La prima ghost town la vidi a Wenzhou, nello Zhejiang, in un giorno di foschia salmastra.
Era il 2013 o il 2014, ma la memoria sfuma come l’intonaco di certe pareti mai finite. Ricordo un taxi senza insegne, l’asfalto nuovo, una fila di torri residenziali identiche, appena terminate.
Era grande quanto Milano 2, ma meno verde, più verticale, più geometrica. Le strade tagliavano il quartiere in lotti esatti come tavole da ingegneria idraulica. Gli ultimi operai stavano finendo l’arredo urbano. I lampioni erano già pronti. In mezzo a tutto, una piazza con un supermercato. Lì dove noi, in Italia, avremmo sempre messo una chiesa.
Chiesi al mio amico cinese:
— Ma dove sono gli abitanti?
Mi rispose:
— Arriveranno dall’interno. Questa è per chi migra verso la costa. Stanno costruendo la città, poi verrà la gente.
Sembrava tutto perfettamente ordinato, silenzioso, come se qualcosa dovesse accadere da un momento all’altro. Ma nulla accadeva. Solo l’aria si muoveva. Solo il tempo passava.
Mi sembrò allora di essere in un racconto di Dino Buzzati. Non solo per l’attesa, ma per quella strana identità tra luoghi e uomini. Tutti, in sospensione. Tutti in attesa di qualcosa che non arriva. Come nella Fortezza Bastiani, anche qui le strade, i muri, i lampioni sembravano partecipare all’attesa. Silenziosi, vigili. Pronti a servire uno scopo che restava sempre un passo oltre l’orizzonte.
La città non era vuota. Era in attesa. Come gli uomini. E in quell’attesa, ci si sentiva vivi. Fiduciosi e perduti allo stesso tempo.
Per vent’anni, la Cina ha costruito città prima che fossero necessarie, convinta che il desiderio dell’uomo avrebbe colmato lo spazio. Intere famiglie contadine spendevano ogni risparmio per un appartamento in città, spesso pagato in anticipo, a volte nemmeno ancora progettato. Non era solo investimento: era cittadinanza, appartenenza, un futuro.
Il Partito incoraggiava, i media celebravano, le banche prestavano. Le aziende immobiliari — Evergrande in testa — moltiplicavano progetti e promesse. Si costruivano 15 milioni di nuove unità abitative l’anno. Le case si vendevano come simboli patriottici, come quote di modernità. Il mattone era diventato l’architrave invisibile del sogno cinese. Ma un giorno, improvvisamente, la fiducia si è fermata. Prima lentamente, poi tutta insieme. E le gru hanno smesso di muoversi.
Evergrande non era solo una società. Era un paesaggio. Centinaia di progetti in ogni provincia. Sponsorizzazioni calcistiche, linee aeree private, parchi a tema. Una gigantesca macchina da debito e cemento.
Poi, 300 miliardi di dollari dopo, Evergrande è collassata sotto il proprio peso. Le famiglie hanno scoperto di aver pagato per case che non sarebbero mai state finite. I piccoli risparmiatori sono rimasti incastrati nei prodotti finanziari distribuiti dalle filiali locali. I tribunali di Hong Kong hanno ordinato la liquidazione. Ma i beni veri — le torri, i terreni, le vendite — erano altrove: nel cuore opaco della Cina continentale, dove le regole sono più fluide.
Nessun salvataggio. Nessun eroe. Solo macerie e rimpianto.
Ce ne sono decine. Forse centinaia.
Tianducheng, la Parigi cinese, con la sua Tour Eiffel in scala.
Ordos, in Mongolia Interna, progettata per un milione di persone, abitata da meno dell’1%.
Kangbashi, Zhengdong, Xiangyun: città nate per attrarre vita e rimaste a guardarsi da sole.
Alcune hanno parchi tematici. Altre centri commerciali senza un negozio aperto. Tutte condividono un’identica aura: una calma preparatoria senza esito. Il tempo, lì, non passa: si dilata. Si addensa. Non erano truffe. Erano atti di fede collettivi. E la crisi non è nata da una bolla, ma da una costruzione ideologica: il PIL come orizzonte morale. La crescita come fine. La casa come surrogato di ogni altra cosa.
Il Partito ha cambiato tono.
Non più “crescita a ogni costo”, ma “alta qualità dello sviluppo”.
Non più torri. Ma equilibrio.
Peccato che la fiducia non si ripari con gli slogan.
Pechino ha abbassato i tassi ipotecari, ha promesso acquisti pubblici di case invendute. Si parla persino di creare una “bad bank” immobiliare da 70 trilioni di yuan, per ripulire i registri. Ma il sentimento non si compra. La classe media non compra più. I giovani non si sposano. I mutui fanno paura.
E mentre le città nuove restano vuote, le vecchie si svuotano di sogni.
Il mattone non è solo una voce del PIL. In Cina era il pilastro invisibile della società. Una casa era identità, garanzia, eredità. L’intero sistema di fiducia era costruito su base residenziale. Il crollo del settore immobiliare ha messo in crisi non solo l’economia, ma la narrativa collettiva del successo. Migliaia di video di cittadini truffati sono apparsi sui social. Molti sono stati rimossi. Ma il sentimento resta. Un dolore senza lutto. Una caduta senza rumore.
Come in Buzzati, non è la sconfitta ciò che fa male, ma l’assenza di battaglia. L’attesa inutile. La sensazione che il nemico — o la salvezza — non sia mai esistito davvero.
Il 28 luglio 2025, la Borsa di Hong Kong ha lasciato scadere senza azione la deadline per il delisting del China Evergrande Group. Nessun annuncio. Nessuna campana. Nessuna dichiarazione. Le azioni sono ancora sospese. La società non è più viva. Ma non è nemmeno del tutto morta. È solo svanita in quella zona grigia dove vanno a finire i sogni mai completati. Evergrande non è stata cancellata da un atto giuridico, ma da una distrazione collettiva. Come certe città che scompaiono dalle mappe perché nessuno le cerca più. Come le rovine antiche di imperi che non abbiamo mai davvero conosciuto.
Il sogno del mattone si è trasformato in una distesa muta di finestre spente. Le gru sono ferme. I centri vendite chiusi. Gli uomini, come i luoghi, continuano ad aspettare. E la Cina del cemento, come una fortezza di Buzzati, è rimasta lì, in piedi, per nessuno.
4 settembre
