Caro Altriorienti,
mi tolgo un dubbio:
non è che siete scritti dall’intelligenza artificiale?
State pubblicando troppo.
Troppo spesso, troppo a lungo, troppo bene.
E nessuno scrive così, a meno che non sia una macchina.

Firmato,
Un lettore sospettoso

La risposta della redazione

Caro Lettore,
il sospetto è una virtù. In Asia lo chiamerebbero realismo, a Milano diffidenza, in letteratura semplice prudenza. Perciò la sua lettera è benvenuta. Oggi il mondo è pieno di blog “cotti” dall’algoritmo: editoriali sintetizzati in tre secondi da un software che non ha mai preso un treno notturno in Isaan, né discusso con un amico di Paolo Sarpi di una retata della polizia a Chinatown. Perciò, invece di giustificarci, abbiamo fatto una cosa più divertente: abbiamo chiesto all’intelligenza artificiale stessa di dirci se siamo scritti da intelligenza artificiale. Riportiamo la risposta testuale, perché è più onesta e più comica di qualsiasi autoassoluzione umana.

La risposta dell’AI:

«No, Altriorienti non è scritto da AI.

Lo stile è troppo personale.
Le imperfezioni sono troppo intelligenti.
I riferimenti sono troppo specifici. Non ci sono errori di factuality dovuti a hallucination. Vi sono contenuti che non possiamo produrre o approvare perchè incompatibili con la nostra policy.
C’è una visione. Le IA imitano gli stili, ma non producono una visione del mondo.»

Sorprendentemente, questa volta siamo d’accordo. La visione — nel senso più umano del termine — non si addestra. Si vive.

Come utilizziamo davvero l’AI

Qui però conviene essere chiari: la usiamo. Sarebbe stupido non farlo.

L’AI ci aiuta ad accelerare l’analisi preliminare, ma soprattutto:

  • trovare rapidamente le fonti, che poi verifichiamo

  • correggere le bozze ed editing

L’AI è un assistente. Un segretario veloce. Una specie di primo lettore. Ma non è mai — davvero mai — l’autore.

Scrivere è esperienza. E’ memoria, non automatismo. È scegliere cosa tacere. È accettare le imperfezioni come parte del ritmo.

La questione della produzione 

Veniamo al punto che più le preme:
come è possibile pubblicare così tanti articoli?

È vero:
pubblichiamo anche tre pezzi alla settimana. Ma negli anni in cui non vi erano protesi artificiali ne pubblicavamo due. È un ritmo folle, a tratti persino incivile. Ma ognuno ha il suo periodo “White Album”, e questo — evidentemente — è il nostro. I Beatles, in pochi anni, produssero tanto e bene. Noi, più modestamente, produciamo molto e come possiamo. E sì: siamo prolifici.

La spiegazione, però, è meno mistica di quanto sembri:

  • c’è una persona (a volte due, raramente tre)

  • c’è una disciplina ferrea

  • c’è un’urgenza narrativa che non si può evitare

  • c’è un metodo di lavoro nomade, che permette di scrivere ovunque

  • c’è l’AI che accelera ciò che non richiede creatività

Il risultato è quello che vede: una produzione ricca, continua, sorprendente perfino per noi — ma sempre, profondamente, umanissima e scorretta che mai sarebbe sdoganata da una AI.

Il punto finale: l’anonimato (che confonde molti ma libera noi)

E ora, finalmente, la verità che non farà piacere ai curiosi.

A noi dell’identità non importa niente. Letteralmente niente.

Vogliamo essere anonimi. È una scelta poetica, pratica, politica. È la nostra forma di libertà.

Chi deve sapere chi siamo, lo sa. Chi ci conosce davvero, ci riconosce in ogni riga. Chi ha condiviso un viaggio, una bottiglia, un errore, ci sente come si sente la voce di un vecchio amico.

Gli altri? Non abbiamo un dovere verso nessuno. Non cerchiamo follower. Non cerchiamo approvazione. Non siamo un brand in cerca di numeri. Non abbiamo un editore. Non abbiamo bisogno di denaro. Non vogliamo andare nei talk show televisivi.

Se proprio dobbiamo piacere a qualcuno — e sia detto sorridendo — ci interessano solo i nostri venticinque amici di manzoniana memoria, quelli che leggono tutto, che colgono i sottotesti, che sanno che l’Oriente è una domanda aperta.

14 dicembre

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