Forse è così che finisce il mondo: non con un urlo, non con un canto, ma con una dichiarazione di Vladimir Putin sull’oncovaccino definitivo. Uno si distrae un attimo, apre il giornale, e scopre che il cancro — quell’ospite oscuro che attraversa ogni famiglia, come un ladro che non chiede permesso — è stato quasi risolto. Quasi. Manca poco.

In Cina basteranno dieci anni. In Russia sembra siano più avanti: “siamo vicini”, ha detto lo zar, tono serafico, come se stesse parlando della metropolitana fuori Mosca. Due frasi buttate lì, e improvvisamente la biologia diventa geopolitica, la medicina un annuncio da telegiornale, il corpo umano un terreno di competizione tra superpotenze in cerca di redenzione.

Noi continuiamo a fare ciò che abbiamo sempre fatto: studiamo, finanziamo, sbagliamo, riproviamo, falliamo, miglioriamo, ricominciamo da capo. Ogni giorno, in ogni laboratorio, ci sono ricercatori che guardano una cellula tumorale al microscopio e provano a capire che diavolo non vada. E la risposta è sempre la stessa: va tutto storto. Perché il cancro non è uno. Sono mille. Sono un continente intero di malattie, di mutazioni, di errori di copiatura nel libro fragile della vita.

Viviamo più a lungo, ed è già un problema. Le cellule si duplicano, e col tempo perdono colpi. A un certo punto qualcosa va a puttane — è il termine più scientificamente onesto. L’invecchiamento è una forma di entropia raccontata attraverso le rughe. Il cancro ne è la punteggiatura tragica. Eppure eccoci qui, nel 2025, mentre da una parte del mondo si continua a investire miliardi in ricerca molecolare, immunoterapie, editing genetico, sperimentazioni su tumori che cambiano forma come un drago mitologico… e dall’altra, nei due grandi regimi del secolo, ecco arrivare la soluzione finale annunciata al telegiornale.

Una startup di Shenzhen promette che “tra 5 o 10 anni nessuno si ammalerà più di cancro”. Putin parla di vaccini universali come se stesse annunciando una nuova linea ferroviaria. E il pubblico applaude, sollevato: finalmente una promessa semplice, chiara, tranquillizzante. Una bacchetta magica ed una formula. Il sol dell’avvenire, versione biotech.

Gli autocrati promettono la vittoria sulla malattia come promettevano, un tempo, la vittoria definitiva sul capitalismo e sulla storia. È lo stesso meccanismo, la stessa estetica del futuro inevitabile: “Seguiteci, la vita eterna è dietro l’angolo”.

Noi, invece, che conosciamo la perdita da vicino — una madre, un amico, una cicatrice — sappiamo che non funziona così. Che la biologia non si piega ai decreti.
Che la medicina non avanza per volontà politica ma per tentativi, errori, fallimenti, intuizioni, pazienza. E allora fa quasi disgusto leggere queste proclamazioni da imperatori del nuovo millennio, convinti che la morte sia un ostacolo ideologico e non un fondamento della condizione umana. Forse dovremmo riderne. Forse dovremmo temerle. Più semplicemente — dovremmo scriverne con un po’ di ironia ed una spruzzata di rabbia. Perché in quel punto preciso, dove la malattia incontra la politica, nasce sempre qualcosa di rivelatore. Il futuro non sarà immune dal cancro. Ma potrebbe essere più immune dalle promesse degli autocrati.

25 giugno

 

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