C’è un silenzio innaturale a Hong Kong in queste ore. Non è quello dei mercati finanziari. Non è nemmeno il brusio dei cantieri o il frastuono dei tram a North Point. È un silenzio diverso, greve ed è attesa di una sentenza che segnerà il futuro dell”ex colonia di sua maestà.
Jimmy Lai ha 77 anni. Da più di cinque è in prigione, da oltre 1.700 giorni in isolamento. Aspetta la sentenza che potrebbe condannarlo all’ergastolo. Non è solo un processo contro un uomo, ma contro la memoria stessa di una città. Perché il suo nome è ormai una ferita: la ferita di Hong Kong, che non smette di sanguinare. Lai non è nato eroe. Era nato imprenditore. Migrato bambino dalla Cina continentale, cominciò come operaio tessile e costruì un impero con la catena di abbigliamento Giordano. Poi i media: Next Magazine, e soprattutto Apple Daily.
Non era un giornale elegante. Era un tabloid urlato, popolato di gossip, cronaca nera, scandali politici, foto rubate. Più vicino a The Sun che a un quotidiano “serio”. Eppure, in quelle pagine sguaiate, c’era un principio irrinunciabile: la libertà di dire tutto. Di ridere dei potenti, di criticarli senza paura, di rovesciarne l’immagine. Una libertà imperfetta, ma vera.
Col tempo, la città e il suo editore si sono specchiati l’uno nell’altro. Negli anni ’90, mentre Londra preparava la restituzione alla Cina, Apple Daily cresceva come simbolo della libertà che si temeva perduta. Nel 2014, durante il movimento degli Ombrelli, Lai era già un bersaglio per Pechino. Nel 2019, quando le strade si riempirono di ombrelli e slogan contro la legge sull’estradizione, il suo giornale divenne megafono della protesta.
Il 30 giugno 2020 calò la legge sulla sicurezza nazionale. Arresti, perquisizioni, sequestri. Nel giugno 2021, cinquecento agenti occuparono la sede del giornale, congelarono i conti, arrestarono i dirigenti. Una settimana dopo, l’ultima edizione: un milione di copie vendute in poche ore, file interminabili, cittadini in lacrime che stringevano in mano la libertà su carta, per l’ultima volta.
Fu allora che Lai, l’editore dei tabloid, divenne icona libertaria. Non per scelta, ma per necessità.
Il dibattimento si è chiuso da poco, con i giudici che hanno respinto quasi tutte le obiezioni della difesa. “A tempo debito”, hanno detto, annunciando il verdetto. È la crudeltà del destino: prolungare l’attesa di una pena che tutti sanno già scritta. L’accusa lo descrive come il “regista” di una campagna di collusione con potenze straniere. La difesa ribatte che non è un crimine amare la libertà. Ma le parole, ormai, sono sepolte sotto la pietra di un verdetto annunciato. La condanna di Jimmy Lai non riguarderà solo lui. Riguarderà Hong Kong, che era stata tante cose: rifugio di dissidenti, avamposto del capitalismo, laboratorio di convivenza. Una città rumorosa, contraddittoria, spesso cinica, ma viva. Oggi resta una ferita aperta, sanguinante, e il suo nome è inciso su quella ferita.
Jimmy Lai non è Churchill, non è Mandela. È un uomo normale che il destino ha trascinato in un ruolo che non aveva scelto. Come nel finale de La grande guerra di Monicelli: due soldati qualunque, Sordi e Gassman, che fino all’ultimo hanno cercato solo di salvarsi, si trovano davanti al plotone e diventano eroi senza volerlo. Non hanno compiuto gesti grandiosi, ma la Storia li prende e li innalza.
Così accade a Jimmy Lai. Non ha mai scritto i grandi saggi della libertà, non ha guidato folle oceaniche, non ha cercato il martirio. Ma la sua ostinazione a non piegarsi lo ha consegnato a un destino più grande di lui. La sua condanna sarà ricordata come la condanna di un’intera città.
In queste ore, Hong Kong trattiene il fiato. E il silenzio che la avvolge non è altro che questo: l’attesa di un colpo inevitabile, che cadrà presto, come nei film e nelle tragedie in cui la fine è già scritta, eppure si aspetta lo stesso, con la gola stretta, che arrivi.
29 agosto
