Nelle strade di Jakarta, i gas lacrimogeni hanno lasciato un odore acre che non se ne va. Centinaia di giovani si disperdono a ondate, come branchi improvvisati, inseguiti da camion blindati che avanzano lenti e brutali. Un uomo comune, Affan Kurniawan, autista di mototaxi, è diventato il nuovo volto della rabbia: il suo corpo schiacciato da un veicolo della polizia non è solo la prova di un abuso, ma il segno di un Paese che si sta sgretolando nei suoi equilibri più fragili.
Non è la prima volta che l’Indonesia brucia. Ma questa volta non si parla solo di politica. Si parla di dignità. Di stipendi minimi che non bastano a sopravvivere, messi a confronto con i privilegi assurdi dei parlamentari: tremila dollari al mese solo per l’alloggio, dieci volte la paga di chi lavora dodici ore al giorno con un motorino rattoppato. L’immagine di Affan — ordinario, invisibile fino al giorno della sua morte — diventa la lente con cui si osserva tutto questo: la frattura sociale, la sfiducia, la distanza siderale tra chi governa e chi guida la città ogni giorno.
Il presidente Prabowo aveva promesso ordine, forza e ambizione. Voleva trasformare la più grande democrazia musulmana del mondo in una potenza globale. Ma la sua presidenza, ancora giovane, è già costretta sulla difensiva. I mercati scivolano, la rupia perde valore, gli investitori guardano altrove. Il popolo guarda la polizia e non vede sicurezza: vede nemici. Ogni lacrimogeno sparato a Jakarta, ogni manganello calato a Yogyakarta, è un pezzo di fiducia che si rompe.
Nelle periferie di Surabaya o di Medan, intanto, la protesta non è astratta: è fame, è disoccupazione, è una generazione che cresce connessa al mondo digitale ma bloccata in un sistema antico, dove i privilegi sono sacri e il potere non si tocca.
Forse l’Indonesia non cadrà, non esploderà in una rivoluzione: la sua storia di compromessi e autoritarismi mascherati insegna che le élite sanno come sopravvivere. Ma resta un Paese in frantumi morali. L’immagine internazionale — quella del gigante economico del Sud-est asiatico, giovane e dinamico — non regge davanti a un funerale di quartiere, a colleghi mototaxisti che accompagnano un feretro in corteo, gridando giustizia.
Il Paese brucia e Prabowo ha cominciato a evocare complotti. Ha parlato di “atti di tradimento” e di una “mafia” che manovrerebbe le proteste, accusando forze oscure legate al controllo del riso, dell’olio da cucina, del gas. Non è un’invenzione nuova: già ai tempi di Suharto, le oligarchie delle derrate alimentari e dell’energia erano il vero potere parallelo, capace di decidere la vita quotidiana più del Parlamento. L’Indonesia moderna si scopre ancora ostaggio di quei cartelli: non più invisibili, ma mai puniti davvero. Così ogni crisi sociale diventa subito un terreno di dietrologie, di “manovre esterne”, di responsabilità sempre spostate altrove. È il solito riflesso: accusare spettri, mai guardare in faccia le ingiustizie che si vedono tutti i giorni.
È lì, in quella distanza, che si vede come l’Indonesia oggi sia a pezzi: da un lato il sogno di una potenza mondiale, dall’altro il corpo anonimo di un lavoratore schiacciato da chi dovrebbe proteggerlo. E in mezzo, un popolo che ancora non sa se la sua rabbia sarà un lampo breve o un incendio lungo.
E il nostro amico, che aveva un contratto con una multinazionale a Jakarta, ci ha scritto poche righe: il contratto è scaduto da qualche mese, e lui se ne va. Dice che lascia l’Indonesia peggiore di come l’aveva trovata. Per ora basta così.
7 ottobre

(AP Photo/Dita Alangkara, File)