Sono fermo in macchina da quasi mezz’ora, bloccato da una manifestazione che attraversa il centro della città con quella calma ostinata e leggermente arrogante che appartiene a tutte le manifestazioni, indipendentemente dalla causa che sostengono. Davanti a me sventolano bandiere palestinesi, si sentono slogan, fischietti e tamburi; più avanti intravedo le camionette della polizia, ferme anch’esse in una specie di immobilità operativa che è diventata una delle immagini caratteristiche delle città europee contemporanee. Nessuno sembra particolarmente preoccupato. Nessuno sembra particolarmente felice. Tutti sembrano sapere esattamente quale ruolo debbano interpretare.

A un certo punto, dalla radio o forse da un video che qualcuno ha condiviso sul telefono, arriva una spiegazione che mi lascia perplesso. Le reazioni della polizia, dice una voce molto seria, molto civile e probabilmente molto convinta della propria intelligenza, finiscono talvolta per esasperare i manifestanti, inducendoli a lanciare bombe carta.

Inducendoli.

La parola rimane sospesa nell’abitacolo.

Rovisto mentalmente nella mia cartella di lavoro. Ci sono due libri, una ricevuta, un taccuino, fatture che dovrei archiviare da inizio mese e una quantità imbarazzante di fogli che non ricordo nemmeno più perché mi porto dietro. Bombe carta, però, non ne trovo. Non mi è mai capitato di inserirne una tra una bozza di un articolo ed un libro della Atwood, come dotazione standard per affrontare divergenze d’opinione o conflitti urbani. Forse sono stato educato male. Forse appartengo a un mondo antico nel quale, quando si usciva per andare al lavoro, si presumeva che gli strumenti necessari fossero una penna e non un ordigno artigianale.

Mentre il traffico continua a non muoversi e il sole comincia a trasformare l’abitacolo in una serra tropicale, mi torna in mente una frase di Ivano Fossati, una di quelle frasi che probabilmente non erano nemmeno destinate a sopravvivere al momento in cui erano state pronunciate e che invece, per qualche ragione misteriosa, restano appese alla memoria per decenni.

Diceva che il Medio Oriente, da noi, non riscuoteva nessuna fortuna. Era una frase che apparteneva a un’altra Italia e forse persino a un altro continente.

All’epoca il Medio Oriente era lontano. Non lontano geograficamente, perché i chilometri erano gli stessi di oggi, ma lontano mentalmente, culturalmente, emotivamente. Era il luogo delle corrispondenze estere, delle fotografie in bianco e nero, delle guerre che apparivano nei telegiornali della sera e sparivano il giorno dopo dietro altre notizie. Poi, ogni tanto, le organizzazioni palestinesi portavano la morte anche anche da noi, a Roma ad esempio, all’aereoporto due volte e davanti ad una Sinagoga a Lungotevere de Cenci. Ma Beirut rimaneva Beirut. Gaza rimaneva Gaza. Gerusalemme rimaneva Gerusalemme. Luoghi reali, ma appartenenti a una geografia che per molti italiani restava quasi astratta.

Poi, lentamente, quasi senza che nessuno se ne accorgesse, le cose sono cambiate.

Non attraverso invasioni. Non attraverso eserciti. Semplicemente attraverso quel movimento continuo di persone, merci, idee e destini che abbiamo deciso di chiamare globalizzazione. Più di tutti i nostri vicini, più di tutti coloro che vivono sull’altra sponda del Mediterraneo, gli arabi hanno hanno portato con sé famiglie, cucine, lingue, nostalgie, speranze, paure, memorie e, inevitabilmente, anche i propri conflitti.

Si potrebbe essere colti e citare Braudel e l’idea del Mediterraneo. Bella invenzione davvero, ma era uomo del novecento europeo colto e francese. Io qui in macchina, al caldo osservo i mori e mi paiono barbari. Due secoli fa erano minaccia al nostro mondo, ora sono miserabili ma ancora orgogliosi. Lì trovo quì davanti. Loro e gli aspostati dell’Occidente, pronti ad inveire al mondo che gli ha resi liberi di inveire. Teheran leur amour ….

