I – Il caldo, gli elefanti e il catenaccio
“Mi parve di rivedere Annibale, ma era un portiere birmano.”
Arrivato a Bangkok mi trovai sudato come in un meriggio estivo sul Po. Era il 1972 e nessuno mi aspettava. Nessuno tranne una cappa umida e vischiosa che sembrava uscita da una cucina industriale. Appena messo piede fuori dall’aereo, il mio cervello lombardo si ribellò al tropico. Il mio corpo, invece, accettò il supplizio con rassegnata dignità contadina. La stessa con cui, la mia schiatta, accetta le giornate in campagna.
Avevo una giacca troppo pesante, una camicia sbagliata e due valigie di pelle. Il Giorno mi aveva spedito là con una motivazione vaga, degna di una guerra coloniale: “Copri la King’s Cup, se esiste.” Era l’Asia. Era calcio.
Lo stadio Rajamangala ancora non esisteva. Si giocava in impianti improvvisati, con tribune in ferro battuto ed asse di legno e i raccattapalle che parevano pescatori di rane. Il campo sapeva di una risaia appena asciugata. Gli spalti si riempivano di gente silenziosa e cortese, che mangiava spiedini dolci e si metteva le mani giunte quando qualcuno segnava. Mancavano solo gli elefanti. Poi però arrivarono anche quelli: ne vidi due nel parcheggio, addobbati con fiori e piccole bandiere. Uno dei due, a un certo punto, fece la pipì con la solennità di un battesimo pagano.
Dormivo al Siam Intercontinental, hotel per diplomatici in disarmo, con l’aria condizionata rotta e il minibar pieno di birre Tiger calde come un termos da camionista. Al mattino mi svegliavano i richiami gutturali degli uccelli e i clacson delle risciò motorizzate. Il tè era debole. Il caffè era peggio. Ma la vista era bella: alberi enormi e palme che sembravano archi gotici inclinati, come se la natura avesse studiato Bramante e poi avesse deciso di fare a modo suo. Pare che architetti lombardi e ticinesi, che poi siamo la stessa schiatta, abbiano costruito la Bangkok dei parlamenti e del palazzo reale.
Fu in quel contesto che assistetti alla mia prima partita del torneo: Thailandia contro Corea del Sud. Uno scontro diseguale, come se una squadra fosse allenata da un bonzo e l’altra da un colonnello di cavalleria. I thailandesi giocavano larghi, pigri, lenti ed eleganti, con passaggi che parevano danze. I coreani invece mordevano le caviglie. Precisi. Lineari. Compatti. Una squadra seria e sorella di quella del dentista Pak doo ik che ci ha infilzato sei anni fa all’Ayresome park. Troppo seria per vincere simpatie, ma abbastanza seria da vincere.
Il primo gol arrivò al 27’, con un tiro dalla distanza che bucò il portiere thailandese. Ma il pubblico non si scoraggiò: applaudì lo stesso. Forse applaudivano il gesto in sé, o l’idea di averci provato. Mi domandai se fosse questo l’Oriente: non vincere, ma fare la figura onorevole del perdente bello.
Dopo la partita, mi ritrovai a bere whisky locale con un colonnello thailandese con i baffi alla Salvador Dali. Mi disse, con un sorriso triste:
“Qui il calcio serve alla disciplina. Non a vincere.”
Gli risposi:
“Da noi serve alla bestemmia. E neanche vinciamo più.”
Ci capimmo. Due mondi lontani, uniti dal pallone e dalla fatica di esistere.
Quella notte, tornando in albergo, vidi un gruppo di ragazzini giocare a pallone scalzi sotto una pioggia leggera. Il pallone era sgonfio. Una rete alta un metro e mezzo e linee tracciate per terra con un gesso sull’asfalto bagnato. Pallavolo con i piedi e rovesciate da campioni. Ma ridevano come se stessero giocando la finale di Coppa dei Campioni.
E forse, in un certo senso, lo stavano facendo.
II – Il samurai e il centravanti: Giappone–Birmania sotto il monsone
“Vidi la pioggia cadere come piangeva Brera da piccolo: senza un lamento, ma con grande dignità.”
