Hong Kong non chiude mai. È questo il suo mito: il traffico continuo, le insegne al neon, i locali accesi fino a notte fonda. Ma il 30 settembre, quando Cinta-J ha abbasato per sempre le serrande su Jaffe Road, qualcosa si è spento.
Non è stato soltanto un ristorante filippino a sparire: se ne va un rifugio, un pezzo di comunità raccolta attorno al karaoke, al cibo, alla lingua della memoria. Per oltre quarant’anni, tra piatti condivisi e risate di migranti, Cinta-J era stato una casa lontano da casa. Ora resta soltanto un contratto d’affitto non rinnovato, un edificio in vendita. Eppure, il suo stesso nome contiene già la chiave della perdita: cinta vuol dire amore. Ed è l’amore che se ne va, in silenzio, insieme a un luogo che custodiva le vite di tanti.
Il mercato immobiliare, impersonale e muto, riscrive la geografia delle città. Non importa quante storie contenga un luogo: l’unica logica è quella del prezzo al metro quadro. Hong Kong è l’estremo laboratorio di questa trasformazione, ma la parabola è universale: gli spazi che custodiscono vita autentica vengono sostituiti da luoghi sicuri, internazionali, identici ovunque. La città si normalizza. Al posto di un’osteria popolare nascerà forse un bar levigato, un co-working, una catena globale che potresti trovare identica a Singapore o a Londra. Così svaniscono i rifugi, così si scolora l’anima.
Anche Bangkok ha visto sparire luoghi che erano diventati più che semplici edifici. La Turtle House, con le sue curve moderniste e il giardino ombroso, era stata ristorante, poi rifugio per scrittori, infine la dimora di Tiziano Terzani. Vi erano passati giornalisti, artisti, diplomatici, viaggiatori. Era un angolo sospeso, un mondo dentro la città. Demolita nel 2021 per far posto a un condominio di lusso, la Turtle House è l’esempio perfetto: il mercato non riconosce valori che non siano traducibili in profitto. La ruspa ha cancellato storie, riducendo a macerie ciò che per decenni aveva custodito incontri e identità.
Lo stesso destino ha colpito molte ville coloniali in Cambogia: costruzioni francesi che avevano attraversato guerre e decadenze, abbattute senza rimpianti per fare spazio ad alberghi anonimi o torri residenziali. Un patrimonio architettonico sacrificato a una modernità di vetro e cemento, priva di memoria.
In Laos, a Luang Prabang, il tentativo di salvare la città dalla speculazione è arrivato tardi, ma è arrivato. Dichiarata patrimonio Unesco, è stata protetta dal boom immobiliare. Tuttavia, anche lì il rimedio è ambiguo: le case salvate diventano guesthouse, i templi sfondo per i selfie, le strade un museo a cielo aperto. La tutela impedisce la demolizione, ma rischia di congelare la vita, trasformando un luogo vissuto in una scenografia.
Un altro esempio è Songwat Road a Bangkok, parallela al fiume e a Chinatown. Per decenni era stata il regno dei commercianti, dei magazzini, delle botteghe all’ingrosso. Una strada viva, ruvida, senza pretese. Negli ultimi anni è diventata il nuovo quartiere “instagrammabile”: caffè di design, boutique hotel, cocktail bar.
Si direbbe un successo di recupero urbano. Ma lo sguardo attento rivela l’ambiguità: si salva la facciata, si levigano i muri, ma chi ci abitava non trova più posto. La patina resta, l’anima se ne va. È lo stesso processo che ha trasformato i vicoli di Soi Nana: al posto delle erboristerie e delle botteghe familiari, bar eleganti per turisti ed expat.
La conservazione diventa scenografia. Una cornice gradevole, ma vuota.
Cinta-J, la Turtle House, le ville cambogiane, Songwat: in una storia, mille storie. Ognuna racconta la stessa parabola di normalizzazione e di perdita.
Così finisce l’Asia che avevamo imparato ad amare: non con un crollo improvviso, ma con l’erosione lenta dei suoi rifugi. Ogni ristorante popolare, ogni casa vissuta, ogni vicolo ingombro di storie lascia spazio a torri lucide, a facciate rifatte, a versioni addomesticate per l’occhio distratto del turista. È un processo senza volto, che non fa rumore: la normalità silenziosa del mercato.
Eppure la perdita è enorme. Non sono di questa terra e di questo tempo, e forse per questo lo vedo più chiaramente: ogni cosa diversa cade e risorge uguale, come un virus che si riproduce identico ovunque. Si parla di multiculturalismo, di città aperte e inclusive, e intanto si producono quartieri intercambiabili, copie levigate di sé stesse. Traduzioni automatiche, l’ultimo iPhone che abbatte le lingue, e poi ovunque lo stesso scenario: caffè di design, boutique hotel, catene globali.
La vera Asia — disordinata, popolare, irripetibile — continua a sopravvivere solo nella memoria di chi l’ha attraversata. Resiste fragile ma tenace, come un’eco sentimentale, agro e dolce insieme, che non si lascia zittire né dalle ruspe né dai filtri di Instagram.
Forse mi sono stancato anch’io. Mi accorgo che passo la vita a raccogliere testimonianze di mondi che finiscono, a descrivere luoghi che spariscono, a fissare in parole la malinconia delle assenze. E ogni volta mi scopro nostalgico, più stanco, più depresso. Stavolta è per la chiusura di un ristorante che ho soltanto visto da fuori, senza mai entrarci, senza avervi mai mangiato. Eppure la sua sola esistenza mi regalava un sentimento familiare, come sapere che in quella città c’era ancora un rifugio possibile.
Ora non c’è più, né qui né altrove.
2 novembre
