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title: "Ci aspettavamo le bombe. E’ esplosa l?@merica"
url: https://www.altriorienti.com/ciaspettavamolaguerra/
date: 2025-04-14
modified: 2025-04-21
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Si chiama John Bateman. Come Patrick, quello di American Psycho, ma scannato. Stesso cognome, stesso Paese, diversa rovina. Lui non uccide. Beve. Lo abbiamo incontrato al Pogue Mahone's un pub..."
categories:
  - "Corrispondenze"
tags:
  - "Guerra dei dazi"
  - "USA"
word_count: 1188
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# Ci aspettavamo le bombe. E’ esplosa l?@merica

*Si chiama John Bateman.*

*Come Patrick, quello di American Psycho, ma scannato.*
*Stesso cognome, stesso Paese, diversa rovina.*
*Lui non uccide. Beve.*

*Lo abbiamo incontrato al Pogue Mahone's un pub irlandese a Milano in zona Porta Romana.*
*Camicia firmata Brooke brothers, scarpe John Lobb, l’alito puzza.*

*È in Italia perché il suo boss è in Italia, ed il suo boss è in Italia perché il fisco italiano, con una nuova legge, gli permette di pagare le tasse in forma ridotta, anzi non le paga quasi.*

*Così Bateman si trova esiliato in un paese che non gli interessa, tra gente che non capisce, a vivere una vita che non ha scelto.*

*“Ci aspettavamo le bombe, fratello.*
*I russi, i cinesi, le testate nucleari.*
*Pensavamo a Taiwan, al Donbass, ai carri armati sulla Quinta Strada.*
*E invece… boom.*
*È esplosa l’America.”*
*Ride, ma con gli occhi lucidi.*
*Non è ironia: è alcolismo strategico.*

*“Sai cos'è il vero disastro?*
*Non è che non produciamo più.*
*È che non sappiamo più a cosa serviva produrre.*
*Abbiamo sostituito il lavoro con l’idea del lavoro.*
*Tutti occupati, nessuno utile.*
*Tutti pagati, nessuno capace.”*
*“Trump ora vuole riportare l’industria in patria.*
*L’industria navale dice, hai capito?*
*Ma oggi le navi le fanno i coreani.*
*Le fanno bene.*
*Costano meno.*
*Sai cosa ci vuole per fare una nave?*
*Competenze.*
*Gente che sa saldare una paratia con le mani e non con un tutorial su youtube.*
*E ci vogliono dieci anni.*
*DIECI.*
*E Trump che fa?*
*Si sveglia e dice: “Let’s build ships.”*
*Ma con chi, Donald? Con gli stagisti di Goldman Sachs?”*

*Beve. Tossisce. Ride di nuovo.*

*“Abbiamo mandato a casa gli artigiani e ci siamo tenuti i content creator.*
*E adesso ci meritiamo le navi che affondano ancora prima di varare.”*

*Poi si ferma. Si fa serio. Gli occhi diventano due pozzi di Wall Street dopo un crollo.*
*“Il sogno americano?*
*Non lo produciamo più da Reagan. **Oggi si ferma al confine col Messico, dove un latino viene rispedito indietro da un ministro che non sa tenere un fucile, ma che sa benissimo firmare ordini di respingimento.”*
*“Il dollaro?*
*È un’allucinazione a corso legale.*
*Il debito?*
*È la vera esportazione americana. Pubblico e privato.*
*Lo vendiamo impacchettato in bei titoli tossici, e poi ci assicuriamo contro il loro fallimento.*
*Così quando tutto salta, guadagniamo lo stesso.*
*E le assicurazioni?*
*Pagano.*
*E intanto si pagano anche loro, in bonus, sul numero di contratti. Manager incapaci o corrotti pagati per mandare tutto a puttane.*
*Non importa se quei contratti sono merda.*
*Basta che siano tanti.*
*L'America vende il suo debito per mantenere i suoi consumi. E li fa pagare al mondo povero, alle sue periferie, periferie mi piace più di backyard ... é un'espressione di Rocco;  il professore saggio della Cattolica con cui bevo qualche birra e mi racconta Milano. Periferia d'Europa e dell'anima con quel sindaco verde e cemento. *

*Ride e tossisce. L'alito mi stordisce.*

*"Le periferie dicevo, le nostre adesso basta ... **vogliamo indietro quel poco che gli abbiamo dato."*

*"Si fottano ora!”*
*“E sapete qual è la merda più grande?*
*Il secolo. Questo è il secolo di Trump.*
*Con i suoi giorni di borsa folli, irragionevoli, irresponsabili.*
*I giorni di Donald e Navarro.*
*Giornate talmente incoerenti da rendere tutti più poveri*
*e tutti un po’ più stronzi.*
*E noi là, a guardare gli indici salire come se fosse una festa,*
*mentre ci svuotavano i conti correnti dell’anima.”*

