Le bandiere sono sempre innocenti. È chi le issa che racconta una civiltà.

Per anni il municipio di San Donato Milanese ha esposto uno striscione per Giulio Regeni. Oggi a fianco del primo ne vediamo un altro, che invoca la fine delle morti civili a Gaza. Banalità per chi nega che la guerra sia tale e ama dichiararsi puro di cuore. Le bandiere cambiano con il vento. Le civiltà cambiano quasi senza accorgersene e l’antisemitismo diviene una virtù morale. 

Non è Gaza a interrogarmi. Li conosciamo bene i gazawi. Li abbiamo visti festeggiare alll’attentato delle torri  gemelle e delle stragi di giovani il sette di ottobre. Erano per le strade ad offrire dolcetti ai passanti. Felici di quell’attimo di violenza che gli tornerà loro addosso moltiplicato per 1000. No. È l’Europa che mi disturba.

Il Medio Oriente non è più soltanto un luogo. È diventato una categoria dello spirito europeo. Ne importiamo i conflitti, il linguaggio, le appartenenze, le liturgie politiche. Le nostre piazze si riempiono di simboli che non appartengono alla nostra storia e che, poco alla volta, finiscono per riscriverla. Hamas continua a governare Gaza con il pugno di ferro, ma nel dibattito occidentale sembra spesso dissolversi, come se la tirannia fosse un dettaglio e la tragedia bastasse da sola a spiegare ogni cosa. Il bene e il male vengono distribuiti con una semplicità che rassicura le coscienze e tradisce la realtà.

Davanti alla stazione centrale di Milano sfilano le processioni degli sciti figli di Alì ibn Abi Talib. Riti e autoflagellazioni che fino a pochi anni fa avremmo considerato aberranti sono pacificamente accettati. Ho visto donne completamente velate chiuse in recinti, ma non ho visto le femministe nostrane protestare. Il movimento LGTBQ+ è indifferente al nuovo carnevale nero burka ed il tragico destino di tanti omosessuali ammazzati nei paesi dell’Islam.

I leader della global flottila che “chiagnano” a Teheran al funerale di Khamenei. Ieri il simbolo di un mondo diverso era Che Guevara (!) oggi il macellaio dei giovani iraniani (?). È il nuovo antagonismo global. Il nemico del mio nemico è mio amico. Prossima tappa Corea del Nord, quando i trigliceridi uccideranno Kim. Non è una questione estetica, è la sinistra terzomondista che si riscrive male.

Poi arriva il vento africano.

Porta sabbia, calore, estati interminabili. Cambiano le isoterme e cambiano gli uomini. Il Mediterraneo non è più una frontiera: è un corridoio. I confini climatici e quelli demografici sembrano avanzare insieme, come se la natura e la storia avessero deciso di scrivere lo stesso racconto. Jean Raspail lo intuì più di cinquant’anni fa. Molti lessero Il campo dei santi come un romanzo sull’immigrazione. Un milioni di reietti che sbarcano sulle coste francesi e noi occidentali incapaci di comprendere l’orda. Ma Raspail diceva qualcosa di più scomodo, raccontava l’esaurimento morale dell’Occidente. Saremmo stati ancora capaci di dire “noi”? Dicono che fu ispiratore della destra xenofoba, ma è un’idiozia. Più semplicemente comprese che i miserabili cercano di sbarcare dove si vive meglio, ma non hanno intenzione di cambiare le vecchie abitudini che li hanno resi tali, miserabili appunto.

Andrea, medico tossicologo per mestiere e nichilista per scelta, bestemmia quella che definisce la pulsione di morte del cristianesimo. Dice che abbiamo trasformato il sacrificio in identità, il senso di colpa in religione civile, l’espiazione in criterio politico. Ogni volta penso che esageri, poi mi accorgo che la sua provocazione contiene una scheggia difficile da estrarre. Una civiltà sopravvive finché considera la propria continuità un bene morale. Quando smette di farlo, quando giudica egoismo perfino il desiderio di conservarsi, entra in una stagione diversa. Non cade sotto i colpi del nemico. Si consuma lentamente nel dubbio di meritare ancora di esistere. 

Forse il compito della nostra generazione sarà quello di lordarci le mani e portarci dritti all’inferno. La storia raramente concede questo privilegio e condanna. Forse ci verrà chiesto di assumere decisioni laceranti, ogni scelta avrà un costo e nessuna sarà completamente innocente.

È il paradosso che Andrea mi costringe ad ascoltare. Esiste una colpa che nasce dall’agire. Ma ne esiste un’altra, più silenziosa, che nasce dal non agire. E le civiltà, quasi sempre, non muoiono perché hanno scelto il male. Muoiono perché, per paura di macchiarsi la coscienza, hanno rinunciato alla responsabilità di difendere il proprio futuro.

Forse un giorno i nostri figli ci giudicheranno. Non ci domanderanno quali bandiere avevamo appeso ai balconi dei municipi. Ci domanderanno se, nel momento in cui la storia bussò alla porta, abbiamo avuto il coraggio di assumerci il peso delle nostre decisioni oppure abbiamo preferito l’innocenza della testimonianza alla responsabilità della sopravvivenza.

A pensarci bene, è il tema del giorno, l’archetipo dello straniero che arriva dal mare e annuncia la fine di una civiltà è antico quanto Omero. L’Odissea è attraversata dall’ossessione del confine, dell’approdo, dell’ospite, dell’invasore, della città che deve riconoscere chi accogliere e da chi difendersi. Da tremila anni il Mediterraneo racconta la stessa storia con nomi diversi. La differenza è che gli antichi avevano almeno la prontezza del rischio. Noi sembriamo aver smarrito perfino il linguaggio con cui nominarlo. Non serriamo più le porte della città; anzi, arriviamo a considerare sospetto chi ricorda che una città, per continuare a essere tale, deve pur avere una porta. Nel tentativo di dimostrare la nostra assoluta estraneità a ogni distinzione, accettiamo l’idea che la principessa dell’ultima penosa  trasposizione abbia il volto dello straniero, di colui che un tempo avremmo chiamato il barbaro. 

Questa è violenza altro che Gaza.

20 luglio

Jean Raspail

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