La prima cosa che manca a Hong Kong, oggi, è il rumore.
Non i suoni – quelli ci sono ancora, amplificati – ma il rumore umano: la contraddizione, il contrasto, il disaccordo. C’è musica, ma non c’è più voce. C’è traffico, ma non c’è più caos.

I vecchi neon sono quasi spariti. Un tempo erano la pelle viva della città: insegne a calligrafia contorta, luci rosse, blu, verdi, che annunciavano ristoranti cantonesi, studi di medicina tradizionale, bordelli leggeri, sale da tè decadute. Oggi li hanno sostituiti con luci LED, fredde, pulite, efficienti. Non illuminano: sterilizzano.

Persino Mong Kok, un tempo il quartiere più denso e vibrante del mondo, è diventato un centro commerciale all’aperto. Tutto è stato normalizzato. Le bancarelle vendono gli stessi prodotti delle catene internazionali, solo più stretti. La gente cammina senza guardare in alto. Le uniche file sono per il bubble tea.

Nei cinema di Tsim Sha Tsui si proiettano commedie patriottiche della mainland. I film indipendenti sono finiti sottobanco. Un tempo c’era una piccola sala che proiettava Wong Kar-wai ogni mercoledì notte. Ora è diventata una galleria fotografica, con mostre di ponti, treni ad alta velocità, e ritratti ufficiali. I parchi sono ordinati. I mendicanti sono spariti. Anche gli anziani che danzavano il tai chi al mattino sembrano più rigidi, come se qualcuno avesse corretto i movimenti.

Il disarmo morale è più difficile da vedere, ma più devastante. Un tempo bastava dire “libertà” in una conversazione, e qualcuno ti ascoltava. Oggi non si dice più. Non perché sia vietato. Ma perché non serve. Le nuove generazioni parlano un misto di cinese semplificato e inglese aziendale. Nessuno chiede più “che pensi?”, ma solo “quanto vale?”. Nei ristoranti di Wan Chai, dove una volta sedevano intellettuali e giornalisti occidentali a discutere tra whisky e aneddoti imperiali, ora siedono manager della GBA – Greater Bay Area – a parlare di fintech, startup, tokenizzazione del patrimonio immobiliare. Parlano in mandarino. Pagano con codice QR.

Anche l’estetica si è ritirata. Un tempo Hong Kong aveva un senso innato per l’eleganza disordinata: tende storte, lavatrici sui balconi, sampan incrociati nelle acque del porto come haiku galleggianti. Ora c’è una nuova estetica: quella della sorveglianza. Tutto è ordinato per essere sorvegliato meglio.

Il Victoria Harbour è ancora lì, ma gli skyline sembrano finti. Le barche turistiche proiettano ologrammi di draghi danzanti. La Star Ferry è diventata una reliquia turistica. I traghetti veri vanno e tornano da Shenzhen, carichi di prodotti, investitori, sogni doganati. La gioventù non sogna più. O sogna in mandarino, con sottotitoli. I più svegli se ne sono andati. Gli altri si sono adattati. Alcuni insegnano inglese in scuole dove si censura Orwell. Altri vendono arte in gallerie che evitano il rosso e il nero. I pochi resistenti camminano lenti, mimetici, quasi invisibili. Portano auricolari senza musica. Hanno imparato il silenzio strategico. Scrivono lettere che non spediscono. Pubblicano storie sotto pseudonimi. Alcuni disegnano ancora, ma su carta giapponese, in piccolo formato, da tenere nel cassetto. Hong Kong non è diventata una città comunista. Né una città morta. È diventata una città in disarmo, dove tutto ciò che era eccessivo è stato rasato, contenuto, ricodificato. È il luogo perfetto per chi non vuole più essere disturbato. Ma anche per chi ha deciso di non disturbare mai più.

Dicono che Hong Kong non è morta. È stata archiviata. Come un manoscritto messo in quarantena. Queste sono solo cronache dal dopoguerra, scritte da qualcuno che è passato e ha ascoltato. Dicono che Hong Kong è tornata una città sicura. Questo dicono le brochure, i tabelloni pubblicitari della MTR, le voci basse nei corridoi delle università riconvertite. È tornata sicura come una camera sterile: nessun conflitto, nessun grido, nessuna malattia. Solo silenzio.

Lawrence Osborne, da flâneur lucidissimo, aveva intuito tutto nel suo On Java Road: la fine sarebbe stata morbida, quasi elegante. Niente carrarmati, nessun bagno di sangue. Solo un lento sfilacciarsi della realtà, un logorio della volontà. La città più rumorosa d’Asia è diventata un museo funzionale di se stessa. Il dopoguerra è qui, ma nessuno osa chiamarlo così.

Noi sappiamo dei dispersi, di chi è sepolto vivo e di chi ha venduto l’anima a Satana.

