Nota editoriale
ci prendiamo una libertà. Commentare i fatti di Venezia, senza che siano cose del nostro Oriente. Troppo ghiotto il boccone, troppo facile il bersaglio e atto di viltà non fare giustizia di tanto scempio. Ed allora siano le parole a forma di palle di cannone incatenate. L’@merica in laguna non ricorda quella di Washington e Whitman, Allen e Springsteen, Ferlinghetti e Capozzi, ma un mondo opulento e disperato, sensuale e decadente come la corte dell’imperatore all’alba di un crollo dinastico.
I trenta denari di Bezos
Il matrimonio del miliardario americano nella Serenissima tra silicone, blindature e trenta denari. La città si piega, anzi si spezza.
Venezia, dicevano, non si vende. Si concede. Al massimo si traveste. Si difende con l’ironia, con l’acqua alta e con le madonne gotiche. Ma oggi — povera lei — si noleggia.
Il matrimonio di Jeff Bezos, celebrato fra gondole blindate, passerelle d’acqua e vallette siliconate, ha segnato un nuovo apice: non del romanticismo, ma della resa. Quella della Serenissima — un tempo fiera repubblica aristocratica, mercantile e diplomatica — di fronte al capitalismo post-amoroso dei super-ricchi globali.
Il palcoscenico della città costa trenta milioni di dollari, si dice. Trenta denari, per chi ama le metafore evangeliche. Ma in cambio di cosa? Di un set fotografico travestito da rito, di una città imbellettata come una comparsa in un musical di Broadway, e di una notte in cui Venezia ha smesso di essere Venezia, per diventare la scenografia del desiderio plastificato di un miliardario americano.
Lui, Jeff, è apparso come un nuovo Dux. Non eletto, ma pagante. Non veneziano, ma universale. Non fine mercante, ma sommo acquirente.
Lei, Lauren Sánchez, la novella sposa, statua di cera in abito haute couture: metà Barbie, metà regina Nefertiti.
Il gotha del capitalismo mondiale era tutto lì: i re del consumo, le regine dei filler, le corti digitali e le dame di compagnia con milioni di follower. C’erano più algoritmi nei sorrisi che sincera allegria. Più filtri che rossetti. Più plastica che pietra d’Istria.
La cittadinanza, come sempre, a guardare da lontano. Dietro transenne e cordoni, coi vaporetti deviati e l’accesso vietato ai campi.
Come nel Mercante di Venezia, ma al contrario: non è l’ebreo Shylock a chiedere una libbra di carne, è Venezia stessa a vederne strappata più di una. Non dal petto, ma dal cuore. E senza neppure il contratto. Solo con l’effimera clausola dello spettacolo.
Perché si dice: «porta ricchezza». Ma a chi? Non ai piccoli artigiani. Non agli studenti veneziani costretti a vivere a Mestre. Non ai pescatori lagunari. Non alla signora che tiene aperto un negozio di libri vecchi sotto un portico allagato. Ricchezza per chi noleggia terrazze, per chi gestisce fondazioni d’élite, per chi trasforma i palazzi in palcoscenici e i musei in set.
Cosa resta? I post su Instagram. Le foto di Di Caprio. Gli articoli sulle “nozze dell’anno”.
Ma anche l’amara consapevolezza che il matrimonio di Bezos è anche il funerale di un’idea: quella di una Venezia libera, ironica, non servile. Una città che si concedeva senza vendersi, che si offriva senza prostituirsi.
Forse ha ragione chi propone di venderla direttamente, come opera d’arte unica: pezzo raro, da collezione. Magari a Bezos stesso. Così si risparmia sull’affitto.
Oppure, più semplicemente, che si cambi il motto della città.
Un tempo — nei secoli fieri — si sarebbe detto:
Estote fortes in bello (siate forti in guerra).
Oggi, invece, pare più adatto un nuovo motto:
Estote mansueti in convivio privato (siate mansueti durante l’evento privato).
1 luglio

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