Questa è la parabola triste e sorridente di Vittorio Emanuele Parsi,

(Per l’esperienza completa, leggete queste righe con in sottofondo Sapessi com’è strano (Innamorarsi a Milano)” di Memo Remigi: piano sognante e clarino notturno, perfetti per un’elegia semi-comica.)

C’è stato un tempo – non così lontano – in cui ascoltare Vittorio Emanuele Parsi era una festa dell’intelletto. Parlava di NATO e Afghanistan con la grazia del dotto e la prudenza del cattolico. Nessun dogma, nessun partito, solo quella schiena dritta che pareva scolpita a Gerusalemme, educata a Washington e temprata nelle aule della Cattolica.

  • “La vulnerabilità del bene” ci insegnava che non c’è ordine senza fragilità.
  • “L’alleanza inevitabile” mostrava come si possa essere filo-americani senza diventare cani da riporto.
  • “Vulnerabili” (2021) parlava di Covid e geopolitica senza isterismi, né teorie da barbiere col master a Wuhan.

Era bello sentirlo; era bello perfino contraddirlo.

Poi è arrivata la vita. Una malattia importante, affrontata con coraggio. Un’assenza lunga. Un ritorno. Qualcosa però si era spostato.

Lo abbiamo rivisto. Diverso. Un po’ più lucido d’occhi, un po’ meno lucido di pensiero.

A Roma si è legato a una giornalista napoletana, onnipresente nei pomeriggi televisivi. Nell’ora in cui le badanti stirano e i gatti dormono, lei commenta la geopolitica con la verve di un bollettino parrocchiale. Ospiti? Sempre gli stessi. Commenti? Sempre quelli. La vera forza del programma è l’orario, che accompagna dolcemente tra le braccia di Morfeo.

E poi c’è il mistero tricologico dell’iniziata: nerissimi, compatti, luccicanti come lava appena fusa. Né un riflesso bianco né una piega fuori posto: solo il nero assoluto dell’eterno presente. L’unica tinta altrettanto sospetta è quella arancione di Donald Trump – ma almeno lui non finge la normalità. Qui, invece, l’illusione tragica della giovinezza eterna: una parrucca dell’ego, più che della vanità.

Il tentativo di trasferire osmoticamente il sapere di Parsi nell’amazzone partenopea è fallito come la fusione fredda di Fleishmann e Pons. Zero guizzi, zero eredità, zero risultati. Gli antropologi del futuro lo studieranno come caso di dissipazione sentimentale di capitale intellettuale.

Chi lo conosce bene – colleghi, ex studenti, sodali di conferenza – dice che il nostro Professore, ormai divenuto un colombo in amore (ma senza ramo d’ulivo, solo con microfono a clip), non ama parlare del libro con la Panella. Evita l’argomento, glissa con garbo, si rifugia in un sorriso da parrocchia. È come se non capisse che mettere in pubblico il proprio privato, soprattutto in Italia, è un atto irreversibile, un’incisione che non guarisce mai.

Crede ingenuamente che raccontare sé stesso in quanto paziente, innamorato e redento non offuschi la sua autorevolezza, non leda la percezione accademica, non provochi riso o sospetto in chi un tempo ne citava i paper nei seminari. Ma un docente non è un santino, è una proiezione di rigore e distanza, un uomo che ti insegna la differenza tra visione e vanità.

E allora quel libro, La vita due volte, appare oggi come una confessione inopportuna: troppo candida per essere accademica, troppo vistosa per essere discreta, troppo narrata per non sembrare un reality. Il professore pensa di aver condiviso una testimonianza. Ma molti leggono un cedimento. L’intellettuale può essere fragile, ma non può compiacersi del suo pianto. E chi insegna la politica, non può dimenticare che anche l’empatia ha un prezzo retorico. Poi l’apparizione dalla Venier: il professore, come Belen o Memo Remigi, a raccontare malattia, rinascita e amore con tono da biopic RAI. Una carezza in primo piano. L’innocenza di un grande studioso ceduta per un pomeriggio di share.

C’è in questa storia, in fondo, una parabola già vista, che ricorda da vicino un altro caso emblematico dell’intellettualità italiana del secondo Novecento: Francesco Alberoni. Un tempo stimato e raffinato sociologo dei movimenti collettivi, autore del fondamentale Movimento e istituzione, capace di interpretare le trasformazioni del potere, della religione e della società con uno sguardo originale e interdisciplinare. 

Poi, l’incontro con Rosa Giannetta. E da lì, il lento scivolamento dall’analisi sociale all’epistola amorosa, dal saggio alla rubrica del cuore, dall’Istituto di Scienze Sociali ai trafiletti infiocchettati delle pagine più senili del Corriere della Sera. Un epigono di Catullo – ma senza la grazia del poeta latino, e soprattutto senza il distacco. Solo estasi appannata e riflessione stanca, un “ti amo” ripetuto a piè di pagina come fosse teoria.

Parsi non è ancora lì, ma la parabola è tracciata: dalla teoria delle alleanze all’epistola sentimentale, dalle pagine di geopolitica alle pagine rosa. Il suo declino non è tragico; è teneramente ridicolo. Ci mancherà il Parsi che ci faceva pensare. L’attuale lo guardiamo con la benevolenza che si riserva a un vecchio compagno di liceo finito testimonial di poltrone relax.

Non è male, eh.
Solo: non è più lui.

Fiat voluntas Dei.
E, se un giorno dovesse risorgere, che torni col cappotto blu, un foglio fitto di note e una frase semplice:
“Scusate. Avevo solo bisogno di essere amato.”

27 agosto

 

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