L’articolo di Muhammad Shehada “La trappola senza fine del disarmo di Hamas“, pubblicato da Internazionale è scritto bene. Molto bene. Ha il tono corretto della tragedia contemporanea: bambini nella polvere, edifici aperti come carcasse, acqua sporca, cemento sbriciolato, civili trasformati in relitti umani di una guerra infinita. È il linguaggio morale dell’Occidente contemporaneo. Quello che conosciamo ormai a memoria. Questo il problema.

Non perché Gaza non sia distrutta. Lo è. Non perché la sofferenza civile non sia reale. È reale in modo quasi insostenibile. Ma perché, leggendo certi articoli, si ha sempre più l’impressione che una parte del giornalismo occidentale abbia perso la capacità di pronunciare una parola antica, terribile, eppure centrale nella storia umana: sconfitta. Non colpa. Non innocenza.

Sconfitta.

Hamas il 7 ottobre ha compiuto un’operazione militare e terroristica di una brutalità assoluta. Migliaia di uomini armati hanno attraversato il confine israeliano, attaccato kibbutz, massacrato civili, ucciso ragazzi a un rave nel deserto, rapito persone, incendiato case. Per ore Israele è sembrato un corpo aperto, vulnerabile, incapace di reagire.

Poi è arrivata la guerra. E la guerra, a differenza delle discussioni universitarie occidentali, produce conseguenze materiali.

Israele ha reagito con una violenza devastante. Gaza è stata trasformata in un paesaggio da 1945 europeo: quartieri rasi al suolo, infrastrutture distrutte, popolazione allo stremo, famiglie accampate tra rovine e tendoni. Una visione che ricorda Amburgo, Dresda, Grozny, Falluja. Qui però emerge il punto che l’articolo di Shehada sfiora senza volerlo davvero guardare. Le guerre, normalmente, finiscono quando qualcuno perde. Non è una posizione morale. È una constatazione storica.

La Germania nazista non mantenne divisioni armate autonome dopo Berlino. Il Giappone imperiale non conservò un esercito indipendente dopo Hiroshima e Nagasaki. La Confederazione sudista non negoziò una sovranità armata permanente dopo la American Civil War. Persino Napoleone, dopo Waterloo, non continuò a chiedere garanzie militari per mantenere una parte della Grande Armée.

La guerra funziona così: uno vince, uno perde.

Il punto impressionante del dibattito occidentale contemporaneo è che sembra incapace di accettare questo dato elementare. Si continua a parlare come se la realtà materiale del conflitto fosse secondaria rispetto alla narrazione morale che ciascuna parte produce di sé stessa.

Hamas viene descritta come forza resistente che rifiuta il disarmo. Israele viene raccontato come potenza ossessionata dalla sicurezza. Tutto vero. Tutto già sentito mille volte. Ma intanto, sul terreno, esiste un fatto brutale: Hamas questa guerra l’ha persa militarmente ed il suo destino non è quello quello dei gawazi. Loro vivranno.

Ed è qui che nasce il cortocircuito. Perché una parte dell’informazione occidentale continua a ragionare come se il vinto potesse imporre le condizioni della pace. Come se il disarmo fosse una richiesta assurda, umiliante, irragionevole. Come se una forza che ha trascinato Gaza dentro una guerra catastrofica avesse ancora il diritto storico di presentarsi armata al tavolo finale. Il Novecento, che pure è stato infinitamente più crudele del nostro tempo, aveva almeno chiaro questo principio: la guerra non è una terapia narrativa. È uno scontro di volontà organizzate. E quando una volontà crolla, l’ordine successivo nasce proprio da quel crollo. Oggi invece l’Occidente sembra incapace di concepire la capitolazione. Preferisce immaginare negoziati permanenti, tavoli eterni, cessate il fuoco che non cessano nulla. Ma la realtà è più semplice e più tragica.

Gaza continuerà a morire finché Hamas continuerà a pensare di poter trasformare una sconfitta militare in una vittoria simbolica. Sostengo che è proprio questo che irrita leggendo certi articoli: l’impressione che il romanticismo politico venga ancora preferito alla realtà materiale delle cose. La guerra di Hamas contro Israele non appare sospesa. Il suo esito sembra già deciso. Ma Hamas non è un’organizzazione statale è un’organizzazione terroristica. Ciò che continua sarà soltanto il costo umano del rifiuto di accettare la resa.

18 maggio

 

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