Non mi era mai capitato. Neppure quando giocava l’Inter, la Nazionale o quando Panatta scendeva in campo dall’altra parte dell’oceano. Questa mattina ho aperto gli occhi, ho allungato una mano verso il cellulare e, prima ancora di capire se fossi davvero sveglio, ho guardato distrattamente un’app di risultati sportivi. Ho letto Stati Uniti-Belgio 1-4, ho sorriso e mi sono girato dall’altra parte per regalarmi altri dieci minuti di sonno.
Raccontata così, qualcuno potrebbe pensare che avessi una scommessa aperta, una zia fiamminga o una particolare avversione nei confronti degli americani che giocano a calcio. Non è così. Semplicemente appartengo a una generazione cresciuta leggendo Gianni Brera, e Brera degli americani del pallone diffidava con l’istinto del contadino che osserva il cielo e capisce che qualcosa non torna. Il calcio gli sembrava una materia troppo irregolare, troppo ricca di imboscate e di ironie per adattarsi davvero a un popolo abituato a credere che il più forte, alla fine, debba necessariamente vincere.
Eppure ieri sera, davanti a uno Spritz, la questione sembrava aver preso una piega diversa.
Eravamo al bar, luogo che continua ostinatamente a sopravvivere alle mode, agli algoritmi e alle piattaforme digitali. Seduto allo stesso tavolo dove poteva essersi seduto mio padre quarant’anni fa e prima ancora mio nonno, ascoltavo una discussione che era partita dal Mondiale per Club e stava lentamente deragliando verso territori più interessanti.
Qualcuno raccontava che Donald Trump aveva chiesto e ottenuto da Gianni Infantino, svizzero dal nome italiano e italiano per inclinazione teatrale, la cancellazione della squalifica del grande attaccante americano destinato a guidare gli Stati Uniti contro il Belgio.
«È una cosa mai vista», ho dichiarato sollevando il bicchiere.
Ero sincero.
Mai vista.
Gli amici hanno sorriso. Qualcuno ha rincarato la dose. Qualcun altro ha ordinato da bere.
Ma Franco no.
Franco stava sorseggiando un virgin mojito prodotto da una nota sorgente di Crodo e aveva quell’espressione leggermente malinconica che assumono gli uomini quando stanno per spiegarti che il problema che hai appena scoperto è in realtà il più piccolo di tutti.
Mi ha guardato.
«Davvero ti sembra troppo?»
«Direi di sì.»
Ha scosso la testa.
«È probabilmente la cosa più insignificante che abbia fatto. Venezuela ed Iran, Groenlandia e Meloni, pesci in faccia a Zelensky e carezze a Putin e Xi Jinping. Dazi distribuiti come volantini all’uscita di uno stadio. Politiche economiche che sembrano scritte durante una discussione al tavolo di un bar. Inflazione. Mercati trasformati in montagne russe. Ma ricordi il Trump Coin? Emesso a un dollaro, arrivato a settantacinque e poi tornato quasi dove era partito. Neanche il Re Sole. Siamo al Gatto e la Volpe con l’albero degli zecchini d’oro. Peccato che l’amico Jeffrey Epstein non ci sia più.»
L’oracolo Franco aveva parlato.
Il mondo si fece silenzio.
L’alcol evaporò.
Mi sentii un perfetto imbecille.
Franco mi diede una pacca sulla spalla.
Fine della storia.
Risultato finale: Stati Uniti 1, Belgio 4.
Il grande Balogun, reintegrato per ragioni che appartengono più alla politica che al calcio, disputò una partita così mediocre da risultare invisibile.
Scritta così, in cinque minuti e in memoria di Gianni Brera.
7 ottobre
