“Il governo è il nostro possente e onnipresente maestro. Nel bene e nel male, educa l’intero popolo con il suo esempio” – Gore Vidal

L’articolo di Grenville Cross Jimmy Lai’s sentences are severe, rational, and just  apparso sul China Daily lo scorso 11 febbraio, definisce la pena inflitta all’attivista legittima, non è soltanto una posizione giuridica. È l’espressione di una precisa filosofia dello Stato, raramente dichiarata ma profondamente operativa. Il ragionamento è lineare: la pena deve essere proporzionata, deve dissuadere, deve prevenire. Nulla, in apparenza, che contraddica la tradizione penale classica. Tuttavia, sotto questa grammatica formale si muove una gerarchia implicita: la sicurezza sistemica precede la giustizia individuale. Non viene affermato apertamente, ma costituisce il presupposto logico dell’intero impianto.

Qui il diritto smette di essere soltanto limite al potere e diventa anche infrastruttura del potere. Non solo protezione del cittadino contro lo Stato, ma protezione dello Stato contro il collasso. In questa prospettiva, la legge diventa la condizione stessa della continuità politica. Se lo Stato sopravvive, sopravvive anche lo spazio in cui il diritto può esistere. È una posizione costruita sull’idea che il vero pericolo per la giustizia non sia l’eccesso di ordine, ma la sua improvvisa dissoluzione.

In questo quadro emerge la figura del burocrate storico, lontano dalla caricatura del funzionario crudele o corrotto. È il tecnico della continuità. Ragiona in termini di stabilità e destabilizzazione, non di bene e male immediati. La sua ossessione non è la repressione, ma il crollo: il momento in cui le istituzioni smettono di funzionare e la legge perde il suo carattere vincolante. L’ingiustizia, in questa logica, non viene negata. Viene classificata come costo locale necessario a evitare un disordine più ampio.

Ciò che si perde, progressivamente, è la centralità morale dell’individuo come unità primaria della giustizia. Il singolo diventa variabile all’interno di un sistema che deve restare stabile. Il diritto continua a esistere, ma muta funzione: da limite ontologico al potere diventa strumento di gestione della stabilità. Non si tratta necessariamente di una degenerazione morale individuale. È, più spesso, una trasformazione strutturale del rapporto tra ordine e libertà.

Le grandi strutture politiche, quando percepiscono una minaccia esistenziale, tendono a ridefinire il diritto come meccanismo di autoprotezione. In questi passaggi emergono figure come il burocrate razionale: uomini che non si percepiscono come nemici della giustizia, ma come custodi delle condizioni che rendono possibile la sua sopravvivenza. Non agiscono per crudeltà o fanatismo, ma per una forma estrema di responsabilità sistemica.

Il sistema non chiede coscienza. Chiede funzionamento.

Sotto questa razionalità resta però una zona di attrito umano. Non fatta di crisi spettacolari, ma di sostituzioni lente. Il momento in cui “giusto” smette di riferirsi a qualcuno e comincia a riferirsi a qualcosa: l’ordine, la continuità istituzionale. Non c’è rottura evidente. Solo una trasformazione silenziosa in cui la coscienza cede spazio alla funzione, il dubbio alla procedura, l’etica alla necessità sistemica.

Le società moderne tendono a rendere invisibile questo passaggio. Lo traducono in linguaggio tecnico, in principi astratti, in formule giuridiche prive di tono emotivo. La repressione esplicita genera opposizione. Quella amministrativa genera normalizzazione. È una dinamica ricorrente nelle fasi in cui lo Stato percepisce di dover difendere la propria esistenza prima di ogni altra cosa.

Per comprendere fino in fondo questa posizione bisogna uscire dal presente e tornare alla sua radice teorica. Alla fine del percorso emerge Thomas Hobbes. Hobbes parte da un presupposto radicale: senza Stato non esiste diritto reale. Senza un potere capace di imporre l’ordine, i diritti restano aspirazioni morali prive di forza. Lo stato di natura non è libertà, ma insicurezza permanente. La nascita dello Stato non limita la libertà: ne rende possibile una forma minima e concreta. Prima viene la sicurezza, poi tutto il resto.

Il burocrate della stabilità sistemica è, consapevolmente o meno, un hobbesiano moderno. Non difende necessariamente un governo o un’ideologia. Difende l’idea che senza una struttura coercitiva funzionante la giustizia diventi un concetto teorico. È una posizione che può legittimare abusi, ma nasce da una paura storicamente concreta: che il collasso istituzionale produca ingiustizie infinitamente peggiori di quelle che tenta di prevenire.

La questione, a questo punto, resta aperta. Meglio uno Stato stabile che produce ingiustizie locali, o il rischio di una giustizia ideale incapace di sopravvivere al caos? Hobbes non offre consolazione. Offre una diagnosi: senza Leviatano la giustizia non muore, semplicemente non nasce. E tutto il resto — morale, libertà, diritti — rimane sospeso tra il desiderio umano di equità e la paura, molto concreta, del vuoto politico. E Grenville Cross è erede di quel pensiero. Nulla di più e nulla di meno.

7 marzo

Thomas Hobbes

Grenville Cross a Pechino con una delegazione di Hong Kong a Asia Crime Prevention Foundation (ACPF) 8th World Conference in Beijing.

Scheda di Grenville Cross creata da AI

La carriera istituzionale: il cuore del sistema giudiziario

Cross nasce professionalmente nel sistema britannico e poi si inserisce pienamente in quello di Hong Kong.

Ruolo chiave

  • Director of Public Prosecutions (DPP) di Hong Kong (1997-2009)
    👉 cioè il capo dell’accusa pubblica
    👉 responsabile della strategia penale dello Stato
    👉 figura molto potente nel sistema common law

Il fatto che inizi nel 1997, anno dell’handover, è simbolico:
è parte della generazione che deve dimostrare che il sistema giudiziario di Hong Kong resta credibile anche sotto sovranità cinese.

Dopo il pensionamento: da tecnico del diritto a voce pubblica

Qui la figura diventa più controversa.

Attività principali

  • Editorialista e commentatore legale
  • Scrive molto su:
    • sicurezza nazionale
    • ordine pubblico
    • legittimità della National Security Law
    • limiti tra libertà civili e stabilità dello Stato

Spesso interviene su media percepiti come:

  • pro-establishment
  • o comunque non ostili a Pechino

Come viene percepito

A Hong Kong (establishment legale)

Molti lo vedono come:

  • tecnicamente solidissimo
  • difensore della continuità del common law
  • uomo “di sistema”, ma coerente

Nei circuiti liberal occidentali

Spesso è percepito come:

  • figura che legittima giuridicamente la stretta politica su Hong Kong
  • esempio di “legalismo di sicurezza nazionale”

In Cina continentale / media filogovernativi

È spesso presentato come:

  • esperto straniero che conferma la legittimità del sistema legale cinese-HK
  • prova che la sicurezza nazionale è compatibile con common law

4️⃣ Il suo approccio giuridico

Cross è un legalista puro.

Tende a ragionare così:

  • lo Stato ha diritto a difendersi
  • la sicurezza nazionale è una funzione primaria
  • i diritti individuali esistono, ma dentro l’ordine costituzionale

È una posizione che:

  • nel contesto europeo appare “dura”
  • nel contesto asiatico non è così anomala

Perché oggi pesa ancora

Nel caso di Jimmy Lai (e simili):

  • non è un giudice
  • non è un PM attivo
    👉 ma è una voce autorevole che fornisce la narrazione legale “razionale” del sistema

In pratica:
non fa propaganda esplicita → fa costruzione di legittimità giuridica.

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