Qualcuno ha deciso che l’orale della maturità è un abuso. Che trenta minuti davanti a una commissione siano un affronto alla libertà. Che uno studente, avendo già preso la sufficienza con lo scritto, possa decidere di non presentarsi all’orale e dire: “Mi basta così”. Succede in Italia, l’unico Paese dove anche il merito si vergogna di sé.

Il ministro Valditara ha promesso un rimedio: “Dall’anno prossimo chi farà il furbo sarà bocciato”. Ma il punto non è la legge. Il punto è il clima. L’aria sottile di una civiltà che ha smarrito il concetto stesso di prova, di selezione, di crescita attraverso il confronto.
Il punto è la nuova ideologia del non disturbate il mio fragile io. E allora io, senza esitazioni, sto dalla parte dei cinesi.

In Cina, l’esame di maturità si chiama Gaokao. Non è un test. È un rito. Non è una scocciatura. È una soglia. Dodici milioni di studenti ogni anno si giocano tutto in tre giorni. Niente lettere motivazionali, niente “creatività alternativa”. Solo conoscenza, disciplina, sforzo. Nel Gaokao non c’è spazio per la furbizia, e nemmeno per la scusa. È spietato, sì. Ma è vero. Perché la vita che verrà è spietata. La vita ti guarda in faccia e non ti chiede se ti sentivi pronto, se avevi l’ansia, se eri “troppo sensibile per essere valutato”. La vita, come il Gaokao, è un esame senza appello.

In Italia invece si insinua una pedagogia dell’autoindulgenza. I professori sono diventati counselor, i voti sono sospetti, la bocciatura è tabù. Tutto è una zona grigia, emotiva, trattabile. Il risultato? Ragazzi che si indignano perché devono parlare davanti a degli adulti. Genitori che scrivono lettere per giustificare l’assenza all’orale come fosse una visita medica. Una generazione che crede che bastare a sé stessi sia un diritto, non una conquista.

Abbiamo scambiato la pressione per una forma di violenza. Abbiamo dimenticato che senza pressione non nasce niente: né il diamante, né il coraggio.
Ciò che ci fa crescere, ciò che ci trasforma, è esattamente l’attraversare la soglia del disagio. L’essere chiamati a parlare, esporre, rischiare. Non per compiacere, ma per emergere. La scuola serve a fare questo. Non a proteggerti. A prepararti. Rifiutare l’orale non è un atto rivoluzionario. È un gesto piccolo-borghese travestito da rivendicazione. Il liceale che diserta l’orale perché “non mi va di essere giudicato” non è un eroe libertario. È un consumatore che ha deciso di non completare il pacchetto. È la deriva di una cultura che ha fatto del diritto al comfort il suo unico totem. Il vero ribelle è quello che si alza, si presenta, parla, anche se ha paura. Anche se non è perfetto. Anche se rischia.

Io non voglio che l’Italia diventi una replica di Pechino. Non auspico una pedagogia da campo d’addestramento. Ma se c’è un momento in cui bisogna essere un po’ cinesi, è proprio questo. Quando la scuola rinuncia al giudizio, condanna i suoi studenti alla menzogna. E li espone, prima o poi, al crollo.

Perché là fuori, nel mondo reale, nessuno ti chiederà come ti senti. Ti chiederanno cosa sai fare. E se non hai mai affrontato un esame vero, allora il primo vero esame sarà troppo. Troppo duro. Troppo tardi. Meglio un esame che una terapia. Meglio un orale oggi che uno psicologo domani.

Meglio il Gaokao che il gattopardismo. Meglio essere messi alla prova che restare a guardarsi allo specchio, aspettando che qualcuno ti confermi che vali.
Perché, a ben vedere, valere non è un diritto. È un percorso. E allora andate, sedetevi, parlate. Anche tremando.

L’orale non è un processo. È un inizio.

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