In questo periodo sto leggendo Ilya Prigogine.
Troppo complicato da spiegare a cena. Troppo complicato persino da spiegare a sé stessi, certe sere. Qualcuno sa che cosa sto leggendo. Altri fingono di ascoltare. Altri ancora mi guardano con quella perplessità educata che si riserva a chi, superata una certa età, invece di comprarsi una macchina sportiva decide improvvisamente di studiare termodinamica del non equilibrio.
E forse hanno ragione loro.
Perché i sistemi dissipativi di Prigogine non sono semplicemente chimica. Sono una di quelle idee che lentamente ti entrano dentro e ti cambiano il modo di guardare il mondo. Non subito. Piano. Come certi libri importanti che all’inizio sembrano incomprensibili e poi improvvisamente si organizzano nella tua testa.
Questa idea mi ha percosso in testa con una forza strana. Talmente originale, talmente bizzarra, che faccio perfino fatica a raccontarla ai miei cinque amici e ai miei venticinque lettori.
Anche perché non è una teoria politica, almeno non nel senso classico. Non parla davvero di destra o sinistra, di liberali o populisti, di buoni o cattivi. È qualcosa di più ambiguo. Quasi fisico.
L’idea, brutalmente semplificata, è che i sistemi complessi non vivano davvero nell’equilibrio. Vivano nella tensione. Nel disequilibrio permanente. E che proprio dalla pressione, dalla crisi, dall’instabilità, possano emergere nuove forme di ordine.
A un certo punto, leggendo Prigogine, ho pensato a Donald Trump.
Non nel senso banale del commento politico. Non nella solita morale da talk show. Quella roba lì ormai è diventata una liturgia automatica: Trump come mostro, Trump come salvatore, Trump come fine della democrazia, Trump come vendetta del popolo. Rumore. Sempre lo stesso rumore.
Mi è venuto invece il sospetto che Trump possa essere osservato come un fenomeno dissipativo.
Una perturbazione immessa dentro un sistema gigantesco e apparentemente stabilissimo: la democrazia americana.
Per decenni abbiamo raccontato gli Stati Uniti come una macchina quasi perfetta. Pesi e contrappesi. Corti federali. Federalismo. Congresso. Costituzione. Mercati. Apparati. Checks and balances ripetuto come una formula religiosa da studenti della Harvard University e editorialisti convinti che la storia fosse ormai risolta.
Poi arriva Trump.
E improvvisamente il sistema entra in pressione.
Non collassa. Questo è il punto interessante. Assorbe. Reagisce. Produce anticorpi. Tribunali. Procuratori. Governatori. Giornali. Apparati federali. L’intero organismo americano sembra impegnato in una gigantesca operazione di dissipazione della tensione.
Ma qui Prigogine diventa inquietante. Perché nei sistemi complessi assorbire la pressione non significa tornare come prima. Significa cambiare struttura. Dopo una perturbazione sufficientemente forte, il sistema non ritorna identico. Cambia soglia morale. Cambia linguaggio. Cambia perfino il concetto di ciò che è tollerabile. E allora la vera domanda non è se Trump vinca o perda.
La vera domanda è: che cosa diventa l’America dopo aver dissipato Trump?
Perché qualcosa resta sempre. Resta una presidenza più personalizzata. Resta una Corte Suprema più politica. Resta una sfiducia reciproca ormai quasi biologica. Restano milioni di americani che non credono più davvero nelle istituzioni ma soltanto nella propria tribù emotiva. Trump, in questa lettura, non è la causa unica della crisi americana. È il punto in cui tensioni già esistenti diventano finalmente visibili. Declino imperiale. Disuguaglianza. Polarizzazione. Frammentazione mediatica. Rabbia sociale. Fine del sogno liberale globale.
Lui non crea tutto questo. Lo accelera. Lo organizza. Lo porta fuori equilibrio. E più ci penso, più il parallelo mi inquieta. Perché Prigogine direbbe forse che il sistema americano è stato spinto abbastanza lontano dall’equilibrio da entrare in una fase di biforcazione. La faccenda diventa interessante. Perché nei punti di biforcazione non puoi più prevedere davvero quale forma prenderà il nuovo ordine. Può emergere qualcosa di più stabile.
Oppure qualcosa di molto peggiore.
E forse è proprio questa la sensazione contemporanea dell’America: non il collasso, ma l’instabilità. Quella specie di vibrazione continua che precede i cambiamenti profondi, quando il vecchio ordine continua ancora a esistere, ma ha già smesso di convincere davvero chi vive al suo interno.
5 giugno

Getullio Alviani – Optical