Una volta il gatto Perseo mi ha tirato una zampata.
Niente di grave. Una di quelle zampate secche, veloci, senza preavviso. Gli passi accanto, pensi che tutto sia tranquillo, e invece zac. Unghia. Carattere. Il gatto grosso, maschio, territoriale. Uno di quei gatti convinti che il mondo esista per irritarli.
La cosa interessante non è quella. La cosa interessante è che dall’altra parte della stanza è arrivata Penelope, gatta più piccola. Dolcissima, occhi gialli. Non ha fatto grandi discorsi. Si è avvicinata, ha soffiato al maschio e quello, con l’aria di chi improvvisamente ha altre faccende da sbrigare, se n’è andato.
Fine della storia.
Gli etologi hanno un nome elegante per queste cose. Third party intervention. Intervento di terza parte. Succede tra i lupi, tra i corvi, tra i primati. A volte l’animale più debole interviene per fermare l’aggressione di uno più forte. Non è moralità. È qualcosa di più antico e più sporco. Una specie di allergia biologica alla violenza gratuita.
Ora, prendiamo l’Iran.
Trentamila persone ammazzate a gennaio in un week end. Migliaia di giovani accecati. Ragazzine impiccate con la stessa burocrazia con cui si timbrano i moduli in un ufficio postale. Un sistema clericale che funziona come un frigorifero morale: dentro tutto si conserva, soprattutto la crudeltà.
E ogni volta qualcuno dice: attenzione, bisogna capire le ragioni geopolitiche.
Il petrolio.
Le rotte.
L’equilibrio regionale.
Le solite parole lucide e fredde che piacciono ai think tank, dove uomini molto seri discutono di massacri come se fossero partite a scacchi.
Può darsi che abbiano ragione. Ma ogni tanto ho il sospetto che dimentichino una cosa molto più semplice. Gli esseri umani sono animali. Animali vestiti bene, con iPhone, lauree e editoriali sul Financial Times. Ma sotto la camicia stirata resta una creatura che per centinaia di migliaia di anni ha reagito a stimoli molto elementari.
Uno di questi è la violenza esibita.
Quando diventa troppo visibile, troppo arrogante, troppo teatrale — come i moralisti con il cappio in mano a Teheran — succede qualcosa nel sistema nervoso collettivo.
Un riflesso. Non sempre nobile. Non sempre intelligente. Ma reale. Una specie di fastidio biologico. Gli strateghi lo chiamano “intervento umanitario”. Gli editorialisti lo chiamano “responsabilità internazionale”. Io sospetto che spesso sia qualcosa di molto meno elegante.
Noi siamo la gatta Penelope che soffia. Perché a un certo punto anche il mondo — che è un posto terribile, lo sappiamo — si stanca di vedere il gatto grosso che tira zampate a tutti.
Non solo per il petrolio. Non per la democrazia. Nemmeno per la storia. Si interviene perché, a un certo punto, la violenza diventa intollerabile da guardare. Una questione etologica. Come in salotto.
8 marzo

Penelope