“Accidenti! E pensare che per i teorici del marxismo l’arte o era una forma di rivoluzione contro la borghesia oppure era da combattere. Poi vai a sbirciare tra i cachemire di Fausto Bertinotti e cosa ti trovi? Il top del pop.”
— Pierluigi Panza, Corriere della Sera, 3 luglio 2025
Il 2 luglio 2025, alla casa d’aste Finarte di Milano, vengono battute due serigrafie di Andy Warhol raffiguranti Mao Zedong. Aggiudicate per 106.000 e 80.000 euro, fanno parte della collezione privata di Fausto e Lella Bertinotti. Una collezione eterogenea e raffinata, tenuta per decenni nella loro casa romana, immortalata in una fotografia divenuta virale: un divano arancione, scaffali pieni di libri gramsciani e i tre Mao psichedelici sopra la testa, come santi laici.
La scena è perfetta: un ex leader della sinistra radicale italiana, teorico del comunismo elegante, vende in un’asta milanese l’opera pop per eccellenza sul dittatore comunista per eccellenza — con rilanci a cinque zeri da parte di collezionisti internazionali.
Il cortocircuito è servito. Ma non è tutto.
Quei Mao, in realtà, erano un regalo. Donati anni prima dalla coppia di amici Mario D’Urso e Marina Ripa di Meana, come gesto di affetto e buon gusto. Nessuna provocazione: solo il piacere estetico della Pop Art. “Erano bellissimi,” dichiarò poi Bertinotti.
Un paradosso? No: una conferma definitiva di ciò che Andy Warhol aveva intuito più di mezzo secolo prima. Che Mao era già diventato immagine, e dunque merce, e dunque icona. Come Marilyn. Come Liz Taylor. Come una lattina Campbell’s.
“In Cina non c’erano pubblicità,” disse Warhol nel 1972. “Solo Mao. Era il McDonald’s locale.”
L’asta di Bertinotti è il compimento della profezia di Warhol. Il comunismo diventa collezione e la rivoluzione si appende al muro.
Da qui – un fatto di cronaca – ha inizio la nostra storia.
Nel 1972, mentre il presidente Richard Nixon stringeva la mano a Mao Zedong a Pechino, Andy Warhol era a New York, immerso nella Factory, e già meditava un gesto che avrebbe unito arte, politica e provocazione. Con il suo consueto sguardo da alchimista dell’immagine, Warhol capì che quel volto — imponente, rigido, onnipresente — stampato su milioni di copie del Libretto Rosso, poteva essere l’icona perfetta per il nuovo corso della sua arte.
Fino ad allora, Warhol aveva immortalato attrici, scatole di zuppa, incidenti stradali e disastri aerei. Aveva giocato con la ripetizione meccanica, con il glamour e con la morte. Ma ora si voltava verso la politica globale come spettacolo di massa. Non più Marilyn Monroe o Elvis Presley: Mao Zedong era il nuovo volto del potere — e, quindi, della celebrità.
“Se Mao era l’unica immagine possibile, allora Mao era pop.” disse Warhol
Con la sua mossa, Warhol democratizzava il culto della personalità, trasformandolo in superficie, colore, iterazione. I suoi ritratti di Mao, con rossetto, ombretto e colori saturi, confondono l’ideologia con la cosmesi. In alcune versioni, Mao appare come una drag queen che guarda severa lo spettatore.
Quando gli chiesero il perché, Warhol rispose:
“Sembrava già truccato nella foto originale.”
In realtà, era molto più di una battuta: era un’operazione concettuale sulla maschera del potere. Il dittatore comunista si faceva pop-icon, non per scherno ma per rivelazione. Per Warhol, celebrity e autorità erano la stessa cosa. Bastava lo sguardo e una buona stampa.
La serie Mao venne realizzata nel 1972-73: 10 serigrafie su carta (tiratura di 250 esemplari), oltre a numerose versioni su tela, alcune delle quali monumentali. L’immagine di partenza — la celebre foto ufficiale tratta dal Libretto Rosso — venne manipolata con pennellate irriverenti e colori psichedelici.
Il risultato fu folgorante: il dittatore come prodotto, l’ideologia come packaging, la rivoluzione come arte da salotto.
La prima mostra della serie suscitò scandalo e attrazione. Alcuni critici accusarono Warhol di banalizzare la tragedia, altri videro nel gesto un atto postmoderno di smascheramento. L’artista, come al solito, si limitava a sorridere. Quando un collezionista gli chiese se volesse visitare la Cina, rispose:
“No, grazie. L’ho già sepolto nella serigrafia.”
