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title: "Giuliano Noci a Shenzhen"
url: https://www.altriorienti.com/giuliano-noci-a-shenzhen/
date: 2026-07-05
modified: 2026-07-05
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Giuliano Noci è un uomo intelligente. Conviene partire da qui, perché le polemiche costruite sugli uomini sono quasi sempre meno interessanti di quelle costruite sulle idee. Professore, prorettore per la..."
categories:
  - "Opinioni ed editoriali"
tags:
  - "Cina"
  - "democrazia"
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# Giuliano Noci a Shenzhen

*Giuliano Noci è un uomo intelligente. Conviene partire da qui, perché le polemiche costruite sugli uomini sono quasi sempre meno interessanti di quelle costruite sulle idee.*

*Professore, prorettore per la Cina del Politecnico di Milano, editorialista economico, Noci appartiene a quella categoria di osservatori che negli ultimi anni hanno cercato di spiegare all'Europa una realtà che molti preferivano ignorare. La Cina non è più la fabbrica a basso costo del mondo. È una potenza tecnologica, industriale e scientifica che produce ingegneri in quantità impressionanti, investe con orizzonti temporali che in Occidente sembrano appartenere a un'altra epoca e pianifica interi settori economici con una continuità sconosciuta alle nostre democrazie elettorali. Su questo, per inciso, ha spesso ragione.*

*Il problema nasce un attimo dopo.*

*Perché leggendo molti interventi di questo filone culturale, di cui Noci rappresenta probabilmente una delle espressioni più autorevoli, si ha talvolta l'impressione che il risultato finisca lentamente per assorbire ogni altra considerazione. Le batterie, le terre rare, i semiconduttori, l'intelligenza artificiale, le quote di mercato, la velocità delle autorizzazioni, l'efficacia della pianificazione. Resta però una curiosa sensazione di incompletezza. Quello che sfugge è il modo in cui ci si è arrivati.*

*L'Europa contemporanea sembra aver sviluppato una forma di fascinazione quasi adolescenziale per l'efficienza. Dopo decenni trascorsi a considerare la crescita economica una conseguenza delle proprie istituzioni, ha iniziato lentamente a guardare altrove con l'aria di chi teme di aver sbagliato qualcosa di fondamentale. Non è difficile capire il perché. Le infrastrutture occidentali invecchiano, le procedure si moltiplicano, le decisioni richiedono anni e ogni grande progetto sembra impantanarsi in una palude di ricorsi, autorizzazioni e conflitti.*

*Poi si guarda a Oriente e si vede una linea ferroviaria costruita in pochi anni, una città che emerge dal nulla, un settore industriale che conquista il mondo, e la tentazione di confondere la velocità con la virtù diventa quasi irresistibile. Rispetto a cosa stiamo misurando il successo?*

*La grande intuizione occidentale non è mai stata l'efficienza. Gli imperi efficienti esistono da migliaia di anni. Gli apparati centralizzati, le burocrazie disciplinate e le strutture capaci di mobilitare enormi risorse collettive non sono una novità della Cina contemporanea. La vera particolarità dell'Occidente è stata un'altra: l'idea che il potere dovesse essere limitato anche quando sarebbe stato più comodo lasciarlo libero di agire. Una magistratura indipendente non rende una nazione più competitiva. Una stampa libera crea spesso più problemi di quanti ne risolva. Un'opposizione parlamentare rallenta inevitabilmente il processo decisionale. Persino il diritto di proprietà, nella sua forma più robusta, può diventare un ostacolo per chi desidera trasformare rapidamente un territorio o un settore produttivo. **Quasi tutte le libertà producono attrito. Ed è precisamente per questo che esistono.*

*Quando Tocqueville attraversò l'America rimase colpito da una società infinitamente più caotica di quelle europee. Quando Hayek difese il mercato non lo fece perché fosse perfetto ma perché diffidava profondamente di chiunque sostenesse di sapere cosa fosse meglio per tutti. Quando Hannah Arendt osservò il Novecento si accorse che la capacità organizzativa di una società non diceva ancora nulla sul valore dei fini che quella società persegue. Sono considerazioni quasi fuori moda. L'epoca preferisce i grafici, perché i grafici hanno il pregio di non porre domande imbarazzanti.*

