Il marxismo è morto, ma Luciano Canfora non lo sa.
Continua a scrivere, a spiegare, a impartire lezioni al mondo come se la storia fosse ancora un seminario del 1973. E tuttavia, per una curiosa legge della commedia, il destino gli ha regalato l’ultima, perfetta lezione di dialettica vivente: essere salvato da colei che aveva insultato.

L’11 aprile 2022, durante un incontro con gli studenti del liceo Enrico Fermi di Bari, il professore — pronto di penna e di lingua — definì Giorgia Meloni, allora leader di Fratelli d’Italia,

«la terribilissima e sempre insultata, poveretta, leader di Fratelli d’Italia, trattata di solito come una mentecatta, pericolosissima, siccome essendo neonazista nell’animo si è subito schierata con i neonazisti ucraini».

Una di quelle frasi che, lette oggi, sembrano scritte da un personaggio di Molière. La Premier querelò per diffamazione, chiedendo 20.000 euro di risarcimento.
Il 16 aprile 2024 il GUP di Bari rinviò Canfora a giudizio. Il processo era fissato per il 7 ottobre, ma il 4 ottobre Giorgia Meloni ritirò la querela. Silenziosamente, senza proclami: come una regina elisabettiana che, per magnanimità, lascia vivere il giullare che la insultava.

Così, l’uomo che per decenni ha denunciato l’arbitrio del potere è stato salvato proprio da un atto arbitrario del potere. La sinistra che sopravvive grazie alla clemenza della destra. È un paradosso perfetto, e anche una chiave di lettura del suo ultimo libro, Dizionario politico minimo (Laterza): un catalogo di certezze granitiche in un mondo ormai liquido.

Nel Dizionario, Canfora raduna la sua antologia personale di concetti immortali — Islam, Cina, Globalizzazione, Patria, Propaganda, Postdemocrazia.
Ogni lemma è scritto come una definizione morale più che analitica: un trattato breve, a metà tra l’oracolo e la glossa universitaria. Non si trova mai un dubbio, raramente un aggettivo superfluo. È un libro compatto, ostile alla leggerezza, costruito come un’antologia del pensiero critico al tempo dell’inconsistenza digitale.
Ma anche, involontariamente, come il monumento funerario di un linguaggio politico ormai perduto.

Nel capitolo Islam, Canfora invita a non trinciare giudizi, e poi ne trincia uno solo: la colpa è dell’Occidente. L’islam, sostiene, non è affatto regressivo; è semplicemente “una religione in formazione”, come il cristianesimo delle origini. I suoi fondamentalisti non sarebbero che “gli zeloti di un’epoca immatura”,
e le sue contraddizioni il prezzo da pagare per la modernizzazione spirituale. Serve tempo — tre secoli circa, come tra San Paolo e Costantino — e tutto si risolverà.

È una visione elegante ma paternalista: la fede altrui trattata come un’allieva ribelle che prima o poi imparerà il greco. Eppure Canfora vi aggiunge un tocco personale: un’invidiosa ammirazione. L’islam, dice, ha “una coscienza più alta, una tensione morale più viva di quella cristiana”. Il che suona, più che come analisi, come nostalgia di una fede perduta — quella certezza dogmatica che il marxismo aveva provato, per un secolo, a sostituire.

La sua riflessione sul rapporto fra religione e potere è colta e articolata, ma appartiene a un mondo in cui la teologia è ancora un’arma politica. Oggi, invece, è solo uno specchio per capire quanto il pensiero occidentale abbia smesso di credere anche nel proprio dubbio.

Poi arriva la Cina, l’altro polo del suo universo simbolico.
Qui Canfora torna a sentirsi a casa: l’idea di un potere collettivo, pianificatore, protetto dalla lunga durata della Storia. Il “risveglio del drago” — scrive — è un’invenzione occidentale. La Cina, lungi dall’essere una potenza imperialista, non farebbe che “recuperare la propria sovranità storica”. La Belt and Road? “Un grande piano di cooperazione infrastrutturale.” Le basi militari? “Riflussi geopolitici naturali.” Le telecamere di sorveglianza? “Un’innovazione tecnologica di controllo sociale non dissimile da quella occidentale.”

È un lessico di attenuazioni, scritto con la pazienza del classicista e l’ingenuità del missionario. La Cina di Canfora è un impero etico, un “socialismo con caratteristiche confuciane” in cui la gerarchia non è oppressione, ma armonia. E se il Partito controlla ogni cosa, tanto meglio: il controllo, scrive, “è la condizione stessa dell’ordine politico”. Un concetto che suona nobile nel mondo delle idee, e sinistro nel mondo reale. Il filologo del sospetto si trasforma così nel commentatore indulgente: colui che non nega l’autoritarismo, ma lo trasfigura in virtù sistemica. È come se la sua mente, formata su Tucidide e Marx, trovasse nella Cina il sogno di un impero dove la Storia non deve più giustificarsi con la morale.

La sezione Globalizzazione è il vero cuore emotivo del libro, il suo piccolo Manifesto in miniatura. Per Canfora, la globalizzazione è una catastrofe universale, “un processo di commercializzazione totale del mondo che dissolve ogni differenza e annienta ogni cultura autonoma”. È il capitalismo portato alla sua forma pura, la fine della dialettica, l’appiattimento dell’uomo sulla merce. Il crollo dell’URSS — scrive — ha eliminato “il principale nemico della globalizzazione”, e con esso la possibilità stessa di una politica alternativa. C’è del vero, naturalmente: la sua critica all’uniformità del pensiero occidentale, all’ipocrisia delle democrazie economiche, alla nuova forma di dominio esercitata attraverso il consenso e non la forza. Ma Canfora non concede scampo: tutto è sistema, e il sistema è male.
La tecnologia è alienazione, la rete è propaganda, il progresso è soltanto marketing. Non un varco, non un’intercapedine, non una contraddizione fertile.

È il marxismo come elegia, non come analisi: la teologia del disincanto. E in questa visione cupa e coerente, Canfora si ritaglia il ruolo di sacerdote dell’Apocalisse razionale, l’unico che ancora predichi la necessità di un’eresia in un mondo che non ne contempla più. Così, mentre nel libro il professore scaglia le sue invettive contro i potenti, nella realtà un potente lo ha appena perdonato. Il teorico dell’eterna lotta di classe graziato da una borghese al governo: la dialettica che si piega, per una volta, all’ironia. Canfora non lo ammetterà mai, ma quella grazia ricevuta è l’unico vero atto dialettico che la Storia gli abbia riservato. Un gesto che smentisce tutto ciò che predica, ma che al tempo stesso ne celebra l’importanza: solo chi crede nella forza delle parole può essere salvato dal loro contrario, il silenzio del potere.

Eppure, bisogna riconoscerlo: Canfora resta grande. Un uomo fuori tempo, ma mai fuori tono. Ha torto su quasi tutto, ma difende con rigore quasi ascetico la dignità del pensare. Scrive come un sacerdote laico che non vuole essere perdonato.

Il suo Dizionario politico minimo è un monumento involontario: alla coerenza come virtù tragica, alla nobiltà dell’errore, alla fede nell’intelligenza come forma di resistenza. Un Canfora fossilizzato ma luminoso, come un frammento d’ambra che trattiene ancora l’aria del Novecento.

E nel Paese dove i santi non esistono più, sopravvive un solo laico: Luciano Canfora, salvato da una fascista — e troppo orgoglioso per ringraziarla.

29 novembre

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