Ma nel 1982 ci andò davvero, camminando in silenzio intorno alla Città Proibita. Un giornalista lo seguiva. Alla domanda: “Visiterai la tomba di Mao?”, rispose con freddezza:
“No. Preferisco la mia versione.”
Dietro ogni stampa di Mao ci sono episodi illuminanti, piccoli lampi di verità.
In alcune versioni, Warhol truccò Mao come una star hollywoodiana. Una forma di profanazione? O di rivelazione?
“Se Mao avesse saputo di apparire così in un salotto borghese di New York,” disse un amico dell’artista, “avrebbe ordinato un bombardamento.”
Nel 1974, un giovane attivista entrò in una galleria, indignato. Protestò contro la “mercificazione del comunismo”. Un gallerista gli disse:
“Ma è arte rivoluzionaria! Compra un Mao e supporta la causa.”
Il ragazzo abboccò. Comprò una stampa da $400.
Oggi vale oltre $200.000.
Nel 1982 si pensò di regalare a Deng Xiaoping un Mao di Warhol. L’ambasciata cinese rispose:
“È una caricatura irrispettosa. Rifiutiamo.”
Warhol, informato, replicò:
“Peccato. Avrebbe potuto farsi un selfie con Mao.”
Negli ultimi anni, i collezionisti asiatici hanno riabilitato Warhol come interprete “esterno ma acuto” della transizione cinese. Il suo Mao è ormai considerato una lente storica sul XX secolo, oltre che una scommessa sicura nel mercato dell’arte
Warhol trasformò il leader di una rivoluzione violenta nel protagonista silenzioso di un’epoca colorata, commerciale, ossessiva. In questo, fu non solo artista, ma cronista secolare della fine delle ideologie.
Il suo Mao non è una caricatura, né un elogio. È una superficie, un loop visivo, un esercizio di ripetizione che svuota il potere per rivelarne la natura mediatica.
E come sempre, Warhol lasciava che fosse il pubblico a concludere:
“Non so se è arte politica o pubblicità. Ma è arte. E Mao era già famoso.”
Valutazioni attuali (2025)
- Serigrafia su carta, 1972, edizione di 250:
Tra $150.000 e $300.000. - Tele di grande formato, uniche:
Tra $5 milioni e $12 milioni.
Record: $12,6 milioni (Sotheby’s Hong Kong, 2017).



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Post Scriptum (lettera aperta a Fausto Bertinotti)
Il tempo di far leggere l’articolo a un amico, e subito nasce l’idea: una lettera aperta a Fausto Bertinotti.
Francesco, l’amico in questione, fu incendiario da gioventù. Ora è “sinistro quanto basta”, come dice lui stesso, per restare rancoroso con dignità.
Doveroso, allora, mettersi al servizio della sua coerenza, del sole dell’avvenire e di un gruppo di compagni.
Caro Fausto,
ti scriviamo con rispetto, affetto e un filo d’ironia.
L’inchiostro oggi è vermiglio, come il nostro cuore e la nostra bandiera.
Abbiamo letto della splendida asta milanese in cui i tuoi due Mao di Warhol, ricevuti in dono da Mario D’Urso e custoditi per anni sopra il tuo celebre divano arancione, sono stati battuti per la bellezza di 186.000 euro.
Un’ottima operazione. Easy money, ha detto qualcuno.
E d’altronde: cos’è il pop, se non trasformare l’ideologia in bellezza commerciabile?
Tu, lo sappiamo, non hai bisogno di quei soldi. Hai servito le istituzioni, rappresentato la sinistra, ricevi la sontuosa pensione che ti spetta.
Ma forse proprio per questo — per la tua storia, per i tuoi anni nei movimenti, per quella coerenza estetica che ti ha sempre distinto — ci permettiamo un pensiero.
C’è chi ha bisogno.
A Taranto, quasi quattromila lavoratori dell’ex Ilva sono in cassa integrazione.
Altri aspettano soluzioni che non arrivano.
È una crisi vera, concreta, rovinosa.
Una di quelle in cui, una volta, si sarebbero organizzati presìdi, scioperi e assemblee in fabbrica.
Oggi invece — magari — basterebbe un gesto.
Un piccolo fondo. Una donazione simbolica. Un’azione visibile.
Mao restituito alla classe operaia.
Il Warhol borghese riconvertito in solidarietà concreta.
Niente di moralistico. Solo una splendida occasione per trasformare un’icona in coscienza, un plusvalore in comunità.
Sarebbe magnifico.
Sarebbe utile.
Sarebbe, forse, la tua opera più bella.
Con stima,
Francesco
e i vecchi compagni della Conchetta