Sono abbonato da anni al South China Morning Post, come al Nikkei. Due quotidiani da leggere ogni giorno, senza eccezioni, se si ha a che fare con l’Asia — per lavoro, per affetto o per puro istinto di osservazione. Entrambi, a modo loro, raccontano un continente che non si lascia raccontare. Ma la parabola del SCMP è più dolente, più intricata. Più coloniale e più post-coloniale, nel senso peggiore del termine.

C’era un tempo in cui il South China Morning Post era la voce elegante e cosmopolita di Hong Kong: liberale, attenta, con un piglio sobrio e ironico che ricordava certi giornali inglesi d’antan. Era il giornale della borghesia intermedia, dei commercianti di Central, dei banchieri con passaporto britannico e casa a Mid-Levels. Ma era anche letto da studiosi, avvocati, diplomatici e expat con il gusto delle sfumature. Non troppo radicale, non troppo conformista. Quasi perfetto.

Poi è arrivato il tempo della transizione.

Il 12 dicembre 2015, il New York Times pubblica una notizia che segna una svolta: Alibaba, il colosso dell’e-commerce cinese, acquista il South China Morning Post e le sue attività editoriali per circa 266 milioni di dollari di Hong Kong. Il vicepresidente Joseph Tsai spiega l’operazione con toni rassicuranti: “Vogliamo offrire una visione più equilibrata della Cina, che contrasti la narrativa occidentale spesso negativa”. Fu una dichiarazione lucida e rivelatrice. Non era una minaccia, né una conquista bellica. Era qualcosa di più raffinato: l’avvio di un processo di riconfigurazione del discorso, sotto l’egida del mercato, dell’armonia, della razionalità. Non il China Daily, con le sue roboanti dichiarazioni e le fotografie in formato manifesto. Il SCMP è diventato altro: non un organo di propaganda, ma un esercizio raffinato di sostegno al regime, come mi ha detto una volta un amico di vecchia scuola. Ed è proprio così.

La scrittura resta limpida. I titoli sono ancora agili. Ma la scelta delle notizie, il tono dei commenti, le omissioni strategiche: tutto racconta un nuovo equilibrio, più prudente, più codificato. Più orientato a non disturbare. Uno dei misteri meglio custoditi del South China Morning Post contemporaneo è la sua capacità di non dire tutto, ma di farlo con stile. Non si censura come una testata di provincia del Guangxi, ma seleziona. Sfuma. Attenua. Soprattutto: sposta l’attenzione. Un esempio classico è la copertura delle proteste del 2019. Il SCMP, che per anni aveva dato voce anche ai liberal più ostinati, ha gradualmente cambiato registro. Dai ritratti umani degli studenti in strada si è passati ai profili psicologici della polizia, ai dubbi sulla sostenibilità delle rivolte, all’equilibrio dell’ordine pubblico. I titoli parlavano di “clashes”, non più di “brutal repression”. I ritratti degli attivisti come Joshua Wong sono diventati più sfocati, meno empatici.

Nel 2020, quando la legge sulla sicurezza nazionale è entrata in vigore, il South China Morning Post ha fatto quello che un tempo avrebbe criticato: ha spiegato il provvedimento come necessario. Con tono ragionato, certo. Citando fonti legali, esperti di diritto, perfino qualche critica lieve. Ma il tono generale era chiaro: la stabilità prima di tutto. E il lettore attento — il lettore che ricorda — si è accorto del cambio di passo.

Un altro caso emblematico: il modo in cui si tratta la Cina continentale. Non troverete sul SCMP, oggi, una sola inchiesta vera sulle minoranze nello Xinjiang. Quando il tema emerge (perché deve), viene affidato a corrispondenti stranieri, spesso con titoli bilanciati (“China says…”) e con largo spazio alle smentite ufficiali. La parola “genocidio” è bandita come una bestemmia.

Eppure, anche in questo scenario, il SCMP non è mai sciatto, mai volgare. È un maestro di eleganza sotto pressione. I pezzi sulle innovazioni tecnologiche cinesi sono interessanti. Le analisi geopolitiche mantengono un certo respiro. Le pagine culturali restano godibili. Ma c’è sempre una linea invisibile che non si può oltrepassare. Una sorta di etichetta del consenso.

