Intervista

Intervistatore:
Partiamo dal centro della questione. Tu dici che il Corano non incita alla violenza, ma allora come spieghi il versetto 9:5? “Uccidete gli idolatri ovunque li troviate.” Non mi pare un passo equivocabile.

Interlocutore:
Hai ragione: letto isolato, sembra una chiamata al massacro. Ma il Corano non è un trattato di teologia astratta; è un testo nato dentro la storia.
Il 9:5 venne rivelato dopo che alcune tribù avevano tradito i patti con Maometto. È, in termini moderni, una clausola di guerra contro chi aveva violato un accordo di pace.
Lo stesso passo successivo, il 9:6, ordina di proteggere chi chiede asilo, anche se non crede.
La durezza è contingente: l’Islam primitivo era una comunità assediata. L’immagine della spada nasce da quel contesto, non da un’ideologia di conquista globale.

Intervistatore:
Ma i versetti non parlano solo di guerra contingente. 8:12, ad esempio: “Colpiteli al collo e alle estremità.” O 47:4: “Quando incontrate i miscredenti, colpiteli.” Non è linguaggio spirituale. È violenza ritualizzata.

Interlocutore:
È linguaggio di battaglia, non di predicazione.
In 8:12, il soggetto sono gli angeli — non i credenti — nel racconto della battaglia di Badr. È la trasfigurazione epica di un episodio reale, come accade nell’Antico Testamento.
Il 47:4 stabilisce limiti: si combatte in guerra regolare e i prigionieri devono essere liberati per grazia o riscatto.
L’Islam codifica la guerra, ma la contiene. Dice: sì, combatti, ma secondo regole precise.

Intervistatore:
Eppure il Corano è pieno di “combattete”: 8:65, 9:123.
Se fosse davvero una religione di pace, non avrebbe bisogno di tanta energia bellica.

Interlocutore:
Il Corano è anche un documento politico.
La parola jihād significa “sforzo”, ma sì, i primi musulmani combatterono per sopravvivere.
Ogni religione nata sotto pressione ha dovuto legittimare la difesa.
La Bibbia non è meno aspra. Il problema non è il testo, ma come viene letto.

Intervistatore:
E che dire del versetto 3:85? “Chi desidera una religione diversa dall’Islam non sarà accettato da Dio.” È un’esclusione assoluta.

Interlocutore:
È un’esclusione teologica, non politica.
Il Corano ragiona in termini di verità ultima.
Sul piano umano, però, dice anche: “Non c’è costrizione nella religione”.

Intervistatore:
E il 3:28? “I credenti non prendano i miscredenti come alleati.”

Interlocutore:
Awliyāʾ significa protettori, patroni politici.
È prudenza, non odio.

Intervistatore:
E il 5:33? “Uccisi o crocifissi, o tagliati mani e piedi…”

Interlocutore:
È legge penale contro il ḥirāba: banditismo, terrorismo, violenza sociale.
Non riguarda l’infedeltà, ma il crimine.
E prevede il pentimento.

Intervistatore:
E il 9:30? “I giudei dicono che Ezra è figlio di Dio… Li annienti Allah!”

Interlocutore:
È polemica profetica.
Linguaggio duro, non istruzione militare.
Come nei profeti biblici.

Intervistatore:
Dunque ammetti che il Corano è anche un testo violento.

Interlocutore:
È un testo duale.
Spada e misericordia convivono, come nella storia umana.
L’errore è leggerlo come un manifesto ideologico unico.

Ci fu una pausa.
Poi spostai il discorso dove sapevo sarebbe diventato più fragile.

Intervistatore:

Quando la teoria incontra la vita, il punto sensibile resta sempre la donna.
È lì che la Sharīʿa diventa visibile.

Interlocutore:
Perché la famiglia è il centro dell’ordine sociale.

Intervistatore:
O perché è il luogo dove l’ordine si difende.
Sura 4:34 — “Gli uomini sono preposti alle donne.”
Sura 4:11 — eredità dimezzata.
Sura 2:282 — due testimonianze femminili per una maschile.
Qui la differenza diventa norma.

Interlocutore:
Diventa responsabilità.
L’uomo sostiene economicamente la famiglia, la donna è protetta da quel peso.
La giustizia non è uguaglianza matematica.

Intervistatore:
Ma oggi molte donne sostengono economicamente le famiglie.
Il contesto è cambiato.

