A Bangkok, le cose sono andate lisce. Il 23 settembre, nella sala principale del Thailand Cultural Centre, Beatrice Venezi ha diretto la Royal Bangkok Symphony Orchestra accanto a Plácido Domingo e Monica Conesa. Una serata di gala, biglietti tra i 3.500 e i 12.000 baht, quasi tutti esauriti. L’amico che ci ha mandato un messaggio da là ha scritto semplicemente: “È stato notevole, davvero eccellente.” Una frase breve, ma in Thailandia vale quanto un trattato.

Il pubblico internazionale era elegante, assorto, partecipe. Bangkok si conferma capitale asiatica della musica di prestigio, capace di accogliere una direttrice italiana, un tenore immortale, una giovane soprano. Un concerto costoso, sì, ma che ne valeva la pena: l’orchestra compatta, il carisma in sala, l’applauso finale.

Poi, come in un salto di montaggio, rientriamo in Italia. A Venezia, invece, la stessa bacchetta scatena proteste e volantini. Beatrice Venezi è stata nominata direttrice musicale della Fenice, e subito sono arrivate lettere di dissenso dagli orchestrali, petizioni online, spettatori che durante i concerti lanciavano fogli dai palchi con scritto: “La musica è arte, non intrattenimento.” La questione non è tecnica, o almeno non solo: è politica. Si discute del curriculum, dell’esperienza, dei rapporti con il governo, del padre ex Forza Nuova. Le accuse sono dure: “nomina politica”, “operazione d’immagine”. Le difese non meno nette: “talento internazionale”, “investimento sul futuro”, “attacco ingiusto”.

La bacchetta, in fondo, è il simbolo più chiaro del potere. Si alza e cala, e con un gesto silenzioso regola il respiro di cento persone. È un’autorità che si conquista, ma anche che si riceve. E qui sta il paradosso: a Bangkok, la musica basta a se stessa, il concerto è riuscito e applaudito. A Venezia, la musica diventa terreno di scontro, di identità e di politica.

Il paragone con la storia è inevitabile. Wilhelm Furtwängler, nel gennaio del 1945, dirigeva la Nona di Beethoven a Berlino, mentre le bombe cadevano e la città era già in rovina. Non era propaganda, non del tutto: era anche un tentativo di resistere, di tenere accesa un’idea di grandezza culturale mentre il Reich si sgretolava. Poi fuggì, lasciando ad altri l’“ultimo concerto” nell’aprile dello stesso anno, quando ormai Hitler era chiuso nel bunker.

E qui ripenso a quei giorni di Berlino, quando le luci dei bombardieri disegnavano nervi nel cielo notturno, e la città tremava sotto i colpi dell’aria. Immagina: uno spettro di lampeggi, esplosioni lontane, fari antiaerei che cercano veloci risposte al nemico invisibile. In mezzo a quel tumulto, in una sala concerti con le finestre chiuse e gli scuri serrati, l’orchestra si prepara — quasi come in un bunker di cultura — a esistere. La luce interna viene attenuata; pochi fasci sui legni, lampade sui leggii. Ogni nota ha il sapore del rischio.

In quei momenti, composizioni di Wagner, Beethoven o Brahms assumevano valore doppio: non semplici pagine musicali, ma bandiere interiori che resistevano al buio esterno. E l’atto di dirigere diventava un gesto di sovranità: «Io qui, con la mia bacchetta, comando un mondo che resiste alle bombe».

Beatrice Venezi a Bangkok: luci accese, applausi, pubblico estasiato. A Venezia: scuri politici, proteste dietro le quinte, domande pungenti su merito e potere. Nella musica – se si tratta realmente di arte e non di strategia – vorremmo vedere soltanto la luce del podio, non ombre di corridoi istituzionali.

Alla Fenice non servono bunker né incursioni aeree. Ma ogni volta che la politica entra nel podio, la musica rischia di restare in penombra. E allora viene da pensare che l’arte, più che difesa, abbia bisogno di aria e di luce: la stessa che a Bangkok ha illuminato una serata di musica senza retropensieri.

Post scriptum. Una bizzarria italiana

Nel frattempo, in patria, il concerto continua — ma la musica è stonata.
Il Fatto Quotidiano racconta che 124 abbonati su 2.300 hanno già disdetto il loro posto alla Fenice per protesta contro la nomina di Beatrice Venezi. Altro che “solo tre”, come aveva dichiarato con nonchalance il deputato Mollicone: cinque per cento di platea in fuga, e il sipario non è ancora alzato.

La lettera degli abbonati è cortese ma inequivocabile: “Con stupore e preoccupazione…” — traduzione simultanea dal veneziano: “avémo capìo tutto”.
A Roma sdrammatizzano, a Venezia si svuotano le poltrone. Il teatro che risorse dalle ceneri ora rischia di bruciare di nuovo, ma per autocombustione politica.

Così l’Italia riesce dove nemmeno Wagner avrebbe osato: trasformare una sinfonia in una mozione parlamentare, un direttore d’orchestra in un caso di Stato, e un abbonamento in un atto di resistenza civile.
Bangkok applaude. Venezia si divide. Roma ride.
E la Fenice, come sempre, arde — non per passione, ma per cattiva gestione del fuoco.

9 ottobre

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