A Bangkok la pioggia non arriva: discende. Non cade. precipita verticale, geometrica, precisa. Ogni goccia è un colpo d’ariete. Quando il monsone arriva sul campo, il campo non protesta. Si lascia fare e s’innonda. E anche gli spettatori, come i monaci nei templi, restano lì, fermi, sereni. Si bagnano con la calma di chi ha capito che nulla si può controllare, né il tempo, né il punteggio, né l’umidità che si infila nelle mutande come un pensiero impuro.
La partita in programma è Giappone–Birmania, seconda giornata della King’s Cup, torneo asiatico che ha più l’aria di un’alleanza spirituale che di una competizione sportiva. Gli spalti sono un mosaico di ombrelli colorati, tuniche, camicie sintetiche e bambini appollaiati sulle ginocchia dei nonni. Dietro di me, tre monaci in zafferano tengono in mano una banconota piegata quattro volte e si scambiano sguardi da scommettitori. Scommettono sul primo gol, con la calma di chi ha visto l’impermanenza dell’universo e ha deciso comunque di puntare.
Io non parlo il loro idioma, ma so annuire con saggezza. Uno mi guarda, dice qualcosa. Io, per non sfigurare, rispondo “Meazza”. Funziona.
I giapponesi entrano in campo in fila indiana. Sembrano scolaretti. Ma si muovono con un’armonia quasi soprannaturale. Nessun gesto superfluo. Nessuna protesta. La loro manovra è una calligrafia. I passaggi sono pennellate. Il mediano arretra di tre metri solo per poter vedere meglio l’azione, Epeo d’Oriente. Il loro numero 5 è un difensore centrale magro, col mento alto e la schiena dritta. Lo battezzo subito: “il samurai del pallone.”
Non urla. Non scivola. Non entra mai in scivolata. Ma arriva sempre un secondo prima. Anticipa ogni pallone con la modestia del giardiniere zen che rastrella sabbia nel tempio. Non alza mai lo sguardo, perché lo sguardo ce l’ha già dentro.
Ogni tanto mi viene da piangere, ma tengo duro. Giornalismo, dopotutto.
La Birmania, al contrario, gioca come se stesse cercando qualcosa che ha perso da tempo. Ogni azione è una rincorsa. I loro passaggi sono sbilenchi, ma pieni d’anima. I dribbling sono disordinati, ma ispirati. Sembrano una banda di amici in vacanza, ma quando partono in contropiede mettono paura. Il fango pare una condizione naturale che non spaventa nessuno.
Il loro centravanti, Khin Maung Win, è un fenomeno fuori posto. Alto, storto, con una coscia fasciata e la corsa di un contadino ubriaco. Ma quando tocca palla, il tempo si ferma. Il primo tiro lo spara in curva. Il secondo colpisce il palo. Il terzo, al 38’, entra. È un gol brutto, storto, sporco. Una carambola di tibia, fango e pioggia. Ma è un gol vero, e vale come la liberazione di un paese.
Il pubblico salta. I monaci si stringono le vesti. Uno mi guarda come a dire: hai visto?
Ho visto. I giapponesi non si scompongono. Si sistemano le maglie, si guardano, e ripartono. Senza ansia. Senza rabbia. Come un’orchestra da camera che ha sbagliato un attacco e riprende dal rigo giusto. Al 71’, punizione dal limite. Il numero 10, uno smilzo con le sopracciglia perfette, calcia a effetto sotto la traversa. Il portiere birmano si allunga, ma arriva tardi. Povero lui. Gol. 1–1.
Ma la reazione dei birmani non è furiosa. È silenziosa. Accettano. Si rimettono in riga. E continuano.
La partita finisce senza vincitori né vinti. Ma con due scuole di pensiero che si inchinano l’una all’altra senza parlare. Il Giappone ha l’ordine. La Birmania, il disordine ispirato. Il calcio, lì in mezzo, trova il suo significato più puro: non vincere, ma essere visti.
Tornando in albergo, passo davanti a un baracchino che vende noodle e musica triste. Siedo su uno sgabello e ordino qualcosa che non so cos’è. Il ragazzo che cucina mi chiede da dove vengo. Gli dico “Italia, Meazza, Riva, Mazzola.” Sorride. Mi fa un cenno con la testa. Poi guarda la pioggia.
Anche lui ha visto la partita, credo. E anche lui sa che certe cose non vanno spiegate. Solo digerite. Come un pasto notturno dopo una partita perfetta.
