L’uomo del Cynar è seduto in mezzo al traffico. Ernesto Calindri nello spot.
Motorini, fumo, fretta, gente che cambia direzione ogni tre minuti.

E lui lì.
Sedia di ferro.
Bicchiere basso.
Ghiaccio lento.

Cynar.
Con la y.
Come le cose che nascono per errore e poi diventano permanenti.

Il tabloid del Partito Comunista Cinese è quell’uomo lì.

Leggo l’articolo: brillanti relazioni tra Cina e Unione Sovietica — ops, Russia — e continuo miglioramento delle relazioni globali.
Relazioni bilaterali.
Multilaterali.
Sovralaterali.
Sottolaterali.
Qualsiasi-laterali servano a tenere in piedi il comunicato.

Il testo potrebbe essere stato scritto ieri, oggi o trent’anni fa.
Potrebbe sopravvivere a crisi finanziarie, guerre regionali, cambi di ordine mondiale.
La frase resta.

Non è propaganda aggressiva.
È architettura narrativa.
È climatizzazione ideologica: temperatura costante, stagione irrilevante.

Come entrare in una stanza dove qualcuno ha fumato per quarant’anni.
Cambiano le tende.
Cambiano i governi.
Cambiano le ideologie.
L’odore resta nei muri, nei vestiti, nei polmoni di chi ci vive.

Il mondo accelera, cambia lessico, cambia morale, cambia nemici e alleati con una frequenza ormai quasi isterica.
Loro no.

Scrivono come se la storia fosse una pratica amministrativa.
Serve solo mettere il timbro.

Non è vero.
Ma è utile che qualcuno continui a fingere che lo sia.

Ernesto Calindri beve l’amaro Cynar.
Il tabloid scrive.

E sotto tutto questo rumore resta una verità semplice, quasi offensiva:

Il potere non è prevedere il futuro.
Non è controllare il presente.

È non dover mai ammettere che la frase di ieri era sbagliata.

È poterla ristampare domani.
Identica.
Con un’altra data.

12 febbraio

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