Fu durante una cena — una di quelle vere, con piatti cucinati da qualcuno che sa — che venne fuori la storia della firma.
C’era un ospite nuovo al tavolo, Giacomo era amico di un amico, presentato con quel tono tra lo scherzoso e il reverente:
«È grafologo… ma non di quelli che leggono l’anima dalle i senza puntino. Lui lavora col tribunale.»

Il grafologo era un uomo asciutto, più da carta bollata che da tarocchi, eppure sembrava divertirsi nel raccontare cose a metà tra il mestiere e la leggenda.

Qualcuno, senza troppe cerimonie, gli chiese:
«E la firma di Trump? Quella roba a zig-zag, enorme, tutta maiuscola… che cos’è?»

Giacomo sorrise, ma non per ironia. Era il sorriso di chi ha studiato a lungo una cosa così assurda da aver smesso di trovarla ridicola.

«La chiamano la recinzione elettrificata. Ne parlò anche The Atlantic, qualche anno fa. Titolo memorabile: The Alarming Signature of Donald Trump. E non avevano torto.»

Posò il bicchiere, quasi per liberare le mani e disegnare l’aria.

«La firma di Trump non chiede di essere letta. Non si preoccupa della forma, né del contenuto. È un gesto, un’impronta, una forza. Un campo minato grafico, fatto di linee diritte, senza curve, senza respiro.
È come se qualcuno avesse colpito ripetutamente la carta con un forcone. Un ritmo angolare, spezzato, troppo ripetuto per essere naturale.»

Fece una pausa, poi aggiunse, quasi tra sé:

«Non c’è una lettera riconoscibile. Non c’è il nome. Non c’è nulla da capire. Solo una cosa da vedere. E da temere.»

Il padrone di casa, che insegna filosofia in un liceo milanese, sorrise:
«Una firma che è già segno. Un emblema. Un logo.»

«Sì. O meglio: un gesto escatologico.
Una firma che cancella tutto il resto. Non dice “io ho firmato”, ma “dopo questa firma non c’è più nulla da aggiungere”.
Non è una firma: è una conclusione. Un sigillo. Una minaccia in inchiostro nero.»

Un altro ospite, scettico, alzò le spalle:
«Ma quindi… è matto?»

Giacomo scrollò il capo.
«No. O almeno, non per questo. Diciamo che è coerente. Perché una firma non mostra il vero carattere. Mostra la narrazione di sé. Mostra come uno vuole essere percepito.
E Trump vuole apparire così: invulnerabile, verticale, senza curve, senza esitazioni. Come una torre. Come una barriera. Come un confine che nessuno può varcare.»

Il grafologo si appoggiò allo schienale e, quasi per divertimento, cominciò a elencare dettagli tecnici.

«Firma sempre al centro. Non in basso a destra come si usa. Mai con discrezione, mai con distanza. Sempre al centro, come se dicesse: io sono il testo.
La pressione della penna è fortissima, esasperata.
Scrive come se volesse lasciare un solco nel foglio. Un esperto ha detto: è come se incidesse la propria volontà sull’universo.
E poi c’è la ripetizione: a volte firma lo stesso documento due, tre volte. Sopra, sotto, di lato. Come un animale che marca il territorio. Come se temesse che, senza firma, la carta potesse ribellarsi.»

Un sorriso si diffuse tra i presenti, senza malizia. Solo stupore. Qualcuno aggiunse:
«Ma se la penna non scrive bene?»

Giacomo si illuminò.
«È successo. Una volta firmò un documento con una penna che saltava. Non cambiò penna. Continuò. L’inchiostro veniva e andava, le linee erano spezzate, intermittenti. Ma lui andò dritto.
Perché per lui la firma non è un segno. È un gesto performativo. È un atto. Come una stretta di mano che spinge, anche se la mano non risponde.
Conta il movimento, non l’effetto.»

La conversazione si allargò, come succede dopo il secondo bicchiere. Giacomo parlò di altri: Obama, sobrio e rotondo. Macron, vanitosamente illeggibile. Putin, preciso e infantile. Ogni tanto aggiungeva una nota, poi passo ad altro. Una storia di tribunale, una firma falsa smascherata da una “l minuscola troppo presuntuosa”. Ma non cercava di convincere nessuno.

Alla fine, qualcuno chiese:
«Quindi, la grafologia… ci crede davvero?»

Lui alzò le spalle, con un mezzo sorriso.
«Non è una scienza. Ma non tutto ciò che ci racconta qualcosa dev’essere scienza. A volte basta che sia un buon racconto. Come questo.»

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