III – Una birra con il selezionatore di Singapore
“Ogni squadra è lo specchio di un popolo. Ma a volte lo specchio è rotto, e si gioca lo stesso.”
C’è una categoria speciale di squadre, quelle che non hanno nulla da vincere e tutto da dimostrare. Singapore, alla King’s Cup del ’72, era esattamente questo: una nazionale a metà, né carne né pesce, una spedizione in calzoncini corti che pareva messa insieme all’ultimo minuto da un funzionario delle poste in crisi matrimoniale.
Giocavano alle sei del pomeriggio, in un campo secondario ai margini di Bangkok, tra una scuola elementare e un edificio governativo diroccato. In tribuna, oltre a me, c’erano due venditori di cocco, un cane zoppo, e una coppia di missionari americani che mangiavano popcorn come fosse baseball.
Ma io — che ho visto la Pro Patria battere la Juventus nella nebbia e conosco il valore delle partite che nessuno guarda — mi sedetti in prima fila. Pronto a prendere appunti su Singapore-Malesia, partita senza pronostico, senza storia, e senza giornalisti. Tranne me.
La squadra di Singapore era un mosaico stinto: maglie rosse sbiadite, numeri scoloriti, calzettoni spaiati. Il portiere indossava una felpa grigia con un buco sotto l’ascella. Il centravanti pareva un libraio. Il terzino sinistro era grasso, ma mobile. L’ala destra somigliava per movenze a Domenghini ma al rallentì. Il mediano era un’inglese che faceva il dirittore di sala in albergo. C’erano sei riserve, un massaggiatore che faceva anche da assistente tecnico, e un ragazzo in borghese — pareva un commesso — che teneva il cronometro e gridava “pressing” senza convinzione.
Eppure, giocavano.
Non bene. Non male. Giocavano e basta. Come se giocare fosse già una forma di identità, un atto di presenza nel mondo.
Il primo tempo finì 0–0. La Malesia dominava, ma non segnava. Singapore si chiudeva, arrancava, resisteva. A un certo punto, il mediano si accasciò per crampi. Nessuno aveva una barella. Lo portarono fuori in due, con la grazia di chi trasporta un parente ubriaco dopo un funerale.
A fine partita, mentre sorseggiavo un caffè annacquato nella veranda dell’albergo Dusit Thani davanti ad un bel parco, mi si avvicinò un uomo alto, magro, vestito con pantaloni kaki e una camicia bianca stirata male.
“Lei è Gianni Brera?”
Lo guardo. “In parte. Dipende da quanto whisky ha bevuto.”
Ride. Poi si presenta: Allenatore della nazionale di Singapore. Nessun nome. Solo il titolo. Mi invita a bere una birra. Accetto. Perché il giornalista che rifiuta una birra è un moralista travestito da cronista. Ha imparato l’italiano a Roma, la capitale monumentale del Lazio, studiando Michelangelo Merisi, lombardo di Caravaggio, bassa bergamasca.
Seduti al “Lido Lounge”, locale per diplomatici scontenti e cacciatori di farfalle tropicali, parliamo di calcio. Ma non solo. Parliamo di identità, di dignità, e di piccoli popoli che non vogliono sparire nel rumore del mondo.
“I miei giocatori non sono professionisti. Due sono impiegati. Uno lavora in banca. Uno vende scarpe ed abbiamo Johnson, l’inglese naturalizzato.”
“Perché giocano?”
“Perché qualcuno deve pur dire: esistiamo.”
“E voi cosa volete?”
“Un pareggio. Una partita intera senza prendere troppi gol. Forse un applauso. Ma quello è già lusso.”
Beviamo in silenzio. La birra è calda, come sempre a Bangkok. Lui accende una sigaretta ed io armeggio con la mia pipa Savinelli. Mi racconta di come si allenano nei parcheggi, nei cortili delle scuole. Di come usano scarpe regalate dai giapponesi. Di come manchi tutto: fondi, strutture, pubblico.
“Ma abbiamo una bandiera. E a volte, quella basta.”
Mentre parla, lo guardo. Non è un grande allenatore. Ma è un uomo che ha capito qualcosa che da noi, in Italia, non si capisce più: che il calcio non è per vincere, è per esserci. Per farsi vedere. Per dimostrare, anche solo per novanta minuti, di valere uno spazio nel mondo.
Da noi, se perdi due partite, ti licenziano. Se ne pareggi tre, ti sputano. Qui, se pareggi una, ti ringraziano.
