Noi abbiamo sempre vissuto nel cuore della Storia, ma solo quando è troppo tardi ci accorgiamo che a farne le spese sono spesso i superstiti, i dimenticati, quelli che la Storia ha attraversato come un ciclone senza lasciar loro neppure una bandiera.
La prima volta che lessi Tribù bianche perdute, ricordo di aver pensato: ecco un giornalista vero, uno che scrive per raccontare ciò che si dissolve, non ciò che si impone. Riccardo Orizio era così.
Scriveva di ciò che resta quando la Storia passa oltre. Non cercava la notizia, ma le sue scorie. In La parola del diavolo (2003) aveva raccolto le confessioni degli ex tiranni caduti in disgrazia – Amin, Bokassa, Baby Doc – non per giustificarli, ma per capirne l’umanità corrotta e la solitudine finale. Poi, con Tribù bianche perdute (2006), era andato alla ricerca degli ultimi eredi dell’Impero: coloni senza impero, figli bianchi nati nel cuore nero del mondo, testimoni involontari di un passato finito eppure non del tutto estinto. I suoi libri non spiegavano: mostravano. E in quello spazio lasciato vuoto tra le parole, si insinuava la vera storia.
Fece due soli libri: La parola del diavolo e Tribù bianche perdute. Poi sparì.
Si parlava di una seconda vita in Kenya, fra i Maasai, safari e lodge. Qualcuno disse che era rimasto vittima di una rapina, ma sopravvisse.
Ma chi lascia il Corriere della Sera per diventare guida in Africa? Forse uno che aveva visto abbastanza da decidere che la scrittura non era più il suo mondo.
I suoi libri parlano di vite a metà: i bianchi perduti, i figli senza patria, i testimoni invisibili dell’Impero. Come sabbia a fondo di bottiglia, come fragranza di colonia dimenticata.
Ed è proprio da qui che vogliamo riprendere. Se Orizio ha raccontato il passato, noi possiamo cercare una traccia nel presente — e farla filtrare, ancora una volta, attraverso le isole dell’Indonesia.
Jakarta, Menteng: tracce olandesi fra le fronde
C’è un tipo di silenzio che appartiene solo alle ex-capitali coloniali… A Menteng, il quartiere degli europei, anche il verde sembra ricordare. Ma non dice nulla.
Qui restano ville in stile Indische Nieuwe, cassette della posta con nomi come L. De Hartono, Marie-Louise van Dijk (Ibu Maria), figlie di ispettori coloniale con ricordi olandesi. A Tugu, la chiesa dei Mardijker conserva nomi come Abraham Cornelis. In un mercatino di Kemang, un diario del 1948 recita:
Ik wil niet naar Nederland. Het is niet mijn land.
Questa è la voce di una memoria in discordia, sospesa tra due patrie.
Flores: Le croci, i canti, e il tempo che non è passato
L’aria sa di incenso a Larantuka. Qui vivono gli Orang Portugis, discendenti dei missionari lusitani. Cantano in portoghese creolo, parole spezzate: “Ha valorizado meu sangue, Senhor dos Passos…”.
Francisco Da Costa custodisce la croce del nonno gesuita. Dona Tonya conserva catechismi portoghesi trascritti in bahasa:
“Papai do céu = Tuhan Bapa di Surga”.
È una resistenza minima, discreta, che tiene viva una religiosità senza nazione.
Sumatra: I Boeri dimenticati
A Medan l’umidità entra nel sangue. In un villaggio vicino, Paul Simanjuntak van der Merwe (cognome afrikaner–batak), mostra una foto del nonno con fucile e baffi, con scritto:
“God hou ons sterk in hierdie vreemde land.”
I Boeri erano prigionieri deportati nelle piantagioni di Sumatra post 1902.
Non hanno comunità, ma frammenti: cognomi tedeschi, fotografie seppiate, racconti storti.
A Binjai, in un negozio di mobili, una collezione di ritratti coloniali mostra coppie miste e bambini con occhi chiari. “Tedeschi? Sudafricani? Non lo sa nessuno.”
Marta Silalahi, insegnante protestante, racconta che sua madre portava il cognome Botha. “Non ho mai conosciuto l’Africa, ma so che non siamo da qui. Questo mi basta.”
Sumatra non conserva le tribù bianche. Le digerisce. Le fa sparire dolcemente nei nomi propri e nei racconti delle nonne.
Malang: Le biblioteche private, le zie invisibili
La storia coloniale si nasconde nei salotti in penombra. A Malang, le zie Indo conservano tutto, ma non parlano più con nessuno.
Willem Soekardi van Dalen mi porta da Tante Liesje, ottantasette anni. “Noi eravamo i bastardi dell’Impero,” dice con calma. La sua biblioteca è un archivio domestico: dizionari Neerlandese-Malese, fiabe per bambini con mucche mai viste.
Sul muro, ritratti degli zii “emigrati in Olanda, poi finiti magazzinieri. Alcuni si sono impiccati.”
Una lettera del 1958 dice:
“Wij zijn allemaal verloren hier. In Holland zijn wij geen Nederlanders. In Indonesië zijn wij geen mensen meer.”
(Siamo tutti perduti. In Olanda non siamo olandesi. In Indonesia non siamo più persone.)
Una piccola comunità informale di Indo ancora oggi si riunisce, canta, guarda VHS in olandese. Non chiedono nulla. Non vogliono comparire. Ma resistono.
Forse è questa la vera sopravvivenza: non visibilità, ma coerenza interiore.
Epilogo – Siamo ancora qui, ma non ci vede nessuno
Ogni erede meticcio, ogni rito che sopravvive in una lingua scomparsa, è un atto di fedeltà a qualcosa che ha smesso di esistere.
In Indonesia, le tribù bianche perdute non protestano. Non rivendicano. Resistono in silenzio.
A Jakarta, nei nomi. A Flores, nei canti. A Sumatra, nei volti. A Malang, nei salotti.
Il mondo è andato avanti. Ma loro no.
E noi, cercandoli, abbiamo trovato un’altra forma di memoria, più gentile, più ostinata.
Riccardo Orizio lo aveva capito. Scrisse, poi sparì. Forse per coerenza. O per pudore. Noi, più goffamente, abbiamo cercato di continuare. Non per riabilitare. Ma per ricordare.
Addendum all’Epilogo – La chiave sacra
Alla fine, c’è sempre un solo modo per arrivare a loro. Non è la genealogia. Non è la sociologia. È la Chiesa.
È la Chiesa cristiana che ci ha aperto le porte: attraverso i preti, i diaconi, gli arcivescovi, gli amici.
Non importava che i cristiani fossero pochi. Proprio lì, dove sono minoranza, la loro identità è più viva.
La Chiesa è la rete viva che ci ha fatto conoscere il territorio, le persone, le storie.
Ci ha ospitato, indicato chi ascoltare, suggerito dove guardare.
È la chiave sacra, il tramite. Non è il soggetto del viaggio, ma il suo accesso più profondo.
La fede non è il tema. È la soglia. È ciò che permette alla storia di farsi racconto. E a noi di non passare oltre.
22 luglio