Interlocutore:
L’interpretazione può adattarsi. Esiste l’ijtihād.

Intervistatore:
Può, ma raramente lo fa.
Quando si arriva alla donna, l’interpretazione rallenta.
Come se lì si difendesse qualcosa di più della legge.

Interlocutore:
La continuità della comunità.
Ogni civiltà teme di perdere se stessa.

Intervistatore:
E la donna porta quel peso simbolico.

Lui non negò. Rimase in silenzio per un momento.

Intervistatore:
E allora l’Islam è una religione di pace?

Interlocutore:
Dipende da cosa intendi per pace.
Non assenza di conflitto, ma ordine giusto.
Il Corano non chiede bontà: chiede giustizia.
E la giustizia, talvolta, ha un volto duro.

Intervistatore:
E la dottrina dell’abrogazione? Il cosiddetto “versetto della spada”?

Interlocutore:
È una tecnica giuridica, non un dogma.
Serve a gestire norme nate in condizioni storiche diverse.
Il fondamentalismo l’ha trasformata in ideologia.

Intervistatore:
Chi decide oggi cosa resta valido?

Interlocutore:
Nessuno da solo.
Il conflitto non è nel testo, ma tra le sue interpretazioni.

Poi, quasi alla fine, ho fatto un’ultima domanda.
Una di quelle che sembrano marginali, ma scavano più di tutte le altre.

«È vero o non è vero che nel Corano compare la parola Israele — e non compare mai la parola Palestina

L’imam rimase in silenzio per qualche secondo.

«È vero,» disse.
«Israele è un nome spirituale: un patriarca, una stirpe.
Palestina non serviva nominarla.
Dio non ragiona in confini, ma in obbedienze.
La terra appartiene a chi segue la Sua legge.»

Poi aggiunse, con una voce più bassa:

«Nel libro che doveva unire, Israele esiste. Palestina non è mai nata.»

Epilogo

Il dialogo è avvenuto con un colto imam della comunità islamica lombarda, alla presenza di una mediatrice culturale. Chi conosce l’Islam nella mia regione non ha difficoltà a darne un nome. Io non lo farò. Quanto avete letto è stato registrato. Vi era consenso. È durato poco.

Mi ero preparato. Avevo studiato i versetti, le interpretazioni, le obiezioni possibili. Sapevo dove volevo arrivare e, soprattutto, dove non intendevo andare.
Non era una conversazione esplorativa, ma un percorso tracciato in anticipo. Non ho mai abbandonato quel sentiero. Non perché mancassero le parole, ma perché non servivano. Il senso di quell’incontro non era convincere né essere convinto, ma misurare una distanza. Non colmarla. Non addolcirla. Non fingere che fosse più corta di quanto sia. Le posizioni erano chiare. Coerenti. Inconciliabili.

Non esco da quell’incontro persuaso che l’Islam sia una religione pacifica. Al contrario. È una religione totalizzante, in cui fede e legge coincidono, e in cui la pace non è libertà, ma ordine. Un ordine che discende dall’alto, non si negozia, non ammette dissenso strutturale. Per l’Occidente moderno, la pace nasce dal dubbio, dal conflitto regolato, dall’imperfezione accettata. Qui nasce dalla certezza. Non è una colpa. È distanza.

Nel diritto islamico classico, il rapporto con chi non condivide la fede non è fondato sull’idea di pace definitiva (salām), ma su quella di tregua (ḥudna): un accordo temporaneo, giuridico, rinnovabile, che sospende il conflitto senza risolverlo. Da una parte, l’idea occidentale di convivenza: stabilità costruita sul pluralismo, sulla permanenza del dissenso, sulla legittimità dell’altro. Una concepisce la pace come coesistenza stabile tra differenze permanenti. L’altra come tregua temporanea, fondata sull’attesa. Attesa che il numero diventi massa, che la massa diventi forza, e che la forza produca un mondo esclusivamente islamico.

Nel diritto islamico classico: la pace permanente con l’infedeltà organizzata non è l’orizzonte; l’orizzonte è l’ordine giusto (ʿadl), non la pace; la ḥudna è strumentale, non morale. Per questo: non si fa la guerra santa contro cristiani o altri soggetti durante la ḥudna; non perché siano riconosciuti come pari, ma perché esiste un accordo giuridico temporaneo.

Non pace. Nota bene. Tregua.

16 marzo

Il martirio di san Teodoro Nestorović, vescovo ortodosso serbo 1594

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