Persino i necrologi seguono la linea. Quando è morto Jiang Zemin, la copertura era ampia e composta. Nessun cenno alla repressione di Tiananmen (nonostante fosse lui, da leader di Shanghai, a gestire il dopo-crisi). Molta enfasi sull’eredità economica. Nessuna nota stonata. Solo musica di sottofondo, in tonalità maggiore. E così si può dire che il South China Morning Post sia oggi il perfetto quotidiano del tempo post-liberale: non mente, non aggredisce, non semplifica. Ma addolcisce, orienta, e quando serve… tace.

Per questo lo leggiamo ancora. Per nostalgia, per professionalità, per una specie di malinconico rispetto. Ma sappiamo che non è più il giornale di ieri. Lo sfogliamo come si sfoglia un vecchio album di famiglia, dopo un divorzio. Qualcosa ci manca, qualcosa ci scalda. E qualcosa, inevitabilmente, ci stringe il cuore. Sarà il nostro destino? Diventare, anche noi, una società che legge quotidiani ben fatti, informati, sobri — ma profondamente addomesticati? La democrazia non sempre muore tra le urla. Spesso si ritira in silenzio, lascia spazio, si fa da parte per non urtare la sensibilità del potere.

In Italia accade con discrezione. I giornali non vengono censurati: si autolimano. Le interviste diventano dialoghi tra amici, le inchieste scivolano nei blog indipendenti, le domande scomode si spostano nelle retrovie. La libertà, quella vera, si ritira un passo indietro — con educazione. Indro Montanelli, che pure non fu mai rivoluzionario, diceva che il giornalista deve “disturbare i manovratori”. Oggi i manovratori non si disturbano più: si invitano, si commentano, si condividono. Alcuni quotidiani, come certe figure pubbliche, aspirano al ruolo di garante dell’equilibrio, non più di voce critica. Il “buon giornalismo” coincide con la compostezza, con la moderazione, con la prevedibilità.

La post-democrazia non ci ha colti impreparati. Semplicemente, non abbiamo opposto resistenza. L’abbiamo accolta come si accoglie una comodità nuova: meno conflitti, meno rischi, meno disordine. Le redazioni si sono assottigliate, le parole sono diventate neutre, e i lettori si sono abituati a un’informazione gentile. Forse anche noi, come Hong Kong, stiamo entrando in una fase in cui la libertà è ancora presente — ma non più pienamente esercitata. Non c’è bisogno di leggi speciali. Basta la pressione della pubblicità, la rete di interessi, il clima. Un clima dove è preferibile non sbilanciarsi. Dove il senso del limite viene interiorizzato. Dove tutti sanno fino a dove ci si può spingere. La cosa più triste è che nessuno se ne accorge davvero. Si continua a leggere, a discutere, a scrivere. Ma il margine del possibile si è ristretto. E non lo misura più il governo, ma la convenienza. Anche da noi, dunque, potrebbe succedere — o forse è già successo. Con grazia, con misura, con l’educazione di chi non vuole rovinare la cena. Ma con un prezzo alto: il silenzio delle domande che non si fanno più.

Il South China Morning Post siamo noi.

Forse è questo il punto. Che nel South China Morning Post non leggiamo più soltanto la storia di un giornale, o il riflesso addolcito di una città perduta. Ci leggiamo dentro anche noi. Il modo in cui edulcora, seleziona, modula il tono. Il modo in cui continua a essere leggibile, perfino interessante, ma sempre più distante da ciò che dovrebbe essere la libertà dell’informazione. Quel modo, misurato e garbato, ci somiglia. Sta diventando anche il nostro. Non servono imposizioni, né regimi. Basta la progressiva disabitudine al conflitto, la preferenza per il racconto lineare, la paura di dire troppo, o troppo presto. Anche da noi, l’informazione si fa ogni giorno più ragionevole, più elegante, più sobria — e meno viva.

Per questo il South China Morning Post siamo noi. Siamo noi quando rinunciamo a disturbare. Quando preferiamo il commento al rischio. Quando diamo per scontato che certe cose non si possano più dire. Siamo noi quando comprendiamo le ragioni del potere prima ancora che parli.

E così, lentamente, diventiamo il giornale che leggiamo. Un po’ per nostalgia, un po’ per affetto. Ma sempre più spesso, senza illusioni.

28 agosto

©2026 - Altriorienti - Accesso amministratori - Questo sito non raccoglie informazioni personali e non usa cookies

Log in with your credentials

Forgot your details?