Mia moglie è thailandese.
Ama le melodie prevedibili, i finali scontati, le voci zuccherose. Io le ho regalato Lenny Kravitz. Lei mi ha regalato il silenzio. Non le piace il rock. Lo trova rumoroso, ripetitivo, troppo fisico. Dice che la musica non deve ferire, deve accarezzare. Che senso ha, urla e sudore, quando si può fluttuare in un ritornello dolce? Siamo seduti in un’arena europea, e io mi guardo intorno: tutti in piedi, pieni di memoria, canzoni come preghiere. Lei invece è seduta, composta, guarda l’orologio. Dice: “È come stare in un’officina.”

E io inizio a pensare.

Perché in Asia la musica suona diversa? Anche quando usa strumenti occidentali, sembra addomesticata. Il rock qui è una lingua orfana, parlata da pochi, capita da meno. Ciò che domina è una melodia morbida, fluida, consolatoria. La senti nei ristoranti, nei taxi, nei centri commerciali. È come vivere dentro un gigantesco ascensore alberghiero, tutto vetro, velluto e profumo sintetico. Ma perché? La risposta è culturale, estetica, filosofica. In molte società asiatiche, la musica è funzionale all’armonia, non alla dissonanza. In Cina, il confucianesimo la voleva strumento di ordine morale, non di ribellione. In Thailandia, il suono accompagna lo spirito, non lo scompone. Il rock – come linguaggio di rottura, protesta, trasgressione – qui non ha mai avuto cittadinanza. Troppo occidentale. Troppo sessuale. Troppo rumoroso. Persino quando arriva, viene purificato. Band “rock” tailandesi con nomi inglesi suonano come Boyzone. Il punk underground cinese finisce nei documentari per stranieri. Le chitarre elettriche ci sono, ma sembrano ben pettinate. La musica in Asia è spesso musica d’ambiente. Serve a non disturbare. A riempire il silenzio senza invaderlo. Nei negozi, nei saloni di bellezza, nei caffè: tutto è easy listening. La dissonanza, la rottura, il dolore trasformato in suono – tutto ciò è emotivamente scomodo. E così, il rock è rimasto un errore linguistico, un glitch culturale, un ospite imprevisto.

C’è però una cosa che mi salva. O meglio: che vi salva tutti, in questo continente dai suoni levigati come un pavimento di marmo lucido. Si chiama molam. Viene dall’Isaan. È il blues degli sconfitti, degli strafatti, degli uomini che bevono whisky di riso e ridono con metà bocca e senza denti. Se ci fosse venuto Ry Cooder, ne avrebbe fatto la terza tappa della sua trilogia: dopo il Buena Vista Social Club, dopo Ali Farka Touré, sarebbe salito su un pick-up per Khon Kaen o Mukdahan. Avrebbe trovato scale armoniche nuove, assoli che non finiscono mai, voci nasali e tremolanti, linee di basso che ipnotizzano. E avrebbe capito che il rock, qui, ha preso un’altra strada.

Lo trovi per caso. In un ristorante dal tetto di lamiera con il pavimento sporco, le tovaglie plasticate e le zanzare. O in un bar ai margini di una provinciale, dove il neon tremola come un segnale divino, e la musica arriva da una cassa rotta, a volume assurdo. È il molam sing, il blues dell’Isaan. Faccenda da scoppiati. Da nottambuli senza scopo. Le canzoni non finiscono mai, gli assoli sono preghiere ubriache, i sintetizzatori degli anni ’80 si mescolano a strumenti di bambù. Un suono che non consola, stordisce.

A mia moglie non piace. Troppo lungo, troppo grezzo, troppo assurdo. Dice: “Che senso ha suonare per dieci minuti la stessa cosa?” E io penso che è proprio quello il senso.Non c’è bisogno di cambiare accordo, se hai trovato il ritmo che ti tiene in vita.

Il molam non nasce psichedelico. Nasce orale, rurale, rituale. Nasce da una voce sola, che racconta e canta, accompagnata da un flauto di canna e da un tamburo.È il canto di chi non ha terra, di chi vive tra campi riarsi e promesse politiche mai mantenute. L’Isaan – nord-est della Thailandia – è sempre stato la periferia della periferia: troppo povero per essere moderno, troppo lontano per contare davvero.

Eppure lì, negli anni ’70 e ’80, qualcosa succede. Nel retrobottega di una bancarella di cassette, arrivano i primi sintetizzatori giapponesi, piccoli organetti Yamaha portati dai camionisti, dai migranti, dai militari di ritorno da Bangkok. Un giorno, qualcuno li collega a una linea di basso, un wah-wah, un beat meccanico. Le parole restano quelle di sempre – storie d’amore, lamenti contadini, sogni migranti – ma il suono cambia. Diventa trance. Diventa molam sing: elettrico, psichedelico, urbano.

