La televisione del bar trasmetteva immagini confuse. Case bruciate. Un festival musicale trasformato in un campo di caccia. Qualcuno al bancone scrollava il telefono. Qualcun altro discuteva di geopolitica con la sicurezza di chi ha letto tre thread su Twitter. La cosa più curiosa arrivò qualche ora dopo. Non le immagini. Le spiegazioni. 

Negli anni Settanta, in Italia, esisteva una formula che oggi suona quasi comica, se non fosse stata tragica: “i compagni che sbagliano”. Così una parte della sinistra chiamava i terroristi. Non assassini. Non nemici. Non criminali. Compagni.

Solo che — poveretti — avevano sbagliato metodo.

Era un anestetico linguistico. Un modo elegante per convivere con un fatto piuttosto imbarazzante: che gli uomini delle Brigate Rosse non erano arrivati da Marte. Erano usciti dalle stesse università, dalle stesse assemblee, dagli stessi cortei dove si parlava di rivoluzione, imperialismo, lotta di classe. Quando poi rapirono e uccisero Aldo Moro, la formula smise improvvisamente di funzionare. La realtà era diventata troppo pesante anche per la retorica. Ma il meccanismo psicologico non scomparve. Si limitò a trasferirsi altrove. Negli anni Settanta c’era una scena quasi surreale.

Ragazzi tedeschi, francesi, italiani — cresciuti tra Marx, Marcuse e qualche canna universitaria — partivano per il Medio Oriente per addestrarsi con guerriglieri palestinesi. La Red Army Faction, quella di Baader e Ulrike Meinhof, collaborava con il Popular Front for the Liberation of PalestineC’era qualcosa di profondamente teatrale in quella stagione. Studenti europei con la barba di tre giorni e il libretto rosso di Mao in tasca arrivavano nei campi palestinesi con lo zelo dei seminaristi. I guerriglieri li guardavano con un misto di curiosità e divertimento. In fondo erano turisti ideologici. Backpacker della rivoluzione mondiale. Il punto culminante fu la strage di Monaco. Undici atleti israeliani uccisi alle Olimpiadi.

Nel mondo normale sarebbe stato un orrore senza discussione. Ma una parte della galassia rivoluzionaria reagì con una formula familiare: bisogna capire il contesto. La violenza, si diceva, nasceva dall’oppressione.

Era già tutto lì.

La lezione più brutale arrivò pochi anni dopo. Nel 1979 la sinistra iraniana decise di fare la rivoluzione insieme al clero sciita guidato da Ruhollah Khomeini durante la Iranian RevolutionIl nemico comune era lo Scià. Così marxisti, studenti rivoluzionari e islamisti si ritrovarono nella stessa piazza. Cantavano slogan diversi, ma contro lo stesso uomo. Era una di quelle alleanze che funzionano benissimo finché non si vince. Quando il nuovo regime consolidò il potere, la faccenda cambiò rapidamente tono. Organizzazioni come i People’s Mojahedin Organization of Iran e il Tudeh Party of Iran scoprirono che la rivoluzione islamica non aveva alcuna intenzione di condividere il potere con atei, marxisti o rivoluzionari laici. Molti finirono in carcere. Molti furono fucilati.

Altri — scena che oggi sembra uscita da un film troppo crudele per essere credibile — vennero impiccati ai lampioni delle piazze. In molte città iraniane i lampioni avevano improvvisamente cambiato funzione. Non illuminavano più le strade. Illuminavano la fine di una rivoluzione che aveva divorato i suoi compagni.

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato il suo attacco contro Israele. Famiglie massacrate. Ragazzi uccisi a un festival musicale. Civili rapiti. In teoria non dovrebbe esserci molto da discutere. Eppure, nelle ore e nei giorni successivi, in alcuni ambienti militanti occidentali è tornata una vecchia musica. Non approvazione aperta. Troppo imbarazzante. Piuttosto frasi come: bisogna capire il contesto, è resistenza, è la risposta all’oppressione. Il vecchio schema oppressi-oppressori funzionava ancora. Le vittime diventavano una nota a piè di pagina della storia.

A volte la storia si manifesta nei dettagli. La moglie del sindaco di New York, Rama Duwaji, è finita nelle polemiche per aver messo decine di “like” a una serie di post che descrivevano l’attacco del 7 ottobre come una forma di resistenza. Il marito, Zohran Mamdani, ha spiegato che si tratta di opinioni personali.

Probabilmente è vero. Ma il fatto interessante non è la signora, che divide il suo tempo tra shopping newyorkese, illustrazioni minimaliste per riviste progressiste e qualche distratto “like” a post dove il massacro di civili diventa un gesto di liberazione. 

Manhattan è una città curiosa. Puoi comprare un cappuccino da nove dollari, discutere per mezz’ora di colonialismo strutturale, indignarti per Jeffrey Epstein e chiederti ogni giorno chi diavolo fosse davvero coinvolto in quella fogna — e poi, con la stessa distrazione con cui scorri le foto del brunch su Instagram, mettere un like a un post che spiega come un strage del XXI secolo sia, in fondo, una forma di liberazione.

La Manhattan di Mamdani funziona così. È una città dove si può essere scandalizzati da tutto e ciechi davanti all’essenziale. Qui la scena diventa quasi surreale. Una parte dell’attivismo occidentale più radicale difende con passione:

  • diritti LGBTQ

  • libertà sessuale

  • femminismo radicale

  • identità fluide

E contemporaneamente può trovarsi a sostenere movimenti islamisti che, in un regime governato dalla sharia, considererebbero quelle stesse persone criminali. È una scena che sembra uscita da un sogno politico febbrile. Bandiera arcobaleno da una parte. Slogan islamisti dall’altra. Se qualcuno la descrivesse in un romanzo, l’editor direbbe che è poco credibile. E invece accade davvero. La storia non si ripete mai identica. Ma alcune illusioni sì. Negli anni Settanta si chiamavano i compagni che sbagliano. Oggi il linguaggio è più elegante, più accademico, più raffinato. Ma sotto la vernice resta lo stesso meccanismo.

Quando la politica diventa religione, anche un massacro può diventare un dettaglio della storia.

14 marzo

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