Prefazione

Avevo questo articolo nel cassetto da mesi. Non sapevo quando pubblicarlo, né se pubblicarlo davvero. Era una di quelle riflessioni sospese: troppo scomode per essere dette, troppo necessarie per essere dimenticate.

Poi, il 26 novembre 2025, ho letto sul Corriere della Sera l’intervista di Niall Ferguson, intitolata: 
«Sul piano di pace per l’Ucraina Trump si sta assumendo dei rischi. L’Europa vive in un mondo illusorio».

Non è stato un dettaglio, ma una frattura.

Ferguson non parlava di complotti né di vizi privati. Parlava di qualcosa di più grave: la possibilità che la gestione di Donald J. Trump sia ormai corrotta nella struttura, fragile al punto da prendere forma non da forza, ma da urgenze opache. l suo piano per l’Ucraina — aggressivo nei contenuti e improvvisamente remissivo nei presupposti — non sembrava nascere da una reale strategia, ma da un bisogno. Da un rischio non controllato. Il sottotesto era evidente:
Trump potrebbe non essere più padrone delle sue scelte. In quel momento ho capito che questo pezzo — quello che rimandavo da troppo tempo — non poteva più aspettare.

Lo pubblico nei primi giorni del 2026 integrandalo con le ultimi pensieri, azioni ed affermazioni. 

Ci sono domande che non si possono eludere. Non per ossessione cospirativa, né per gusto del torbido. Ma perché certe ombre, se restano troppo a lungo ai margini della visione, finiscono per distorcerla. E allora chiediamolo, sottovoce, tra amici che non hanno fretta: è possibile che Donald J. Trump sia, o possa essere, ricattabile?

Non c’è una risposta. Solo un sentiero di indizi, omissioni, mezze verità.

La sua storia imprenditoriale è segnata da contiguità con la criminalità organizzata: prima i Gambino, poi ambienti russi dall’origine incerta e dal denaro abbondante. Non è fantasia: è letteratura giudiziaria. Poi c’è Epstein. Non un semplice scandalo, ma una rete in cui sesso, potere e controllo si confondono. Trump lo ha conosciuto, frequentato, poi ripudiato. Ma restano i vuoti. Restano i file. Restano le domande. Perfino una parte dell’elettorato MAGA chiede che vengano resi pubblici: perché non lo fa? Di chi ha paura? O chi teme lui? Il sospetto, da solo, basta a incrinare. Perché se un presidente può essere ricattato, non è più libero. E se non è libero, cosa orienta davvero le sue scelte? Non tutto, certo, si spiega con il ricatto. Ci sono il calcolo, l’opportunismo, la fame di denaro, il gusto per la menzogna pronunciata con leggerezza. 

Eppure alcune decisioni sfuggono anche a queste logiche. Venezuela, Cuba e Groenlandia? Dottrina Monroe nell’anno 2026 a due secoli dalla sua formulazione? Ed ancora, quando Trump afferma che Russia e Ucraina “sono in fondo la stessa cosa”, quando minaccia la NATO e poi la blandisce, quando invoca guerra e subito dopo pace, il problema non è la coerenza: è la possibilità che non sia lui a decidere del tutto. Quella che sembra incostanza potrebbe essere pressione. Una pressione continua, silenziosa, sistemica. Non un singolo episodio, ma l’intersezione di segreti, affari, debolezze, nomi.

Ed è allora lecito chiedersi:

Quanto è stabile una nazione guidata da un uomo che forse non può dire tutto? Quanto è credibile una dottrina estera fondata su scelte che non possono essere spiegate? Quanto potere ha un Presidente se, altrove, qualcuno possiede ciò che lui teme? Che cosa rende fragile un leader? L’ideologia? I nemici? Le gaffe? O l’ombra dei propri segreti? Cosa accade quando il potere visibile è attraversato da fili invisibili, quando dietro ogni scelta si avverte qualcosa che non può essere nominato?

E soprattutto: una democrazia può sopravvivere al dubbio che il suo leader sia ricattabile? 

Postfazione per i lettori colti – Apologia della domanda

Nel tempo della visibilità totale e della parola inflazionata, la domanda è l’ultimo gesto sovrano. Non serve a ottenere una risposta: serve a spostare il fuoco, a incrinare ciò che sembrava solido.

Socrate non cercava verità positive. Cercava l’inadeguatezza delle certezze comuni. La sua era un’epistemologia negativa: un’arte del vuoto che costringeva a riconoscere ciò che non si sa. Per questo fu condannato: non per ciò che diceva, ma per il modo in cui costringeva gli altri a pensare. Oggi come allora, ciò che disturba non è l’opinione, ma il dubbio. Non la denuncia esplicita, ma la domanda che rode i margini del discorso. Chiedersi se un leader sia ricattabile non è un’accusa: è un dispositivo critico. Serve a guardare non l’uomo, ma il meccanismo del potere. Perché il potere, come sapeva Foucault, vive soprattutto di ciò che tace.

La parrēsia greca — il dire il vero di fronte al potere — non è un diritto, ma un rischio. Un’esposizione. Per questo le domande autentiche nascono nei silenzi fra amici, nella veglia inquieta, nella sospensione della complicità.

> “Il vero scandalo non è ciò che accade, ma ciò che si accetta di non vedere.”

(Arendt, parafrasata)

Le democrazie reggono finché qualcuno insiste a domandare ciò che non è previsto. Quando il potere diventa opaco, indecidibile, quando dietro le scelte si avverte un’altra volontà, non chiedere più chi tiene la mano sul volante significa abdicare. E se, come scrive Agamben, la politica è ciò che resta in sospeso, allora la domanda è la sua forma più alta di vigilanza. Perché ciò che non si può domandare è già fuori dalla democrazia.

20 gennaio

 

Foto d’archivio. La mafia russa a New York

 

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