro Manzoni, colui che – in un’epoca di preti veri e fake news d’altri tempi – scrisse la frase più onesta della letteratura italiana:

“Questo libro lo scrivo per 25 amici.”

Ecco. Anche noi scriviamo per quei 25 amici. Non per follower. Non per fondi etici. Non per venture capitalist in ayahuasca.

A Como, intanto, sono arrivati gli squali d’Indonesia. E pullula – chissà perché – di orde di turisti inglesi mordi e fuggi in ciabatte, con la pelle rosa e le ginocchia rosse, che accettano di pagare 7 euro per un caffè senza nemmeno indignarsi. Una volta, essere inglesi significava grazia, understatement, fair play. Ora è diventato un pretesto per urlare nei bar e indossare pantaloni troppo corti. Eppure, nulla di tutto questo è colpa loro. Il mondo è cambiato. Il lago anche. E noi ci siamo distratti.

A Lecco, però, ci sono ancora tre o quattro pescatori veri. Cento anni fa erano mezzo paese. Oggi si contano sulle dita. Ma uno di loro – ogni mattina – saluta il battello con due dita alzate, come se fosse un segnale segreto, un codice tra chi resta e chi parte. Nessuno sa a chi sia rivolto quel gesto. Forse a un amico che non c’è più. Forse al tempo. Forse a noi. E questo basta, per credere che non tutto sia stato svenduto.

Nota buffa – Di Nunno Football Club

A Como hanno i fratelli Hartono: miliardari invisibili, silenziosi, orientali, pazienti.

A Lecco avevamo Paolo Di Nunno: un imperatore ruspante, coatto, casinista e irriducibilmente anti-ESG.

Di Nunno non si è mai presentato a un convegno sul clima. Non ha mai redatto un bilancio di sostenibilità. Non ha promosso diversità, transizione ecologica o coding per bambine. Ha fatto i soldi – raccontano – vendendo schede elettroniche per le macchinette mangiasoldi dei bar, soprattutto quelli dei cinesi. E con quei soldi, nel 2017, si è comprato il Calcio Lecco 1912, fresco di fallimento. Lo prese come si prende un’auto usata, con una stretta di mano e una bestemmia.

E contro ogni previsione, lo portò in Serie B dopo cinquant’anni, tra dichiarazioni surreali, conferenze stampa infuocate, accuse di combine e volantini lanciati in tribuna. Se Hartono è l’Asia che compra, Di Nunno è l’Italia che grida.

Se il primo rappresenta il potere dinastico del silenzio, il secondo è l’esplosione plebea della volontà. Entrambi anti-morali. Entrambi fuori norma.

Ma dove gli Hartono si muovono con la grazia del tempo lungo, Di Nunno fa saltare tutto nel tempo breve. È un imperatore da slot machine, una parabola alla Sordi con dentro Borgorosso Football Club, Cetto La Qualunque e l’odore di meccanismi bruciati.

A Como oggi hanno il capitale con l’incenso.

Noi, a Lecco, avevamo il capitalismo con la bestemmia.

Non è la stessa cosa.

Ma, in fondo, siamo oramai un paese di serie B (!).

28 luglio

 

 

 

 

 

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