Così oggi il cous cous lo trovi all’Esselunga tra il riso e la pasta. Le donne velate fanno parte del paesaggio urbano con la stessa naturalezza con cui ne fanno parte i tram arancioni o i bar aperti fino a tarda sera. Giovani arabi vestiti con tute sportive di marca francesa e padri in ciabatte ad infradito già ai primi di aprile. Poi, le guerre di Gaza vengono discusse nelle università milanesi, nelle assemblee di quartiere, nelle chat di condominio e nei consigli comunali. Le dispute del Levante finiscono nelle nostre piazze. I conflitti mediorientali bloccano il traffico di Milano in un sabato qualsiasi. A pensarci bene, la globalizzazione è stata incredibilmente efficiente. Ma, come il mare, non seleziona. Porta a riva tutto. Ha importato il meglio e il peggio, senza preoccuparsi di distinguerli. 

Ed è forse questo che mi colpisce mentre osservo la manifestazione avanzare lentamente davanti al cofano della mia automobile. Non la rabbia. Non l’indignazione. Nemmeno la politica. Mi colpisce piuttosto il contrasto tra ciò che vedo e ciò che continuo a sentire ripetere dai pro-pal in manifestazione con tanto di bombe carte. 

La pace.

Tutti parlano della pace. La pace viene invocata nei cortei, nei talk show, nelle interviste, nei social network, nelle omelie, nelle dichiarazioni ufficiali e nelle conversazioni da panetteria. Tutti desiderano la pace. Tutti la sostengono. Tutti la pretendono. Tutti sembrano convinti che basti dichiararsi favorevoli alla pace per acquisire automaticamente una patente di superiorità morale.

La cosa, dopo un po’, diventa stancante. Non la pace in sé. La sua liturgia. Perché la pace viene spesso raccontata come se fosse la condizione naturale dell’umanità, una sorta di equilibrio spontaneo che verrebbe continuamente disturbato da pochi individui malvagi. Eppure la storia racconta qualcosa di diverso. Racconta che gli uomini, da sempre, eleggono capi, seguono capi, subiscono capi o adorano capi; e che quei capi, prima o poi, decidono di combattere guerre. Mi torna allora alla mente la frase attribuita a Göring durante gli interrogatori di Norimberga. Non perché Göring fosse un uomo da prendere come guida morale, ma perché talvolta anche i criminali osservano correttamente alcuni meccanismi del mondo. La gente comune non vuole la guerra, diceva in sostanza. Non la vuole il contadino. Non la vuole il negoziante. Non la vuole il professore. Ma alla fine sono i governi a decidere, e i popoli vengono trascinati nella direzione che i governi indicano. È una considerazione brutale. Ed è difficile negare che, osservata su una scala di secoli anziché di settimane, contenga una parte considerevole di verità.

Così resto fermo in macchina, circondato da persone che chiedono la pace, da persone che spiegano le bombe carta e da altre persone che spiegano chi abbia il diritto di spiegare le bombe carta. Altri ancora parlano di Jihad  ed a loro poco importa di sapere cosa diceva Göring, perchè hanno un Dio che giustifica la guerra e li libera da giudicare i governanti.

Intorno a me Milano continua a fare Milano, con i suoi tram, i suoi uffici, i suoi ritardi e la sua eterna convinzione di essere al centro del mondo.

Oui.

C’est la LEUR guerre.

Et je m’en fiche.

P.S. Mi rimane un dubbio. Se chiude la Hoepli, aprirà un kebab?

18 giugno

©2026 - Altriorienti - Accesso amministratori - Questo sito non raccoglie informazioni personali e non usa cookies

Log in with your credentials

Forgot your details?