Mi saluta con un inchino sobrio, quasi marziale.
“Grazie per averci visti. Di solito nessuno guarda.”
Gli rispondo:
“Io guardo anche i mediani storti che sanno marcare l’aria. Figuriamoci voi.”
Torno a piedi verso l’hotel. Bangkok pulsa, suda, ride. Sotto una tenda, alcuni ragazzi giocano a carte. Passa una donna con una risata stonata e bellissima. Un taxi mi suona. Non lo prendo.
Penso che forse la vera bellezza del calcio sta in chi lo gioca sapendo che non vincerà mai.
E che, ogni tanto, è giusto sedersi accanto a chi gioca così.
IV – Il portiere laotiano e il mistero del rigore negato
“In certe partite il tempo non passa, non segna e non fischia. Ma qualcosa succede lo stesso.”
Era domenica. Non lo diceva il calendario, lo diceva l’aria: pesante, sospesa, intorpidita come una sbornia lasciata a metà. Bangkok sembrava in apnea. La città si era infilata sotto la superficie di un caldo afoso e lattiginoso, il genere di caldo che ti spegne i pensieri e ti lascia vivo per dispetto. Era il giorno di Laos–Malesia, una partita senza storia, senza giornalisti, senza nemmeno l’onore della locandina stampata bene.
Ma io c’ero. Perché, come mi insegnò una volta un vecchio stopper della Solbiatese:
“Quando non c’è niente da vedere, è lì che succede qualcosa.”
Il Laos arrivò per primo. Maglie azzurrine scolorite, pantaloncini bianchi lisi, volti magri e silenziosi. Camminavano come monaci in gita scolastica, senza fretta, come se il fischio d’inizio fosse un’opinione. In coda al gruppo, il portiere. Non aveva guanti. Non aveva scarpini. Giocava scalzo.
Lo osservai con la precisione ossessiva con cui si osserva chi è fuori categoria. Si chiamava Phommasane, aveva più anni della sua età e meno parole del necessario. Una bandana rossa gli fermava i capelli neri e unti. Gli occhi erano fermi, ma non spenti. Aveva lo sguardo di chi ha già visto il peggio e ne è uscito, anche se scalzo.
Quando prese posto tra i pali, non fece alcun gesto di riscaldamento. Si limitò a posare le mani sulle ginocchia, a inspirare profondamente, e a guardare davanti a sé come un saggio che contempla l’ineluttabile.
Il gioco fu brutto. Lento. Irregolare. Le due squadre si affrontavano con movimenti stentati, più difensivi per istinto che per strategia. Sembrava una recita scolastica su un campo di patate. I malesi attaccavano con più convinzione, ma senza costrutto. Il loro numero 9, un’ala nervosa e slanciata, provava ogni tanto l’affondo come un toro spaventato.
Phommasane, il portiere scalzo, stava. Non “giocava”: stava. Ogni volta che la palla si avvicinava, respirava. Ogni parata era preceduta da un piccolo silenzio interiore. Fermava la palla e poi la abbracciava, come si abbraccia un cane randagio.
Al 44’ salvò il risultato con una deviazione di tibia che sfidava ogni geometria. Il pallone gli rimbalzò addosso e volò sopra la traversa. Il pubblico applaudì piano. Il raccattapalle si inchinò. Phommasane rimase immobile, con le braccia lungo i fianchi.
Secondo tempo. Il caldo aumentava. Il pubblico si era assopito in uno stato intermedio tra la veglia e la trance. Al 73’, una discesa malese sulla destra, un contrasto in area, una caduta spettacolare: rigore.
L’arbitro, uno spilungone cingalese con l’aria di chi ha sempre fretta, fischiò con decisione. Il pubblico mormorò. Il difensore laotiano non protestò, povero lui moderno Tersite. Il portiere scalzo non si mosse.
Phommasane si inginocchiò davanti alla porta. Non per pregare. Per contemplare. Si tolse la bandana e la strinse tra le mani. L’arbitro si avvicinò al dischetto, posò il pallone. Poi guardò il cielo. Poi guardò il portiere. Poi guardò il pallone.
E poi, cancellò il rigore.
Senza spiegazioni. Fischio secco. Gesto netto. Rimessa dal fondo.
