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title: "Indonesia – L’altra fine del colonialismo"
url: https://www.altriorienti.com/indonesia-laltra-fine-del-colonialismo/
date: 2025-07-20
modified: 2025-07-22
author: "Leone Battisti Alberti"
description: "Noi abbiamo sempre vissuto nel cuore della Storia, ma solo quando è troppo tardi ci accorgiamo che a farne le spese sono spesso i superstiti, i dimenticati, quelli che la..."
categories:
  - "Corrispondenze"
  - "Paesi"
tags:
  - "Indonesia"
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# Indonesia – L’altra fine del colonialismo

Noi abbiamo sempre vissuto nel cuore della Storia, ma solo quando è troppo tardi ci accorgiamo che a farne le spese sono spesso i superstiti, i dimenticati, quelli che la Storia ha attraversato come un ciclone senza lasciar loro neppure una bandiera.

La prima volta che lessi *Tribù bianche perdute*, ricordo di aver pensato: ecco un giornalista vero, uno che scrive per raccontare ciò che si dissolve, non ciò che si impone. [Riccardo Orizio](https://www.riccardoorizio.com/index.htm) era così.

Scriveva di ciò che resta quando la Storia passa oltre. Non cercava la notizia, ma le sue scorie. In *La parola del diavolo* (2003) aveva raccolto le confessioni degli ex tiranni caduti in disgrazia – Amin, Bokassa, Baby Doc – non per giustificarli, ma per capirne l’umanità corrotta e la solitudine finale. Poi, con *Tribù bianche perdute* (2006), era andato alla ricerca degli ultimi eredi dell’Impero: coloni senza impero, figli bianchi nati nel cuore nero del mondo, testimoni involontari di un passato finito eppure non del tutto estinto. I suoi libri non spiegavano: mostravano. E in quello spazio lasciato vuoto tra le parole, si insinuava la vera storia.

Fece due soli libri: [*La parola del diavolo*](https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788842067344) e [*Tribù bianche perdute*](https://www.laterza.it/scheda-libro/?isbn=9788842061717). Poi sparì.

Si parlava di una seconda vita in Kenya, fra i Maasai, safari e lodge. Qualcuno disse che era rimasto vittima di una rapina, ma sopravvisse.

Ma chi lascia il *Corriere della Sera* per diventare guida in Africa? Forse uno che aveva visto abbastanza da decidere che la scrittura non era più il suo mondo.

I suoi libri parlano di vite a metà: i bianchi perduti, i figli senza patria, i testimoni invisibili dell’Impero. Come sabbia a fondo di bottiglia, come fragranza di colonia dimenticata.

Ed è proprio da qui che vogliamo riprendere. Se Orizio ha raccontato il passato, noi possiamo cercare una traccia nel presente — e farla filtrare, ancora una volta, attraverso le isole dell’Indonesia.

**Jakarta, Menteng: tracce olandesi fra le fronde**

*C’è un tipo di silenzio che appartiene solo alle ex-capitali coloniali... A Menteng, il quartiere degli europei, anche il verde sembra ricordare. Ma non dice nulla.*

*Qui restano ville in stile Indische Nieuwe, cassette della posta con nomi come L. De Hartono, Marie-Louise van Dijk (Ibu Maria), figlie di ispettori coloniale con ricordi olandesi. A Tugu, la chiesa dei Mardijker conserva nomi come Abraham Cornelis. In un mercatino di Kemang, un diario del 1948 recita:*

*Ik wil niet naar Nederland. Het is niet mijn land.*
*Questa è la voce di una memoria in discordia, sospesa tra due patrie.*

**Flores: Le croci, i canti, e il tempo che non è passato**

*L’aria sa di incenso a Larantuka. Qui vivono gli Orang Portugis, discendenti dei missionari lusitani. Cantano in portoghese creolo, parole spezzate: "Ha valorizado meu sangue, Senhor dos Passos...".*
*Francisco Da Costa custodisce la croce del nonno gesuita. Dona Tonya conserva catechismi portoghesi trascritti in bahasa:*
*"Papai do céu = Tuhan Bapa di Surga".*
*È una resistenza minima, discreta, che tiene viva una religiosità senza nazione.*

