Vladimir Putin a Pechino appare come un giocatore che rilancia pur avendo in mano carte deboli. Davanti a Xi Jinping parla di Storia, di sacrifici comuni, evoca la memoria della Seconda guerra mondiale e l’eroismo dei popoli sovietici e cinesi, come se quella memoria potesse legittimare le pretese della Russia di oggi. In realtà i numeri raccontano un’altra verità: Mosca è un Paese in contrazione.
Con i suoi circa 145 milioni di abitanti, destinati a calare sotto i 130 milioni entro il 2050, la Russia ha un’economia che vale appena 2.000–2.200 miliardi di dollari: più o meno come quella italiana, ma con un PIL pro capite di soli 14.000 dollari, contro i 36.000 dell’Italia. La struttura economica resta arretrata: oltre il 40% delle entrate fiscali proviene da petrolio e gas. La guerra in Ucraina ha messo a nudo le fragilità militari: logistica debole, corruzione sistemica, tecnologia in ritardo. L’unica vera carta rimasta è l’arsenale nucleare, che tiene Mosca al tavolo delle grandi potenze. È il grande bluff: un ruggito che somiglia a quello del topo.
La Cina questo bluff lo incassa e lo trasforma in risorsa. Xi Jinping accoglie Putin a Tianjin come partner strategico, ma nella realtà la Russia è ridotta al ruolo di junior partner, utile a legittimare la narrazione multipolare di Pechino. Il 25° vertice della SCO (Shanghai Cooperation Organisation) ne è l’esempio: parate militari, dichiarazioni solenni, retorica anti-occidentale. Ma dietro la facciata, poca sostanza.
La SCO, fondata nel 2001 da Cina, Russia e alcune repubbliche ex-sovietiche, oggi include anche India, Pakistan e Iran, e rappresenta circa il 40% della popolazione mondiale e il 20–23% del PIL globale. Eppure, a differenza di UE o NATO, non ha strumenti vincolanti: nessuna moneta, nessun esercito comune, nessun mercato integrato. È una piattaforma di immagine, non un’istituzione operativa. I suoi membri spesso hanno interessi in conflitto: l’India, ad esempio, rifiuta di firmare documenti che non tengano conto delle sue priorità strategiche. Non è un “ordine alternativo”, ma un club di opportunismo, in cui ognuno sfrutta la cornice per i propri interessi.
E anche Pechino, sotto la facciata di leadership, mostra fragilità. La crescita economica è rallentata al +4,5% nel 2024. Il settore immobiliare, che pesava per un quarto dell’economia, è in crisi sistemica: milioni di appartamenti invenduti, debiti insostenibili, ricchezza privata erosa. La demografia si è già invertita: dal picco di 1,41 miliardi, la popolazione comincia a calare e rischia di perdere centinaia di milioni entro la fine del secolo. La Cina spende in infrastrutture e controllo, ma non riesce più a garantire prosperità diffusa. È un gigante che ostenta forza, ma sotto la superficie barcolla.
Se si guarda dall’altra parte, l’Occidente non appare così malato come spesso viene descritto. Gli Stati Uniti hanno un PIL di oltre 27.000 miliardi di dollari, più del doppio di Cina e Russia insieme, e conservano una leadership tecnologica impareggiabile. La popolazione è in crescita moderata, sostenuta dall’immigrazione. L’Europa, pur divisa, ha un’economia da oltre 16.000 miliardi, con capitale umano elevato, servizi pubblici avanzati, capacità di innovazione. I suoi difetti sono reali — lentezza decisionale, polarizzazioni, squilibri interni — ma conserva ancora anticorpi che Russia e Cina non hanno: pluralismo, apertura, capacità di rigenerarsi.
È proprio qui che si gioca il punto cruciale. La guerra in Ucraina non è solo una sfida di confini, ma un test esistenziale per l’Europa. Putin ha colpito Kyiv per logiche imperiali, ma anche per un calcolo più sottile: capire cos’è oggi l’Europa, se esiste davvero come soggetto politico, se sa reggere la pressione di un conflitto armato ai suoi confini o se finirà col dissolversi nel tempo. L’Europa ha reagito con sanzioni, aiuti militari, solidarietà, ma resta prigioniera di esitazioni e illusioni. Per decenni ha creduto che il dialogo con Mosca fosse garanzia di stabilità, che il commercio e le forniture energetiche avrebbero “addomesticato” la Russia. È stata un’illusione.
Come ha ricordato Anne Applebaum in un’intervista al Corriere della Sera, “Trump ha convinto Putin che può vincere sul campo. Ora l’Europa è sola.” Putin ha invaso l’Ucraina anche per mettere alla prova l’Europa, per saggiarne la resistenza, per scoprire se esista un nucleo politico in grado di opporsi o solo un mosaico di paesi esitanti. La Russia, Paese accattone sul piano economico, sfrutta il suo arsenale nucleare e la brutalità militare per minare non solo l’Ucraina, ma l’idea stessa di Europa.
La vera strategia, allora, è smettere di illudersi. Accettare che Putin usa l’Ucraina come campo di battaglia, ma l’Europa come bersaglio simbolico. La risposta non può essere una nuova stagione di appeasement, ma un salto di maturità: l’Europa deve diventare autonoma, smettere di credere alla favola del dialogo infinito, accettare che la stabilità non nasce dal compromesso con Mosca, ma dalla capacità di resisterle riacquistando la propria identità e il primato dei valori occidentali — dalla filosofia greca al diritto romano, dal cristianesimo all’umanesimo, fino alla filosofia tedesca e francese e al pensiero analitico britannico — e rifuggendo l’illusione dei migranti e del meticciato islamico come presunto corroborante economico e socioculturale.
La lezione che emerge è chiara: nella storia i Paesi non hanno mai seguito grandi progetti multilaterali per ideale, ma per necessità e opportunismo. Così è stato nel Novecento e così è oggi. La SCO non è un’alternativa credibile all’Occidente, ma un palco utile a Pechino e Mosca per mostrare forza in un momento di debolezza. Il bluff russo, la facciata cinese e la retorica del multipolarismo non cancellano i dati di realtà: l’Occidente, pur fragile e diviso, ha ancora più struttura, ricchezza e forza industriale ed economica di quanto i suoi avversari vogliano ammettere.
In fondo, il ruggito di Mosca è quello del topo, l’eco di Pechino suona incerta, e l’Europa, stanca ma viva, resta oggi l’unica vera posta in gioco.
1 settembre
