In Cina il ciuccio non è soltanto un oggetto di gomma da infilare in bocca a un neonato irrequieto: è un segnale, un manifesto domestico, un piccolo vessillo sociale. Nei parchi, nei centri commerciali, sulle metropolitane stipate, capita di vedere bambini di tre o quattro anni ancora col ciuccio ben piantato tra i denti, mentre la madre gli sistema il cappellino o il padre lo solleva per farlo sedere meglio. Da noi sarebbe motivo di rimprovero (“ormai sei grande”), là è un gesto innocuo, quasi tenero.
Dietro questo dettaglio apparentemente marginale si nasconde una dinamica collettiva. La Cina urbana è ossessionata dai nuovi nati: l’infanzia è diventata il terreno di proiezione di ansie, desideri e capitali familiari. Ogni figlio è prezioso, spesso unico, e dunque va protetto, coccolato, prolungato nel suo essere bambino. Il ciuccio diventa così un simbolo materiale di questa protezione ad oltranza: l’infanzia che non deve finire troppo presto, la dolcezza che resiste al tempo.
Un caro amico mi raccontò della propria moglie cinese. Durante una vacanza in Thailandia si era letteralmente barricata per due settimane in un albergo a cinque stelle, rifiutandosi di uscire, nel terrore che il figlio potesse essere rapito. “Dubai è l’unico posto al mondo sicuro per un bambino”, insisteva, “Perché lì la sorveglianza è sovrana”. È un’ossessione che dice molto: l’infanzia come bene assoluto, difeso a colpi di paranoia, recintato da telecamere e guardie private, custodito meglio di un conto in banca.
Eppure, appena qualche secolo fa, i missionari cattolici restavano inorriditi nel vedere che in alcune province cinesi le neonate venivano abbandonate nei fiumi o gettate tra i rifiuti. La pratica era così diffusa da avere un nome preciso: 溺女 (nì nǚ), “annegare le bambine”. Documentata dai gesuiti a partire dal XVII secolo, era motivata dalla povertà e dalla preferenza per i figli maschi. Un’ombra nera che oggi rende ancora più paradossale l’infanzia blindata e sorvegliata dei bambini cinesi contemporanei, trasformati da vite sacrificabili in reliquie di famiglia, da proteggere fino all’ultimo ciuccio.
Il paradosso è che questa smania protettiva nasce in un Paese che fino a pochi anni fa costringeva le famiglie a limitarsi a un solo figlio, e che ha fatto ricorso a centinaia di milioni di aborti selettivi per regolare la propria demografia. I bambini venivano “sacrificati” al calcolo dello Stato, e ora gli stessi bambini sono venerati come reliquie. È un salto storico impressionante: da carne da statistica a piccoli imperatori della casa, protetti fino all’ultimo ciuccio.
Non basta più il ciuccio qualunque: occorre quello tedesco, giapponese o coreano, con silicone “ultra-sicuro”, quello di design, quello importato. Non è un oggetto neutro: è status, segno di cura, di investimento, persino di potere d’acquisto. Nei feed social si moltiplicano le foto dei bambini con il ciuccio, condivise come immagini di innocenza collettiva: un like non al figlio, ma all’idea stessa di protezione ostinata.
Dietro tutto questo, naturalmente, resta la dimensione ironica e inquieta: un Paese che produce tecnologia spaziale, che digitalizza le città e che progetta la più grande macchina di sorveglianza del pianeta, continua a immaginare sé stesso come un immenso asilo. Una società-bambina che succhia il suo ciuccio, convinta che la protezione dell’infanzia sia l’antidoto a un mondo troppo feroce.
Forse il punto è questo: l’Occidente spinge i figli a crescere presto, a imparare lingue e pianoforte, la Cina preferisce ritardare il distacco. Il ciuccio non è un gesto dell’infanzia: è la metafora di un Paese che ha paura di crescere, ma che allo stesso tempo non vuole più rischiare di perdere i propri figli.
22 gennaio