Sappiamo che Joshua Wong è in carcere. Non una grande notizia, ormai. Dopo le condanne per le proteste del 2019, e poi per l’organizzazione delle primarie democratiche, il suo volto è sparito dalle prime pagine. È stato trasferito più volte, sottoposto a isolamento, privato dei suoi libri. Ma continua a studiare, dicono. Scrive lettere con la calligrafia minuta di chi ha compreso l’attesa.
Qualcuno lo chiama ancora “il Mandarino di Dio”. Altri si chiedono se un giorno scriverà il suo De Profundis.

Sappiamo che Edward Leung, invece, è uscito. Ha scontato sei anni per “sommossa” — parola scelta con cura dal sistema. Vive in silenzio. Ha rinunciato alla politica, ma non al pensiero. Quando parla, è con tono basso e preciso. Non offre più slogan: solo domande. Nessuno sa dove sia esattamente. Forse nel nord della Cina. Forse in una biblioteca.
Quando gli hanno chiesto se Hong Kong sia ancora viva, ha risposto: “Sopravvivere non è vivere. Ma è un inizio.”

Sappiamo che Regina Ip è oggi Chief Secretary, seconda carica più potente della città. Appare sorridente nelle conferenze, parla di sviluppo, prosperità, infrastrutture. Non cita più Stanford, ma Deng Xiaoping. Ha difeso le leggi sulla sicurezza nazionale con tono materno. “Le persone hanno paura solo se hanno qualcosa da temere.” Ha un volto sereno. Forse troppo.

E poi di quelli che non hanno fatto notizia

Sappiamo che Yuki Tam, 24 anni, era studentessa di media e comunicazione. Aveva un account Instagram dove documentava la protesta come una performance collettiva: scatti poetici, volti coperti, neon e lacrimogeni. L’hanno fermata nel 2021 all’aeroporto. Non è partita. Ha perso la borsa di studio per Parigi.
Oggi lavora in un centro commerciale a Causeway Bay. Vende skincare coreani. Ha ancora l’iPhone pieno di video, ma li tiene criptati. Dice: “Ho imparato che l’estetica non basta.”

Sappiamo che Daniel Wong, invece, è scappato davvero. Ex studente di scienze politiche. Aveva tradotto Disobedience di Thoreau in cantonese, distribuito copie fotocopiate. Dopo l’arresto di due amici, è partito per Taiwan con un passaporto falso. Poi ha chiesto asilo in Canada. Ora lavora in una mensa universitaria a Ottawa. Scrive racconti brevi in inglese su un blog senza nome. Uno si intitola: The Country That Left Me.

Sappiamo che Jimmy Zhou 28 anni è scomparso e di lui non si sa più nulla da anni. Forse chi lo ha ucciso ha legato il suo corpo con corde di materiale sintetico che non si sono usurate. Il suo corpo dovrebbe essere ancora in fondo alla baia. Fritz parlava troppo quando beveva e era sempre il primo a scontrasi con la polizia. Di lui rimangono le ultime immagini dell’arresto, poi più nulla.

Sappiamo che Liu Mei, 60 anni, era bibliotecaria. Ha visto scomparire interi scaffali: Orwell, Arendt, Popper, e poi autori locali come Dung Kai-cheung. Si è licenziata. Ora lavora in una piccola libreria indipendente a Tai Po, che vende solo manga e riviste giapponesi. Ride, ma non troppo. Quando le chiedono cosa è successo a Hong Kong, risponde: “Niente. Come in un romanzo russo.”

Il quartiere di Sheung Wan è diventato elegante, neutro, compatibile. I bar hanno nomi nordici, i clienti usano VPN. Le canzoni di protesta sono diventate remix downtempo nei locali dove un tempo si cantava Glory to Hong Kong. Nel campus della Chinese University, l’ex scalinata dei messaggi post-it è stata rimbiancata. Nessuno ha cancellato: si è solo passato sopra. Una metafora che non ha bisogno di interpreti.

Chi ha potuto è fuggito. Secondo HK Watch, oltre 150.000 persone hanno lasciato la città dal 2020. Londra, Toronto, Brisbane, Berlino. Piccoli nuclei, memorie in esilio. Incontri nei parchi, nei supermercati asiatici. Si riconoscono dal tono: mai troppo alto, mai troppo fiducioso.

Coda – Una finestra su Victoria Peak

Un tempo, sul Victoria Peak c’era il cartello “Asia’s World City”. Ora c’è un QR code che rimanda all’app di tracciamento sanitaria. Nessuno si fotografa più lì. Non è vietato. Ma è come se lo fosse.

Nota del narratore:

Hong Kong non è morta. È stata archiviata. Come un manoscritto messo in quarantena. Queste sono solo cronache dal dopoguerra, scritte da qualcuno che è passato e ha ascoltato. Lì dove Lawrence Osborne lasciava la città sospesa tra whisky e metafisica, noi l’abbiamo ritrovata svuotata e splendente. Come certe stelle morte, che brillano ancora perché la luce ha tardato ad arrivare.

 

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