Una volta, a Bangkok, si mangiava per strada.
Con le mani, in piedi, sotto il cielo che sa di benzina e basilico, tra i motorini che tagliano l’aria come coltelli. Si mangiava la notte, ma anche il giorno, perché Bangkok non dorme mai davvero. E si mangiava dove finiva tutto: a Sukhumvit Soi 38.

Fu lì che cominciò tutto, anche per me.
Quando conobbi mia moglie, anni fa, era lei a portarmi in quel posto, dopo le sue lunghe giornate in un ristorante italiano elegante, pieno di bicchieri e tovaglie bianche. Usciva tardi, stanca, e invece di cercare silenzio e comfort, cercavamo il fuoco vivo di quei baracchini.
Ci infilavamo in quella traversa senza pretese, e mangiavamo.

C’erano i banchetti con i fuochi improvvisati, le panche basse, il riso servito su piatti di plastica che sembravano altari. Zuppa tom yum che bruciava la lingua e curava l’anima. Pad thai in carta oleata. Mango sticky rice, come dolce della casa di un dio gentile.
E intorno, l’umanità intera: studenti, tassisti, ragazzi truccati, vecchi che non dormivano mai. C’era tutto. E in quelle immagini, c’era già tutta Bangkok.

Ma oggi vogliono cambiare tutto. E lo stanno facendo davvero.

Il Comune ha deciso di combattere i venditori ambulanti come si combatte un’infezione. Prima li hanno spostati, poi censiti, infine rimossi. Il motivo è sempre lo stesso: igiene, sicurezza, decoro.
Il risultato è ovunque: hawker centre asettici, controlli, permessi, spazi misurati, cibo sterilizzato.
Bangkok sta diventando un rendering, una città-pilota, un luogo dove si fotografa molto e si vive poco.

Ma Bangkok non è mai stata normale.
È sempre stata altro: un disordine necessario, una sovrapposizione felice di caos e grazia.
Quella cosa lì: sporca, sudicia, vitale.
Combattere i venditori ambulanti è come reprimere un dialetto, una danza popolare, una preghiera stonata ma vera. È un’offesa.
E mentre chiudono i baracchini, si chiudono anche le vene della città.

Non è solo il cibo.
Anche la prostituzione — che da sempre è parte viva e visibile del paesaggio — è stata silenziata, regolamentata, quasi cancellata.
Hanno chiuso i centri massaggi, oscurato gli ingressi, spento le insegne.
Non perché la società sia cambiata.
Non perché oggi le ragazze trovino stipendi migliori o sogni più puri.
No: è stata la norma a eliminarle.
Non un’evoluzione morale, ma un’epurazione.

Qui, la norma non ha protetto.
Ha tolto. Ha ridotto. Ha represso.
Ha trasformato ciò che era umano — contraddittorio, duro, ma reale — in qualcosa da non vedere più.
E in cambio, ha offerto il nulla: centri commerciali, ordini di servizio, igiene esibita come virtù assoluta.

Eppure c’è una Bangkok che non riescono a cancellare.
Quella cantata da Lawrence Osborne.
La Bangkok delle luci al neon acide, riflesse sulle pozzanghere come visioni tossiche.
Dei tramonti arancioni tra i cavalcavia, mentre motorini mefitici sfrecciano in scie oleose.
Quella di Nana, dove predicatori degli ultimi giorni urlano la loro fede tra kathoey in minigonna e donne velate.
Quella Bangkok notturna anche alle tre del pomeriggio, umida, accogliente, sbagliata.
Inferno in terra, ma con pochi baht in tasca ti sembrava il paradiso.

Anch’io, come tanti, ci sono caduto dentro.
La prima notte l’ho passata al Mandarin: aria condizionata, marmo lucido, silenzi da business class.
Due mesi dopo ero alla Green Guesthouse, stanza senza finestra, linoleum sbrecciato, un ventilatore malato che sembrava respirare con me.
E non ero mai stato così vivo.

Perché Bangkok ti sbrana. Ti stanca. Ti mastica.
Ma mentre lo fa, sorride.
E mentre sei fatto a pezzi, capisci che quello è il momento in cui stai vivendo davvero.
La verità di Bangkok è questa: ti prende a schiaffi e ti fa sentire sveglio.

Ora vogliono riscrivere tutto.
Ripulire. Organizzare. Zittire.

Ma ogni baracchino chiuso è una memoria perduta.
Ogni centro massaggi spento è una libertà cancellata.
Ogni regola nuova è una distanza in più da ciò che Bangkok era — e forse dovrebbe ancora essere.

E noi, che ci siamo innamorati proprio lì, ce lo ricordiamo.

18 luglio

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