*La Cina contemporanea rappresenta una sfida reale per l'Occidente. Sarebbe sciocco negarlo. Sarebbe ancora più sciocco sottovalutarla. Ma una sfida può essere compresa oppure semplicemente ammirata. Sono due operazioni diverse. A volte, leggendo certe analisi, si ha l'impressione che il successo industriale cinese venga presentato come una sorta di argomento conclusivo.*

*Dunque?*

*È quel "dunque" che continua a sfuggire. Perché una società non è soltanto ciò che riesce a costruire. È anche ciò che sceglie di non fare pur avendone la capacità.*

*La libertà appartiene a questa categoria. Non è una tecnologia. Non è una strategia industriale. Non è una filiera produttiva. È un limite autoimposto. Una rinuncia consapevole all'idea che tutto ciò che è possibile sia automaticamente legittimo. Il paradosso è che proprio questa debolezza apparente ha costituito per secoli la forza dell'Occidente. I tecnici continuano a ricordarci che il mondo è una competizione. Hanno ragione. Quello che dimenticano, o che talvolta considerano secondario, è che una competizione non può essere giudicata soltanto dal risultato finale. Esistono regole, condizioni di partenza, vincoli condivisi. Esiste ciò che nel linguaggio dello sport si chiamerebbe fair play e che nel linguaggio della politica si chiama legittimità.*

*Una competizione in cui uno dei concorrenti controlla il credito, orienta gli investimenti, protegge il mercato interno, coordina la politica industriale e decide le priorità strategiche per decenni non è semplicemente una competizione tra imprese. È una competizione tra modelli. Misurare soltanto il risultato equivale a guardare il tabellone senza aver visto la partita. Eppure il dibattito pubblico occidentale sembra sempre più affascinato dal punteggio. Chi è avanti nell'intelligenza artificiale? Chi costruisce più auto elettriche? Chi produce più brevetti? Chi controlla le terre rare?*

*Domande legittime ed incomplete. La domanda più importante resta un'altra. Quali regole siamo disposti a sacrificare per raggiungere lo stesso risultato? Perché è possibile che la Cina vinca molte delle sfide tecnologiche del XXI secolo. È possibile che domini settori cruciali. È possibile che continui a sorprenderci. Ma se per imitarla dovessimo rinunciare proprio ai principi che definiscono la nostra civiltà, la vittoria sarebbe già una sconfitta.*

*Una sera, molti anni fa, in un bar di Hong Kong, un uomo d'affari europeo mi spiegò che il futuro apparteneva ai sistemi capaci di decidere in fretta. Indicò il porto illuminato, i grattacieli, le navi che entravano e uscivano dalla baia e concluse che la storia aveva finalmente trovato la propria direzione. Poi, quasi distrattamente, mi consigliò di non parlare mai di Taiwan. Né di Hong Kong. Né del Tibet. E possibilmente di evitare anche la parola democrazia. Mi adeguai al pensiero, non fu difficile, non scrivevo di politica ed economia e non mi erano state posti i dilemmi etici di Pereira del nostro Antonio Tabucchi.*

*[Leggo Noci](https://polihub.it/news-it/noci-la-cina-non-e-per-tutti/) dire: ""Il contesto cinese è diverso da quello occidentale e difficilmente afferrabile per chi non lo conosce." e poi [affermare](https://www.instagram.com/reel/DRHLV3iANy8/), "La Cina non ti chiede di amarla, ti chiede solo di essere capita. Noi ragioniamo in termini di scontro, conversione, valori da esportare. La Cina ragiona in termini di equilibrio, continuità, stabilità". Può darsi. Ma ogni civiltà possiede parole che ama pronunciare e parole che preferisce evitare: libertà, dissenso, pluralismo.*
*A quel punto tanto vale andare tutti al karaoke. Il corpo docente dei corsi Confucio presso le università affiliate, gli editorialisti, gli imprenditori e i consulenti strategici. Ordinare una birra, brindare all'efficienza insieme a giovani, avvenenti hostess offerte dal partito e celebrare la nuova religione del risultato (that's the way it works).*

*Che altro dovrebbe interessarci?*

5 luglio

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