Ci chiedono di essere empatici. Sempre. È il nuovo imperativo morale, il dogma dell’epoca: comprendere tutto, sentire tutto, farsi carico di tutto. Una forma di comunione laica, obbligatoria come una tassa spirituale.

Ma io non voglio più sentire tutto. Non ho l’obbligo di interessarmi ai paesi islamici, ai loro libri, alle loro guerre e alle loro preghiere. Non mi importa che frignino per un crocefisso in un’aula o che una braciola impura alla mensa scolastica. Posso avere a che fare  con loro senza adottarne il destino. Posso comprare datteri e tappeti e fermarmi lì, non ho mai fumato marocchino e non mi piace nemmeno il cous cous di Mazara del Vallo.

Lascio ad altri il kebab, che mi pare un triturato composto di carni di terza e aromi canaglia. Non è snobismo: è autodifesa sensoriale. Diffido dei cibi che promettono la comunione universale dentro un cono di carta unto.

E poi non è che mi interessi stabilire un primato. Ricordo uno straordinario incontro di Oriana Fallaci con Arafat: lui proclamava la superiorità culturale del mondo arabo sull’Occidente — e lei, con una calma tagliente, gli rispose:
«Allora perché usate le nostre armi, le nostre macchine, le nostre università?»
Una frase che ancora oggi suona come una pietra nel mare delle parole.

Non li odio, non li temo. Semplicemente non mi riguardano. Sono un’altra umanità, con altri dei, altri silenzi, altre misure del dolore. Non li voglio emendare, né imitare, né capire. La distanza è una forma di rispetto più pura della compassione. Sono tra chi non chiede pari libertà di culto nei loro paesi, per non avere il dovere di stendere scendiletto nel proprio. Molti tra loro hanno firmato la Dichiarazione Universale dei diritti dell’Uomo, dove si dichiara che ogni essere umano nasce libero ed uguale. Eppure si impiccano e lapidano da secoli e per molti tra loro le donne sono carne da macello e monta. Me ne dolgo, ma non mi appassiono e spendo, per chi tra loro si oppone. Non voglio insegnare loro alcunchè. Ho imparato la lezione della storia.

Gregory Bateson l’avrebbe chiamata ecologia della mente: non tutto deve essere toccato, non tutto deve essere sentito. Claude Lévi-Strauss scriveva che l’uomo moderno soffre di “troppo uomo”; e Roland Barthes, davanti al Giappone, sceglieva la grazia dell’indifferenza, lo sguardo che osserva senza possedere. Byung-Chul Han, il più contemporaneo, avrebbe diagnosticato la stessa malattia con parole diverse: un eccesso di prossimità che genera stanchezza.

Il sincretismo è una religione scaduta. La fratellanza universale, un’invenzione dei paesi che hanno perso sé stessi. Preferisco un mondo di confini porosi ma reali, dove si possa guardare l’altro senza l’ansia di diventarlo, di capirlo, di giustificarlo, di educarlo, di emendarlo — insomma, di relazionarsi con lui.

Non è cinismo, è sobrietà dello spirito. Una piccola igiene dell’anima. È manutenzione interiore. Una dieta spirituale. Un modo elegante di dire: non tutto mi riguarda e proprio per questo lo rispetto, ma non lo voglio nel mio giardino.

25 novembre

Il premiato ristorante Al-Ghamoot a Lahore, Pakistan

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