*“E intanto ci raccontano la favoletta della Rust Belt.*
*Gli operai dimenticati, gli Appalachi, JD Vance…*
*Quello lì, che ha scritto un libro che francamente non si può proprio leggere.*
*Un’autoassoluzione travestita da memoir, un cazzo di coglione con moglie in quota etnica in Ohio.*
*Si puliscono la coscienza con le lacrime degli altri, e poi se ne fottono.*
*Nessuno vuole davvero risollevare quei posti.*
*Li usano come fondale per i comizi e come scusa per le guerre commerciali.*
*Ma non ci torna nessuno, e nessuno li salva.”*
*“E poi non è che sia una novità, capito?*
*Già all’inizio del Novecento, dopo il Boom, il Massachusetts era una rovina.*
*Le fabbriche tessili chiudevano, le chiamavano deserti industriali depressi.*
*Hai presente Lowell? Fall River? Erano cadaveri col badge.*
*Cos’hanno fatto? Le hanno portate giù.*
*North Carolina. South Carolina.*
*Sempre più a sud, sempre più in basso.*
*Perché c’è sempre un fottuto sud del mondo dove buttare il lavoro e la merda.*
*Una specie di geografia della fuga.*
*Tu sali, e quello sotto paga.*
*Funziona così da cent’anni, e ora lo fanno anche con l’anima.”*

*Poi si ferma. Si fa più silenzioso. E dice la cosa più straziante.*
*“Sai qual è la merda più grande?*
*Non è che ho perso tutto.*
*È che ho guadagnato.”*
*“Qualcuno ci ha passato la dritta. Le pecore vengono fottute, noi no. Io s**apevo dove sarebbe andata a sbattere.*
*E ci ho messo sopra i soldi.*
*Con il sorriso sulle labbra.*
*E adesso ho più soldi.*
*Ma sono più stronzo.*
*E soprattutto: più infelice di prima.”*
*“Non c'è niente di peggio che guadagnare dalla rovina e poi restare in piedi.*
*È come derubare un cadavere e sentire ancora il battito ... woooow.”*

*(Beve ancora. Stavolta non brinda. Stavolta si lascia andare.)*

*“Sai cos’è?*
*Non sono nemmeno un uomo, io.*
*Sono qualcosa.*
*Una specie di rigurgito del sistema, un rutto o un peto, that's the real question.*
*Galleggio. Non affondo.*
*Vivo sopra i cadaveri degli altri, e ci ho anche guadagnato qualcosa.*
*Li ho spogliati. Li ho rivenduti.*
*E poi ho usato i soldi per ubriacarmi.*
*E per cosa?*
*Per restare lucido abbastanza da capire che ho perso tutto… tranne la coscienza, forse.”*
*“Ecco la vera condanna.*
*Non essere un mostro.*
*Essere un americano con la coscienza ancora accesa, forse.*
*Uno che non riesce più a spegnerla nemmeno bevendo.”*
*“E allora quando mi rivedrete, non chiedetemi niente.*
*Non ho niente da offrirvi.*
*Solo un bicchiere.*
*E una verità.*
*La stessa che nessuno vuole sentire:*
*abbiamo smesso di produrre sogni.*
*Ora ci nutriamo di cadaveri.*
*E lo facciamo con profitto.”*

*(Un ultimo gesto. Si versa. Si alza appena. Alza il bicchiere come fosse un'arma spuntata.)*

*“Uno per la coscienza.*
*Uno per il cadavere.*
*Uno per il profitto.”*
*E poi si accascia.*
*Non con la rabbia.*
*Con la resa.*

*Il barista non si scompone.*
*Gli sistema la testa con un gesto antico, da infermiere dell’Impero.*
*“Tranquilli,” dice.*
*“È solo colpa.*
*Domani torna. Dice di nuovo tutto.*
*Ma ogni volta lo dice peggio.*
*Perché ogni giorno è un po' più ricco, e un po' più stronzo.”*

*Il pub torna al suo silenzio di birre sgasate e legno umido.*
*Poi, dall'impianto sonoro del locale, gracchia una cassa.*

*"Well, it's one for the money, two for the show..."*
*"Three to get ready now go, cat, go..."*

*È Elvis.*
*Blue Suede Shoes.*

*La voce roca, lontana, rimbalza sulle pareti come un ricordo.*
*John Bateman accenna un sorriso. L’unico vero.*
*Poi chiude gli occhi.*

*"But don't you... step on my blue suede shoes..."*

*La voce dell’America. Come era. Come voleva essere.*
*Una canzone spavalda, elegante, assurda.*
*Ora è un requiem dolce e scemo.*
*Un addio senza onori ma che classe.*

14 aprile

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