Trovo Massimo alla lounge di Linate.
È seduto vicino alla vetrata, da solo, con un bicchiere davanti e quell’aria che hanno certi uomini quando non stanno aspettando nessuno e nemmeno hanno fretta di andare da qualche parte.
Fuori gli aerei si muovono lentamente sul piazzale. Un Airbus viene spinto all’indietro da un trattore. Un altro aspetta il via libera per il decollo. Un addetto ai bagagli attraversa la pista con una calma che sembra incompatibile con l’idea stessa di aeroporto.
Tutto appare perfettamente normale.
Ed è forse questa la caratteristica più ingannevole del nostro tempo.
Le cose importanti accadono quasi sempre mentre tutto sembra normale.
Mi avvicino.
Ci stringiamo la mano.
Parliamo di sciocchezze. Di voli. Di Milano. Di persone che conosciamo entrambi. Delle solite storie che si raccontano gli uomini arrivati a una certa età, quando la lista delle persone che si conoscono comincia a essere più lunga della lista delle persone che si vorrebbero conoscere.
Poi il discorso finisce inevitabilmente sull’Iran.
Hormuz.
Petrolio.
Le parole del momento.
Quelle che rimbalzano da una televisione all’altra e che permettono a chiunque di sentirsi geopolitico per qualche minuto.
Massimo ascolta.
Annuisce.
Ma non sembra particolarmente interessato.
A un certo punto si passa una mano sul viso.
Come se fosse stanco.
Non stanco fisicamente.
Stanco di sentire sempre la stessa storia raccontata nello stesso modo.
Rimane in silenzio per qualche secondo.
Guarda fuori dalla vetrata.
Osserva un aereo che si allinea per il decollo.
Poi dice:
— Sai qual è il problema?
Glielo chiedo.
Lui sospira.
— L’elio.
Per qualche istante penso stia scherzando.
L’elio.
Quello dei palloncini.
Quello delle feste di compleanno.
Quello che fa parlare i bambini con una voce ridicola.
Massimo scuote appena la testa.
No.
Non sta scherzando.
E quando uno che lavora da una vita nelle commodities non scherza, conviene ascoltare.
Mi racconta del Qatar.
Dei grandi impianti di separazione del gas.
Di una materia prima che quasi nessuno vede e quasi nessuno considera.
Mi racconta che l’elio serve ai semiconduttori più avanzati. Ai processi di raffreddamento. A una quantità sorprendente di attività industriali che il mondo moderno dà per scontate.
Parla piano.
Senza enfasi.
Con la precisione di chi è abituato a guardare le cose dal lato meno interessante e più importante.
Non parla di guerre.
Non parla di ideologie.
Non parla di presidenti.
Parla di impianti.
Di logistica.
Di flussi.
Di colli di bottiglia.
Le cose che tengono in piedi il mondo vero.
A un certo punto tace.
Guarda il bicchiere.
Poi torna a guardare la pista.
— Se vuoi un suggerimento da Borsa Valori, te l’ho appena dato.
Lo dice con assoluta naturalezza.
Come se stesse indicando il banco del caffè.
Io rido.
— Guarda che io di queste cose ci capisco poco.
Massimo annuisce.
— Lo so.
Poi sorride.
— Ma non è necessario capire tutto.
Fa una pausa.
— Basta capire dove sta per nascere una scarsità.
Rimango in silenzio.
Fuori un aereo comincia il rullaggio.
Dietro di noi qualcuno sta discutendo animatamente al telefono di una riunione che probabilmente non cambierà il destino dell’umanità.
Massimo continua.
— È sempre la stessa storia.
— Quando tutti parlano di una cosa, il gioco è quasi finito.
— Quando nessuno ne parla ancora, forse sta cominciando.
Si ferma.
Beve l’ultimo sorso.
— Io te l’ho raccontata così com’è.
Alza le spalle.
— Magari non succede niente.
— Oppure succede.
— Ma se succede, vedrai che a un certo punto inizieranno tutti a parlare dell’elio.
Questa volta sorride davvero.
— E quando ne parleranno i giornali, sarà già tardi.
Raccoglie il telefono dal tavolo.
Poi aggiunge:
— È sempre così.
— Prima manca.
— Poi costa.
— Poi diventa una notizia.
Intorno a noi la lounge continua la sua esistenza artificiale.
Le persone leggono.
Mangiano.
Guardano il telefono.
Aspettano il proprio volo.
Nessuno sembra particolarmente preoccupato dall’elio.
Nessuno sembra preoccuparsi di un gas invisibile prodotto in luoghi che molti non saprebbero nemmeno indicare su una carta geografica.
Massimo si alza.
Prende la giacca.
Fa per andarsene.
Poi si ferma un istante.
— Comunque ricordati una cosa.
Gli chiedo quale.
Indica con il mento la pista oltre la vetrata.
— Le crisi serie non arrivano quasi mai dalle cose grandi.
Aspetto il resto della frase.
— Arrivano da quelle piccole che tutti hanno dimenticato di guardare.
Una pacca sulle spalla.
Poi si avvia verso il gate.
Lo guardo allontanarsi tra i passeggeri.
Per qualche minuto resto seduto.
Fuori, gli aerei continuano a decollare.
Il sole si riflette sulle ali.
I motori rombano.
I monitor annunciano partenze e ritardi.
Tutto funziona.
Tutto sembra al proprio posto.
Eppure non riesco a togliermi dalla testa quella parola.
Elio.
Un gas leggero.
Inodore.
Invisibile.
Uno di quei dettagli insignificanti che nessuno vede.
Finché un giorno non scopre che era uno dei pilastri nascosti su cui poggiava una parte del mondo.
E forse è proprio questo il mestiere degli uomini come Massimo.
Non prevedere il futuro.
Accorgersi, qualche mese prima degli altri, di quale vite minuscola stia iniziando ad allentarsi dentro la macchina.
Ps
Questo non è un consiglio di investimento.
È un racconto.
Se poi l’elio dovesse diventare un problema, il merito non sarà di Altriorienti e nemmeno di Massimo.
Noi eravamo semplicemente seduti a bere qualcosa a Linate.
Come spesso accade, le cose interessanti sono passate di lì per caso.
30 maggio
