Io non sopporto i monopattini.
Lo dico da cittadino di Milano, che ogni giorno si ritrova circondato da piccoli ordigni elettrici silenziosi: parcheggiati storti sui marciapiedi, lasciati davanti ai portoni, guidati senza casco, senza targa, senza alcun rispetto del codice della strada. Non è tanto il rischio per chi li cavalca — se cade, se la vedrà lui — ma per tutti noi, noi targati, quelli che devono rispettare sensi unici, assicurazioni, multe e semafori. Una giungla urbana in cui convivono due pesi e due misure.
Il problema non è solo estetico. È di sicurezza: zigzagano tra auto e pedoni, spuntano all’improvviso dagli angoli, attraversano contromano sulle strisce. E se ti capita di vederne uno buttato a terra, lo capisci subito che non è solo un mezzo di trasporto: è un fastidio collettivo, un inciampo sociale.
Eppure, c’è un dettaglio che rende la questione persino più amara: la Cina, che i monopattini elettrici li produce e li esporta in massa, in casa sua praticamente non possono circolare.
A Pechino e Shanghai i monopattini sono vietati su gran parte delle strade. Non esistono flotte in sharing come quelle che hanno invaso Milano o Parigi. Secondo un’analisi McKinsey, circa 220 milioni di cittadini cinesi vivono in città dove i servizi di monopattini condivisi sono proibiti. Vale a dire che il 75% degli abitanti delle aree urbane “no-monopattino” del mondo si trova in Cina.
E non perché i cinesi non amino la mobilità elettrica, anzi. Sono i campioni mondiali delle e-bike: oltre 210 milioni di biciclette elettriche usate ogni giorno, integrate nella viabilità e nella vita quotidiana. Motorini e scooter elettrici hanno sostituito in massa i vecchi due tempi a benzina. Ma il monopattino, con le sue ruotine instabili e il baricentro ballerino, non è mai entrato nelle abitudini. Troppo pericoloso, troppo caotico, troppo poco urbano.
Insomma: producono per noi, ma non per sé.
Ed ecco il paradosso: il monopattino è un prodotto che la Cina fabbrica in quantità industriale, ma che non riconosce come mezzo di trasporto per sé stessa. È un cavallo di Troia urbano, che parte dalle fabbriche di Shenzhen per arrivare a Milano o Barcellona, dove intasa marciapiedi e ciclabili, fa salire gli incidenti (+8% in media nelle città europee che li hanno introdotti), e intanto alimenta un mercato globale che nel 2023 valeva già quasi un miliardo di dollari.
Non è il fentanyl, l’oppioide sintetico che la Cina produce ed esporta verso gli Stati Uniti senza consumarlo in casa propria, ma la logica dei monopattini è la stessa: un danno d’importazione. Un prodotto che altrove non si consuma, ma che si esporta in massa, sapendo che troverà clienti disposti ad accoglierlo e amministrazioni distratte pronte a tollerarlo.
Forse, se chi li produce non li vuole sulle proprie strade, una domanda dovremmo farcela. È davvero mobilità sostenibile, o solo un gadget imposto dal mercato globale? È una soluzione urbana, o un problema camuffato da modernità?
Il sospetto è che i monopattini siano l’ennesima scorciatoia occidentale: invece di investire in piste ciclabili, mezzi pubblici, pianificazione intelligente, ci accontentiamo del giocattolo elettrico pronto all’uso. E intanto, mentre Milano inciampa, Pechino guarda e sorride. Milano scrivevo, con il suo pessimo sindaco. Beppe Sala traccia righe sull’asfalto di notte e la mattina dopo dichiara orgoglioso di aver creato piste ciclabili.
A Shenzhen, per minga tant, l’avarissen faa ciapà e sbatù denter, e la ciav l’avarissen faa sparì.
(A Shenzhen, per molto meno, lo avrebbero fatto arrestare e buttato dentro, e la chiave l’avrebbero fatta sparire.)
10 dicembre

P.S.
Parigi, a un certo punto, si è semplicemente stufata. Nell’aprile del 2023 ha messo la questione ai voti e, coram populo, quasi il 90% di chi si è preso la briga di votare ha detto no ai monopattini elettrici in sharing. Fine dell’esperimento, mezzi ritirati, città liberata. A Milano no. Qui il podestà Sala non vede, o fa finta di non vedere: forse è troppo impegnato a contemplare la crescita verticale della città, tra grattacieli contestati, norme edilizie piegate e rendering trionfali che vanno da via Stresa a via Anfiteatro; forse è distratto mentre si chiudono, una dopo l’altra, le arterie del trasporto pendolare, con l’eutanasia della stazione di Porta Genova. In questa città, dove tutto è consentito purché luccichi e si muova in silenzio, anche i monopattini trovano cittadinanza. D’altronde, per chi è passato indenne tra prescrizioni e sanzioni amministrative, Milano resta un affare eccellente.