Amsterdam continua a fare una cosa che il resto dell’Europa non riesce più a fare davvero: ricordarsi di essere stata un impero.
Non lo dice apertamente, naturalmente. Nessuno lo dice più apertamente. Gli imperi moderni finiscono quasi sempre così: non con una dichiarazione, ma con una rimozione. Una dimenticanza amministrativa. Un trasloco morale. I vecchi ufficiali coloniali diventano pensionati silenziosi nei sobborghi piovosi. Le fotografie ingialliscono nei cassetti. Le mogli smettono di parlare la lingua imparata ai tropici. I figli imparano a mangiare patate e a non fare domande.
Eppure ogni tanto qualcosa ritorna.
Un odore.
Una canzone.
Una danza.
Una parola pronunciata male in bahasa indonesia.
Oppure un film.
Tra pochi giorni nei Paesi Bassi arriverà nelle sale Mama’ku, opera del giovane regista olandese Sven Peetoom. E il fatto interessante non è tanto il film in sé — piccolo, intimo, quasi fragile — quanto il mondo che si porta dietro.
Per capire Mama’ku bisogna prima capire una cosa che fuori dall’Olanda quasi nessuno conosce davvero: l’esistenza degli “Indisch”.
Non indiani. Non indonesiani. Non europei. Indisch.
Un termine quasi intraducibile, nato nelle vecchie Indie Olandesi. Un mondo di sangue misto, funzionari coloniali, donne giavanesi, mercanti, soldati moluccani, insegnanti cattolici, pianisti tropicali, famiglie che parlavano olandese con accento malese e che vivevano sospese tra Batavia e Rotterdam senza appartenere completamente né all’una né all’altra.
Quando l’impero olandese crollò dopo la guerra e l’indipendenza indonesiana, centinaia di migliaia di queste persone arrivarono nei Paesi Bassi. Ma l’Olanda del dopoguerra non aveva alcuna voglia di ascoltare storie coloniali.
Bisognava ricostruire il paese.Essere normali. Dimenticare.
Così nacque quello che gli studiosi oggi chiamano Indisch zwijgen: il silenzio indo.
Un silenzio quasi patologico.
Nessuno parlava dei campi giapponesi.
Nessuno parlava delle violenze della rivoluzione indonesiana.
Nessuno parlava del razzismo subito in Olanda.
Nessuno parlava delle madri asiatiche lasciate indietro.
Nessuno parlava della vergogna di essere “meticci”.
I figli crescevano dentro case piene di fantasmi tropicali ma prive di narrazione.
Ed è esattamente questo il cuore di Mama’ku.
Peetoom non gira un documentario politico tradizionale. Non ci sono sermoni ideologici, né la pedagogia aggressiva del postcolonialismo universitario contemporaneo. Il suo cinema assomiglia di più a certe opere di W. G. Sebald: fotografie, memorie spezzate, persone che cercano di capire perché nelle loro famiglie ci fosse sempre quella tristezza senza nome.
La protagonista è la danzatrice e coreografa Cheroney Pelupessy, che intraprende un viaggio con la madre Laura tra Jakarta, le Molucche e l’isola di Saparua.
Ma non è davvero un viaggio geografico.
È una discesa dentro il silenzio materno.
La madre per anni non ha raccontato quasi nulla:
né la migrazione,
né la violenza domestica,
né la perdita,
né lo sradicamento,
né il peso di vivere in Europa con un volto che ricordava continuamente un altrove.
E allora il film usa il corpo.
La danza.
I gesti.
Le posture.
La memoria fisica.
È una cosa molto asiatica, in fondo. In Asia spesso il trauma non viene raccontato: viene incarnato. Si deposita nelle spalle, nella voce, nella maniera di stare seduti a tavola.
Gli europei credono che la memoria viva nei libri.
Gli asiatici sanno che vive nei corpi.
Ed è qui che Mama’ku diventa improvvisamente qualcosa di molto più grande di un film etnico per festival progressisti.
Perché racconta un fenomeno che oggi attraversa mezzo pianeta: le identità ibride nate dagli imperi del Novecento. Persone che non appartengono completamente a nulla. Né all’Occidente che le ha educate, né all’Asia che le ha generate.
In questo senso gli indo-olandesi ricordano certe comunità anglo-birmane descritte da George Orwell, oppure gli eurasiatici di Penang, i portoghesi di Malacca, i fantasmi coloniali di Hong Kong, o perfino certi italiani rimasti troppo a lungo in Thailandia, incapaci di tornare davvero a casa.
Gente laterale alla storia.
Il punto più interessante, però, è forse un altro.
Per decenni l’Europa ha raccontato il colonialismo soprattutto come colpa politica. Ma una nuova generazione di artisti — Peetoom compreso — sta iniziando a raccontarlo come trauma psicologico e familiare.
Non più soltanto oppressori e oppressi.
Ma figli.
Madri.
Silenzi.
Nevrosi ereditarie.
Identità spezzate.
È un cambio di prospettiva enorme.
Perché improvvisamente la storia smette di essere teoria e torna a essere carne.
E forse è proprio questo che rende Mama’ku così malinconico.
Non c’è rabbia vera nel film.
Non c’è nemmeno assoluzione.
C’è piuttosto quella tristezza tipicamente post-imperiale che si trova nei libri di V. S. Naipaul: la sensazione che il mondo da cui proveniamo sia già scomparso da molto tempo, ma continui comunque a vivere dentro di noi come un dolore fantasma.
Come un arto perduto.
O come una madre che non ha mai raccontato davvero chi fosse.
4 luglio