Non capisco molto i giovani di oggi.
Ne ho avuto una dimostrazione qualche sera fa a Bergamo, in un posto che si chiama Chorus Arena. Ci sono andato per accompagnare mia figlia a vedere una cantante islandese, con ascendenze cinesi: Laufey. Non avevo mai sentito il suo nome prima.
I biglietti erano esauriti. L’arena è piena da settimane. Dopo qualche giorno riesco a trovarne due in resale. Li compro: non si delude una figlia per una cosa del genere.
Arriviamo all’arena. Tutto è nuovo, efficiente, quasi troppo perfetto. Parcheggi ordinati, scale mobili che portano alle tribune superiori, ingressi scorrevoli. Per un attimo ho la sensazione di essere finito in un posto che non sembra nemmeno Italia. Troppo pulito, troppo organizzato.
Poi guardo il pubblico.
È una popolazione divisa in due specie molto nette.
Da una parte i genitori — gente come me, con quell’aria leggermente perplessa di chi accompagna qualcuno in un mondo che non è più il suo.
Dall’altra una folla di ragazzini tra i quattordici e i vent’anni.
Molti portano coroncine.
Alcune ragazze sono vestite come personaggi usciti da un manga giapponese. Gonne leggere, nastri, colori pastello. Piccoli abiti teatrali che sembrano pensati per una fiaba.
Intorno percepisco una competizione gentile: il costume più bello, la corona più carina.
L’arena è completamente esaurita.
C’è anche un odore curioso nell’aria. Non saprei definirlo con precisione. Qualcosa tra un deodorante industriale e un disinfettante profumato. Un odore pulito, quasi clinico.
Non è l’odore dei concerti che ricordavo io.
I concerti avevano l’odore della birra, del sudore, delle sigarette. Qui invece tutto è ordinato, quasi igienico.
Poi inizia la musica.
E lì capisco definitivamente di essere fuori posto.
Io sono cresciuto con un’idea diversa dei giovani.
I giovani erano arrabbiati. Urlavano. Volevano cambiare il mondo.
Ascoltavano rock.
“I can’t get no satisfaction.”
Oppure parlavano di rivoluzione, di immaginazione, di libertà.
Anche vent’anni fa c’era almeno Amy Winehouse: talento enorme, voce struggente, e quella malinconia sporca che sembrava uscire direttamente dalla vita vera.
Qui invece succede qualcosa di completamente diverso.
Sul palco arriva una ragazza islandese gentile, educata, con una bella voce. Suona la chitarra, poi si siede al pianoforte. Alle sue spalle c’è un quartetto d’archi.
Un quartetto d’archi.
In un’arena piena di adolescenti.
Le canzoni sono eleganti, ben scritte. Ma sembrano provenire da un’altra epoca.
A tratti ho la sensazione che quelle musiche potrebbero essere state scritte negli anni Trenta, Quaranta o Cinquanta.
Doris Day.
Le commedie musicali di Hollywood.
Le melodie romantiche di un’America immaginaria.
Bossa nova.
E questi ragazzi ascoltano estasiati.
Applaudono.
Cantano piano.
Mi guardo intorno.
Le coroncine.
I vestiti da manga.
L’odore di disinfettante profumato.
E mi rendo conto che non avrei mai immaginato di assistere a una scena del genere.
A un certo punto penso di chiedere spiegazioni a mia figlia. Lei appartiene perfettamente a questa generazione.
Le chiedo:
— E la ribellione?
Lei mi guarda come se la domanda fosse un po’ antiquata.
— Greta.
Greta Thunberg, naturalmente.
L’eroina climatica di qualche anno fa, ora dispersa in battaglie sempre più confuse e perdenti.
Ma in fondo non è nemmeno quello il punto.
Il concerto finisce. La folla defluisce lentamente verso le uscite.
Fuori è marzo a Bergamo. L’aria è fredda e i campi sono scuri.
E all’improvviso mi torna in mente una cosa.
Non lontano da qui, tra questi paesi e questi prati, anni fa si era consumata la tragedia di Yara Gambirasio.
Una ragazzina che allora aveva più o meno l’età che ha oggi mia figlia.
Torniamo verso il parcheggio.
Mia figlia cammina accanto a me e continua a parlare del concerto. Le è piaciuto moltissimo.
Io annuisco.
Non sono sicuro di aver capito davvero quello che ho visto.
Ma forse non è necessario.
Perché per loro — per questi ragazzi — quella musica dolce e fragile significa qualcosa che a me sfugge.
Una specie di rifugio.
Resto qualche secondo in silenzio.
Mi chiedo che cosa sia successo nel frattempo.
Che cosa sia cambiato.
Forse questi ragazzi non vogliono più gridare.
Forse non vogliono più distruggere il mondo.
Forse cercano soltanto qualcosa di dolce, fragile, ordinato.
Una musica degli anni Cinquanta per sopravvivere agli anni Venti.
15 marzo