Il pubblico rimase in silenzio. Il rigorista abbassò la testa. Nessuno protestò. Nessuno. Come se tutti sapessero che quel rigore non doveva esistere.
La partita finì 0–0. Nessuno applaudì. Nessuno esultò. I giocatori si strinsero le mani con delicatezza. Io rimasi seduto, inebetito. Poi mi mossi. Dovevo trovare Phommasane.
Lo vidi mezz’ora dopo, seduto su una sedia di plastica dietro una rete metallica, a massaggiarsi i piedi nudi con olio di cocco. Nessuno gli parlava. Nessuno lo disturbava. Mi avvicinai.
“Hai parato un rigore che non è stato tirato.”
Lui sollevò lo sguardo e rispose:
“Era una palla triste. Non voleva entrare.”
Quella sera scrissi la cronaca con un bicchiere di whisky a metà e una lucertola che mi osservava dal soffitto. Intitolai il pezzo:
“Il giorno in cui il calcio ricordò di avere un’anima.”
Non lo pubblicarono mai. E forse avevano ragione. Era troppo poco evento. Troppo poco risultato. Troppo silenzio.
Ma io lo scrissi lo stesso. Perché alcune partite non vanno raccontate per gli altri. Vanno scritte per sé.
E anche questo, per quanto anacronistico, è ancora giornalismo.
V – Congedo da Bangkok, e l’elogio del calcio inutile
“Dall’Asia non portai via risultati, ma profumi, piedi scalzi e il senso ultimo della sconfitta: quella che non fa male.”
L’ultima mattina a Bangkok la passai a guardare i gechi sul soffitto della mia stanza d’albergo, immobili come sentinelle silenziose. Fuori, la città già ribolliva: clacson, motorini, tamburi, odore di zuppe e incenso. Una città che non chiede scusa, nemmeno al tuo fegato. L’umidità entrava dalle persiane come un ladro. Zanzare tanto indolenti da non volerti pungere. Avevo la valigia pronta, ma nessuna voglia di andarmene. E lo capii proprio allora: l’Oriente ti rimane attaccato anche quando non lo hai capito.
Scendevo per colazione — caffè molle, toast freddo, mango perfetto mi dicono ma non oso — e già lo sentivo: l’aria del congedo. Una specie di malinconia che da noi, in Italia, si riserva solo alle domeniche senza partite
La finale della King’s Cup si giocò quello stesso giorno: Thailandia contro Corea del Sud. I padroni di casa contro i più efficienti del torneo. L’eleganza del gesto contro la precisione della geometria. Due modi di stare al mondo.
Lo stadio era colmo. I tamburi battevano come cuori scomposti. I thailandesi entrarono in campo con fiori al collo, sorrisi stanchi e gambe leggere. I coreani, invece, marciavano. Sembravano un plotone d’assalto: casacche stirate, menti ordinate, passi secchi.
Al fischio d’inizio, la differenza fu chiara: la Corea cercava il risultato, la Thailandia cercava il movimento giusto. Ogni azione dei primi era calcolata, ogni gesto dei secondi era cercato con amore.
Al 22’, la Corea segnò con un destro preciso dopo una triangolazione da manuale. Al 63’, raddoppiò su colpo di testa. Ma nessuno fischiò. Il pubblico applaudiva anche i passaggi sbagliati dei thailandesi, come se la bellezza del gesto valesse comunque l’approvazione.
Dopo la partita, venni invitato a cena da un personaggio bizzarro: un ex colonnello della polizia thailandese, baffi da attore neorealista, camicia a fiori, voce da baritono stanco. Mi portò su una palafitta affacciata sul Chao Phraya. Le zanzare facevano da coro. Il fiume, lento, sembrava digerire tutto il giorno.
Si mangiava riso glutinoso, pesce al vapore e una salsa piccante che mi bruciò le labbra per ore. Bevemmo un liquore opaco.
A un certo punto, lui si accese una sigaretta e disse, in un italiano imparato dai film:
“Qui non importa vincere. Importa che la gente torni a casa senza rancore.”
Gli risposi:
“Da noi, se perdi, ti vendono al Como.”
Scoppiò a ridere. Brindammo.
“All’arte di perdere bene,” disse.