**Sumatra: I Boeri dimenticati**

*A Medan l’umidità entra nel sangue. In un villaggio vicino, Paul Simanjuntak van der Merwe (cognome afrikaner–batak), mostra una foto del nonno con fucile e baffi, con scritto:*
*"God hou ons sterk in hierdie vreemde land."*

*I Boeri erano prigionieri deportati nelle piantagioni di Sumatra post 1902.*
*Non hanno comunità, ma frammenti: cognomi tedeschi, fotografie seppiate, racconti storti.*

*A Binjai, in un negozio di mobili, una collezione di ritratti coloniali mostra coppie miste e bambini con occhi chiari. “Tedeschi? Sudafricani? Non lo sa nessuno.”*

*Marta Silalahi, insegnante protestante, racconta che sua madre portava il cognome Botha. “Non ho mai conosciuto l’Africa, ma so che non siamo da qui. Questo mi basta.”*

*Sumatra non conserva le tribù bianche. Le digerisce. Le fa sparire dolcemente nei nomi propri e nei racconti delle nonne.*

**Malang: Le biblioteche private, le zie invisibili**

*La storia coloniale si nasconde nei salotti in penombra. A Malang, le zie Indo conservano tutto, ma non parlano più con nessuno.*

*Willem Soekardi van Dalen mi porta da Tante Liesje, ottantasette anni. “Noi eravamo i bastardi dell’Impero,” dice con calma. La sua biblioteca è un archivio domestico: dizionari Neerlandese-Malese, fiabe per bambini con mucche mai viste.*

*Sul muro, ritratti degli zii “emigrati in Olanda, poi finiti magazzinieri. Alcuni si sono impiccati.”*

*Una lettera del 1958 dice:*

*"Wij zijn allemaal verloren hier. In Holland zijn wij geen Nederlanders. In Indonesië zijn wij geen mensen meer."*

*(Siamo tutti perduti. In Olanda non siamo olandesi. In Indonesia non siamo più persone.)*

*Una piccola comunità informale di Indo ancora oggi si riunisce, canta, guarda VHS in olandese. Non chiedono nulla. Non vogliono comparire. Ma resistono.*

*Forse è questa la vera sopravvivenza: non visibilità, ma coerenza interiore.*

**Epilogo – Siamo ancora qui, ma non ci vede nessuno**

*Ogni erede meticcio, ogni rito che sopravvive in una lingua scomparsa, è un atto di fedeltà a qualcosa che ha smesso di esistere.*

*In Indonesia, le tribù bianche perdute non protestano. Non rivendicano. Resistono in silenzio.*
*A Jakarta, nei nomi. A Flores, nei canti. A Sumatra, nei volti. A Malang, nei salotti.*
*Il mondo è andato avanti. Ma loro no.*
*E noi, cercandoli, abbiamo trovato un’altra forma di memoria, più gentile, più ostinata.*

*Riccardo Orizio lo aveva capito. Scrisse, poi sparì. Forse per coerenza. O per pudore. Noi, più goffamente, abbiamo cercato di continuare. Non per riabilitare. Ma per ricordare.*

**Addendum all’Epilogo – La chiave sacra**

*Alla fine, c’è sempre un solo modo per arrivare a loro. Non è la genealogia. Non è la sociologia. È la Chiesa.*

*È la Chiesa cristiana che ci ha aperto le porte: attraverso i preti, i diaconi, gli arcivescovi, gli amici.*
*Non importava che i cristiani fossero pochi. Proprio lì, dove sono minoranza, la loro identità è più viva.*

*La Chiesa è la rete viva che ci ha fatto conoscere il territorio, le persone, le storie.*
*Ci ha ospitato, indicato chi ascoltare, suggerito dove guardare.*
*È la chiave sacra, il tramite. Non è il soggetto del viaggio, ma il suo accesso più profondo.*

*La fede non è il tema. È la soglia. È ciò che permette alla storia di farsi racconto. E a noi di non passare oltre.*

22 luglio

 

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