Nel 2018, tra i deserti dello Xinjiang e le segrete stanze del politburo di Pechino, la Cina compì un gesto impensabile per l’Occidente: non si limitò a reprimere l’Islam – lo diagnosticò.

Non si trattò di una dichiarazione ufficiale, ma di una prassi linguistica, normativa, pedagogica. I documenti interni parlavano di “virus del pensiero religioso”, di “malattia contagiosa del comportamento”. L’Islam, in particolare nella sua declinazione uigura, veniva trattato come una deviazione psichica da correggere, una forma di dipendenza rituale da disinnescare con “rieducazione e disciplina”.

La stampa internazionale – The Atlantic, The Guardian, Al Jazeera, Foreign Policy – documentò le pratiche nei campi: canti patriottici forzati, consumo obbligato di alcol e carne di maiale, abolizione dei testi sacri, esercizi collettivi di contrizione. Il tutto all’interno di un sistema legalizzato in ottobre, con un emendamento alla legislazione regionale che descriveva le strutture come “centri di trasformazione educativa”. I crimini commessi dalle autorità in Xinjiang vanno denunciati e documentati.

Tuttavia, è impossibile non notare – con fredda lucidità – l’originalità ideologica dell’operazione: Pechino non si limitava a proibire. Cercava di curare. Non vedeva la religione come un diritto, ma come un codice mentale. E se quel codice risultava incompatibile con l’identità collettiva, andava riscritto. Esattamente come un’epidemia sociale va contenuta. Se, come sostiene il Partito Comunista Cinese, l’Islam contiene elementi strutturalmente incompatibili con l’ordine moderno e laico, la questione non riguarda più soltanto le periferie di Ürümqi o le province desertiche dello Xinjiang.

Sta diventando una questione interna anche per l’Occidente.

Lo dimostrano le manifestazioni sempre più frequenti, e sempre meno pacifiche, che riempiono le piazze europee e statunitensi con cortei islamici apertamente propalestinesi, spesso violenti nei toni, aggressivi nei simboli, riottosi nei confronti dell’ordine costituito. È un fenomeno crescente, non marginale. E porta con sé un fraintendimento profondo: si crede che quella sia libertà di espressione, quando in molti casi è esercizio eversivo di ostilità ideologica. Non è semplice dissenso: è rifiuto sistemico dei valori occidentali, saldato da una simbologia – quella palestinese – che diventa emblema dell’odio, del disprezzo, della rivalsa.

Nei Paesi islamici, tutto questo sarebbe vietato. In Arabia Saudita, in Egitto, in Iran, in Pakistan, perfino nelle più laicizzate monarchie del Golfo, nessuna piazza è concessa al dissenso islamico non autorizzato. Solo in Europa e negli Stati Uniti – le civiltà che più generosamente hanno accolto masse di migranti musulmani – si permette a questa stessa identità di organizzarsi in forma politica militante, ostile al contesto che l’ha accolta. Questo non è pluralismo. È un errore semantico: confondere la libertà di espressione – concepita per chi condivide i principi della società aperta – con il diritto di aggredirli, dall’interno, in nome di un’altra verità, religiosa e totalizzante. La Cina, in questo, ha fatto una scelta brutale ma coerente: non riconoscere come pluralismo ciò che agisce come sfida frontale all’ordine costituito. E ha agito di conseguenza. Il Partito Comunista Cinese, in quella stagione, non temeva la religione come tale. Temeva la sua autonomia simbolica. Temeva che l’Islam uiguro – con le sue preghiere in arabo, il digiuno, l’astensione, il codice vestimentario, la rete invisibile di sottomissioni e ritualità – potesse costituire un regime parallelo del tempo e della coscienza, resistente all’omologazione patriottica.

La diagnosi era brutale, ma coerente con una logica ingegneristica: l’identità non è un diritto, è un dato correggibile.

Il progetto cinese – per quanto distopico – ha anticipato una questione globale: è possibile convivere con identità religiose chiuse, rigide, ortogonali rispetto ai valori della cittadinanza moderna? E fino a che punto la tolleranza liberale può sopportare la presenza di ideologie che non tollerano il dissenso, la libertà individuale, la differenza di genere?

La Cina ha risposto a modo suo: con la reingegnerizzazione delle menti. Un crimine? Ai nostri occhi occidentali la risposta è positiva. In Cina è forse un laboratorio politico – disumano e insieme illuminante – che ci costringe a porci domande scomode.

Post Scriptum – Filippo III, Pechino e il problema della compatibilità

In fin dei conti, la Cina non si comporta in modo tanto differente da Filippo III di Spagna, che nel 1609 decretò l’espulsione dei moriscos – circa 800.000 maomettani battezzati, accusati di doppiezza, separazione culturale, tradimento potenziale. Fu un trauma per la Spagna, una perdita demografica ed economica, ma anche un tentativo disperato di preservare l’unità simbolica del regno. Allora come oggi, il nodo resta lo stesso: c’è – o non c’è – compatibilità tra alcuni monoteismi e gli assetti politici moderni?

La presenza islamica in Europa ha ormai assunto numeri da invasione, nel senso tecnico del termine: non più ospitalità, ma insediamento parallelo. Eppure, l’Europa finge di non vedere, impantanata in un linguaggio stanco e difensivo, che non osa nemmeno nominare il problema per timore di cadere in sospetto.

La rivoluzione semantica del governo cinese è tutta qui: aver definito senza ipocrisie ciò che l’Europa, per principio o per viltà, non osa dire. Che esiste una frattura. Che non tutte le culture sono integrabili. E che il problema non è solo sociale, ma teologico e psichico, cioè profondo, e perciò rimosso.

Ammettere il problema – e darne una definizione esplicita – è stato l’atto rivoluzionario della Cina.

Che lo si giudichi mostruoso o profetico, repressivo o realistico, non è questo il punto. Il punto è che lo ha detto. L’Europa, invece, balbetta. E così, mentre i governi tacciono, e le élite si rifugiano nella semantica, il popolo – quello che vive nei quartieri, che manda i figli a scuola, che prende la metro con gli occhi bassi – lo ha capito da tempo.

Coram populo, l’Islam – nella sua forma più pura e coerente ovvero militante, politicizzata, irriducibile – è spaventoso ed eversivo. Non per razzismo. Ma per esperienza.

26 agosto

Ritratto equestre in armatura del re di Spagna Filippo III d’Asburgo di Diego Velázquez, Museo del Prado, Madrid

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