L’aereo per Malpensa partì con due ore di ritardo e le luci fluorescenti di Don Mueang sembravano interrogarmi sul senso di tutto questo. Mentre volavamo sopra il Golfo del Bengala, ripensavo a tutte le partite viste, ai campi fangosi, alle maglie strappate, ai piedi nudi. Pensavo a Phommasane, al selezionatore di Singapore, al samurai giapponese, al centravanti birmano ubriaco di gloria. E capii che avevo visto il calcio nella sua forma più onesta: inutile, dimenticato, ma vivo.
Nota dell’editore
Su un Brera apocrifo, ma possibile
Milano – 2025
Certe cose, all’inizio, sembrano uno scherzo. Una burla letteraria, un atto d’amore, un gioco redazionale. Anche questi testi lo sembravano. Fogli sparsi, dattiloscritti su carta leggera, con titoli improbabili – Il portiere scalzo, Una birra con il selezionatore di Singapore, Il rigore che non fu – ritrovati dentro una cartellina color senape con una scritta a mano in biro blu:
“Bangkok ‘72?”
Quel punto interrogativo era già tutto un programma.
La cartellina ci è stata consegnata, con una certa nonchalance, da Francesco amico e collega di Paolo Brera, figlio di Gianni che era economista e poeta, durante un incontro in una trattoria milanese in Viale Monza. Ci disse soltanto:
“Sono appunti del papà di Paolo, il vecchio Gianni. O forse no. Non c’è traccia della competizione. Non si sa se ci andò davvero. Ma sembrano scritti da lui. Sono arrivati a Paolo tramite un vecchio impiegato del Giorno. Non li credeva autentici, ma neppure falsi. Poi c’è una foto vecchia in bianco e nero. Un mistero. Cronaca o letteratura? Forse uno scherzo. Leggeteli voi che siete asiatici e pure lombardi della bassa.”
Li abbiamo letti, riletti e copiati. E ci siamo fatti travolgere. Dal tono, dalla lingua inconfondibile, da quell’ironia da San Zenone Po che si fa epica, e soprattutto da quel modo unico di guardare il mondo attraverso la metafora calcistica, anche quando il mondo era un campo allagato della periferia di Bangkok. Non c’era nulla di verificabile. La King’s Cup del 1972 esiste, ma i dati sono lacunosi. Non c’è traccia della presenza di inviati italiani. Eppure, tra un monaco scommettitore, un portiere laotiano a piedi nudi e un selezionatore di Singapore che gioca per dimostrare che esiste, c’è tutta la voce di Brera. Non il Brera di Rivera contro Mazzola. Ma un Brera in trasferta, smarrito e lucido, malinconico e feroce, come un Don Chisciotte in Asia. Brera in Asia? Perché no.
È noto che Gianni Brera seguì le Olimpiadi di Tokyo nel 1964. Ne scrisse con rispetto e curiosità, anche se preferiva le osterie di Vigevano alle cerimonie shintoiste. Ma un secondo viaggio orientale non è documentato. Potrebbe essere accaduto. Potrebbe non esserlo. Potrebbe essere stato mandato in via ufficiosa, senza incarico ufficiale. Oppure potrebbe aver solo immaginato l’Asia, come solo i grandi cronisti sanno fare, tra un Roverone, vino banino e una preghiera sottovoce.
In fondo, cosa sono questi testi se non un sogno di Brera? Un sogno ad occhi aperti, fatto da chi ha sempre saputo che il calcio non è un fatto, ma una storia. E ogni storia, per essere vera, deve sembrare falsa. Lo salutiamo così, con queste pagine che ci hanno donato senza sapere bene cosa fossero. Le pubblichiamo come si pubblicano i reperti incerti: con rispetto, ma anche con affetto, e con la libertà di chi sa che nella nebbia, a volte, si vedono meglio le cose importanti.
Le pubblichiamo come apocrifi, perché non possiamo garantirne l’autenticità, ma anche perché oggi l’apocrifo è forse l’unico spazio che ci resta per ascoltare qualcosa di vero.
Brera a Bangkok – Cronache orientali 1972 non è una pagina di calcio. È un piccolo viaggio dentro l’Asia minore del football e dentro la mente maggiore di un uomo che sapeva vedere l’epica nel fallo laterale. Non importa se sia vero. Importa che sia verosimile. E allora, ce lo prendiamo. Come fosse Barzini senior in Cina ma anche Salgari. E ce lo teniamo stretto. Come fosse nostro.
8 novembre
Gianni e Paolo
La foto in bianco e nero