Si suona nei festival locali, nei comizi, nelle fiere del villaggio. Il palco è una gabbia di luci, il pubblico balla con bottiglie di Sangsom in mano. Gli assoli durano minuti. Le cantanti indossano lustrini e lacrime vere. È un suono che non chiede il permesso. E non si capisce mai se fa ridere o fa piangere.

I pionieri ci sono: Dao Bandon, Angkanang Kunchai, Theppabutr Production. Produttori autodidatti, registrazioni grezze, tastiere impazzite. Musica per gente che ha poco da perdere, e che per questo osa tutto. Nel tempo, il molam si è trasformato di nuovo. È entrato nei club, nei remix europei, nei documentari. Ma il blues dell’Isaan vero – quello che sento io, a notte fonda, in un ristorante ai margini della strada – quello resiste. Perché non è moda, né folklore: è il rumore elettrico dell’anima rurale, un urlo dolce di chi è sempre rimasto fuori dal centro, ma ha trovato una melodia per raccontarlo.

Epilogo

Torno a casa, tardi.
Lei è già a letto, scrolla un po’ il telefono, una playlist di ballate giapponesi in sottofondo. Mi guarda: “Sei andato ancora in quel posto a mangiare insetti e ascoltare quella roba strana?” 

Annuisco.
Ho una cassetta in tasca. Davvero. L’ho trovata a casa di un amico svizzero con moglie di Kalasin, copertina scolorita, Angkanang Kunchai del 1983. Me l’ha regalata. Nessun remix, nessun restauro. Solo fruscio, voce nasale e basso che vibra come un motore diesel.

La infilo nel lettore, ancora polveroso. Parte un groove lento, serpentino, che non promette nulla e non spiega niente. Lei mi guarda storto, poi sorride appena. “Ti fa felice questa roba?” Rispondo di sì.

Forse non è rock, ma è la mia ribellione. Non ha distorsioni, ma ha l’errore. Non ha assoli eroici, ma ha i minuti che non finiscono. E poi mi ricorda una cosa che avevo dimenticato: che si può ballare anche nella polvere, e che certe notti non chiedono parole, solo una linea di basso che ti prende per mano e non ti molla più. Lei torna alle sue canzoni dolci. Io rimango lì, nel salotto buio, a farmi cullare da un blues venuto dall’altra parte del mondo, che non urla mai, ma dice tutto lo stesso.

Nota a piè pagina

Ry Cooder non arrivò mai nell’Isaan. Ma se avesse ascoltato “Lam Phloen” sotto un neon difettoso, forse avrebbe capito che anche il rock, prima di morire, si reincarna dove meno lo aspetti e lo ha fatto in Kevin Koplar.

Tra le tante traiettorie irregolari che hanno incrociato la tradizione del molam, spicca quella dell’artista indipendente Kevin Koplar, americano, che ha vissuto per sei anni tra Bangkok e le province rurali dell’Isaan. Il suo brano Insecure in Isaan Blues è una piccola elegia ironica e sincera al senso di spaesamento vissuto nel cuore del nord-est thailandese. Non si tratta di un tentativo di imitazione musicale, ma di un diario sonoro: immagini di mercati, allenamenti di Muay Thai e notti polverose si mescolano in un blues ibrido e fragile, carico di insicurezza – come suggerisce il titolo – eppure profondamente rispettoso. Kevin lo suonava nei bar degli expat, come quello gestito da “Fatty” Fischer, ma l’ispirazione più autentica l’ha trovata nelle serate dei villaggi, dove nessuno parlava inglese e ogni parola passava attraverso i suoni. Isaan Blues diventa così un’espressione paradossale, ma azzeccata: il molam è energia, oralità, rito comunitario; il blues è malinconia individuale. In questo corto circuito nasce qualcosa di nuovo. Non è molam, ma è una sua eco involontaria. E forse è proprio in questa eco che si coglie l’effetto profondo che l’Isaan può fare su chi arriva da lontano senza sapere perché.

“Insecure in Isaan Blues” di Kevin Koplar è un piccolo gioiello che non sembra né cover né omaggio, ma un vero e proprio esperimento originale. Ti consiglio di alzare il volume, togliere le cuffie – fanculo alle cuffie – e lasciarti trasportare.

Kevin Koplar – Insecure in Isaan Blues 

12 settembre

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