Ci sono film che ti fanno dire: “Che bello”.
E poi ci sono film che ti fanno dire: “Che bello… ma perché?”
La Città Proibita è uno di questi. Tutto è lì, tutto è ben fatto.
Roma scintilla, i droni volano, Liu Yaxi è intensa, il dramma del figlio unico aleggia come una musica triste e rispettosa. C’è azione, c’è sentimento, c’è persino la moda. È il cinema italiano 2025 nel suo stato di grazia produttiva: ibrido, curato, globale. Ma poi esci dalla sala (o torni al menu di Netflix) e ti resta addosso una domanda: ma cos’era? e perché così tanto di tutto?
L’Italia ama raccontare l’Oriente senza conoscerlo davvero. È sempre stato così: da Marco Polo in poi, lo abbiamo immaginato più che capito. Ma almeno, un tempo, ci mettevamo l’anima smarrita e imperfetta di chi prova a sognare davvero.
Oggi no. La Città Proibita è un film preciso, liscio, compiuto. L’Oriente è trattato come una referenza estetica, non come una visione.
Roma, a sua volta, è una città da Airbnb deluxe: è bellissima, certo. Ma non ci si vive, non si sente il fiato caldo del traffico, né il rumore vero delle cose. Tutto è perfettamente fotografato, dolcemente internazionalizzato. Una Vacanze Romane 4K con upgrade emotivo e coreano.
E naturalmente c’è la Vespa. Perché non c’è film “da Roma per l’estero” senza una Vespa che sfreccia tra i vicoli, in omaggio a Peck e Hepburn, via Moretti, e con lo sguardo complice di Jennifer Beals (che bella, sì). Una sequenza lunga quanto la pazienza dello spettatore, fatta per piacere, per ammiccare, per dire: “Guarda che ti sto citando”. È una paraculata d’autore, in stile Mainetti: cinema di memoria, citazioni e piacione. Che non turba. Non rischia. Ma sa benissimo a chi sta parlando — e cosa vuole sentirsi dire.
E poi c’è il cast. Una scelta talmente precisa, talmente mirata, da risultare quasi imbarazzante. La Città Proibita pesca dalla passata, amabile gioventù del cinema romano: Marco Giallini (Annibale), Sabrina Ferilli (Lorena) e Luca Zingaretti (Alfredo). È un casting da “comfort zone”: rassicura, seduce, mette tutti d’accordo. Ti viene da pensare:“Che altro volete, scusate?”
Ma la domanda vera è: è ancora cinema, o è l’equivalente visivo di una playlist sentimentale su Spotify? Il vero nodo, però, è la bulimia. C’è troppo di tutto: troppi registri, troppi toni, troppi temi.
La politica del figlio unico.
Il trauma intergenerazionale.
L’amore.
Il riscatto.
Le arti marziali.
La danza.
La moda.
I padri assenti.
I flashback.
I motorini.
L’emigrazione
Le lacrime.
I monologhi.
I combattimenti.
Le location.
Le soundtrack.
I droni
e … Mina che suona in un vinile e la Ferilli che canta sopra di lei con voce disperata … sembra un Ferzan Ozpetek al massimo della forma.
Tutto è presente. Tutto funziona. Ma non c’è spazio per tutto. Non nel cinema. E neanche nella vita.
Ed è questa la lezione che La Città Proibita sembra dimenticare. Un film che vuole piacere a tutti e parlare di tutto finisce per non essere davvero di nessuno. A un certo punto, in mezzo a una scena coreografata con esattezza millimetrica, ho pensato: “Ma non ci manca Gianni Agus?” È solo una suggestione. Una provocazione, se volete. Ma non così sciocca.
In un film dimenticato – KU FU? – Dalla Sicilia con furore – lui interpretava il maestro di kung fu, lo abbiamo già citato nel passato ed a lui torniamo.
Un maestro improbabile, elegante, con accento RAI e battute zen da varietà. Era assurdo. Ma funzionava. Perché credeva in quello che faceva. E noi ridevamo sul serio, e un po’ ci credevamo anche noi.
Era un cinema storto, impresentabile, vitale. E quello sguardo lì – tra Palermo e Shaolin – aveva più verità di questa Roma perfetta e globalizzata.
Alla fine, tutto si riduce a una frase semplice, che vale per il cinema come per l’esistenza: non c’è spazio per tutto. Non si può dire tutto. Non si può essere tutto. Non si può rappresentare tutto, né piacere a tutti. Non c’è spazio. E quando un film – o una società, o un’identità – cerca di far entrare tutto in un unico racconto, rischia di perdersi. Di non dire più niente. Solo forma. Solo equilibrio. Solo grazia. La Città Proibita è piena di tutto. Ma, come avrebbe forse sussurrato Gianni Agus, con un sorriso da maestro e una pipa mai accesa:“Il troppo è l’arte di non colpire mai.”
21 agosto

PS il film “Ku Fu dalla Sicilia con furore” è disponibile gratuitamente sulla piattaforma Youtube